L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio del 2022 ha trasformato il panorama energetico europeo e internazionale, facendo emergere più estesamente la necessità di affrancarsi dalla dipendenza causata dalle importazioni di gas russo per ragioni di sicurezza energetica. Sul lungo termine, questa esigenza può essere soddisfatta accelerando il processo di diversificazione delle fonti di produzione di energia, così da non subire le conseguenze delle scosse geopolitiche dei Paesi esportatori – basti pensare, da ultime, alle crisi dello Stretto di Hormuz e in misura minore di Bab el-Mandeb.
Ridurre l’import e diversificare le fonti
È anche da questa consapevolezza che nasce l’obiettivo della Repubblica Popolare Cinese di rafforzare la propria sicurezza energetica, principalmente in due modi: riducendo le importazioni di combustibili fossili e diversificando il più possibile le fonti di produzione di energia, al fine di rendersi meno esposta alle turbolenze esterne. Si tratta, naturalmente, di un traguardo che non può essere raggiunto da un giorno all’altro. Ad oggi, infatti, la Cina è ancora legata alle importazioni di petrolio greggio, soprattutto provenienti dalla Russia – seguita dall’Arabia Saudita; dipendenza che continua a rappresentare un rischio per la sicurezza energetica nazionale.
La recente chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha messo Pechino a dura prova: da Hormuz passava circa il 38% del petrolio e il 23% del gas naturale liquefatto destinati ai porti cinesi, una quota non indifferente all’approvvigionamento del Paese.
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Parallelamente Pechino punta a far scendere sempre di più la quota di carbone con l’uso delle rinnovabili. C’è, infatti, un’esponenziale crescita degli investimenti in questo settore: nel 2025 il fotovoltaico cinese ha registrato un nuovo massimo storico di capacità solare installata in un solo anno: 315 gw. L’eolico ha visto, nello stesso periodo, 119 gw di capacità realizzata. Il risultato è che la potenza complessiva di queste due fonti rinnovabili – fotovoltaico ed eolico – supera quella degli impianti a fonti fossili, principalmente carbone e gas. Nel mix elettrico cinese, le rinnovabili rappresentano attualmente il 47% circa del totale. Sommando poi idroelettrico e nucleare, le fonti “pulite” arrivano al 60%, segnando così un cambiamento strutturale nella ripartizione delle diverse fonti energetiche.
A questo proposito è utile esaminare il XV Piano quinquennale della Repubblica Popolare Cinese, pubblicato lo scorso marzo 2026, dal quale si evidenzia che le fonti rinnovabili costituiscono il fulcro della strategia cinese in materia energetica. Ogni cinque anni, di solito a ottobre, la Repubblica Popolare Cinese adotta un piano quinquennale, lo strumento con cui lo Stato (tecnicamente l’Assemblea Nazionale del Popolo, su indicazione però del Plenum del Partito comunista, che si svolge prima) segnala le sue priorità, orienta gli investimenti e ribadisce la propria autorità nel Paese. Ben 370 tra i massimi dirigenti di partito e il Presidente Xi Jinping, si riuniscono per giorni per tradurre le visioni ideologiche del partito in obiettivi concreti. Si tratta di un processo che dura circa tre anni e il risultato finale è poi presentato all’Assemblea Nazionale nel mese di marzo.
Il mix energetico nell’ultimo piano quinquennale
La politica energetica delineata dal piano ha un forte contenuto geopolitico, sia per quanto riguarda il rafforzamento dell’autonomia strategica, sia attraverso la costruzione di legami con gli alleati, come la Russia.
Tra i diversi punti sottolineati dal piano emerge il problema dei consumi interni, che sembrano soffrire di una debolezza ormai strutturale, il che costituisce oggi forse la maggiore criticità del Paese. Il piano, inoltre, prevede la diminuzione della dipendenza cinese dall’Occidente favorendo la produzione di microchip avanzati in “opposizione” agli Usa, e una particolare attenzione per l’IA. Ancora, la Cina punta a diventare una potenza scientifica oltre che economica. Il Piano prevede venti obiettivi in totale, di cui sei hanno a che fare con la transizione ecologica, coprendo diversi aspetti – dalla qualità dell’aria alla sicurezza energetica. Tutti gli obiettivi, poi, che si riferiscono alla transizione verde e alla sicurezza sono considerati obiettivi vincolanti: ciò rende bene l’idea di quale importanza l’attuale leadership cinese attribuisca al tema della transizione, con la sua forte componente energetica.
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Più in dettaglio, Pechino individua nelle rinnovabili una parte importante nel quadro del complessivo ammodernamento del sistema produttivo del Paese, ma non esclude anche altre e più “datate” fonti di produzione di energia. Per quanto i progressi compiuti nel settore delle rinnovabili siano stati poderosi, infatti, la Cina mantiene comunque vivo il concetto di vero e proprio mix energetico come strumento per raggiungere l’indipendenza. Dal Piano, infatti, emerge anche la chiara intenzione di mantenere le energie fossili all’interno del paniere energetico nazionale, come confermato dal riferimento alla costruzione di nuovi gasdotti tra Cina e Russia – anche in previsione di un persistente vantaggio cinese in termini di costo, visto che le difficoltà russe nel campo dell’export energetico hanno di fatto consentito a Pechino di spuntare un prezzo vantaggioso rispetto ai mercati globali – in particolare il Power of Siberia II e la Far Eastern Route.
Dallo schema del XV Piano Quinquennale si traduce dunque con chiarezza la direzione di sviluppo che il Paese intende intraprendere nei prossimi anni dal punto di vista energetico: sì alla transizione ecologica ma conservando le fonti fossili come strumento di stabilizzazione.
La carta del nucleare
La RPC punta anche sul nucleare per raggiungere una maggiore autonomia energetica. Il Paese, infatti, ha conseguito una posizione avanzata sulle tecnologie d’avanguardia in questo settore, con lo sviluppo nel 2023 del primo impianto dimostrativo di reattore di quarta generazione su scala industriale che è stato acceso nei pressi della città di Wuwei, come primo reattore al torio del mondo. L’impianto pilota è da 2 mw, si chiama Tmsr-Lf1 ed è stato sviluppato dallo Shanghai Institute of Applied Physics (Sinap) dell’Accademia cinese delle scienze. Pechino infatti studia i reattori al torio fin dagli anni Settanta, e ha annunciato che entro il 2030 realizzerà un altro reattore con questa tecnologia, che sarà però da 60 mw termici, capace di generare elettricità e idrogeno.
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Questo si aggiungerebbe alle altre centrali già presenti sul territorio: a metà del 2025 la Cina disponeva di 59 reattori nucleari alimentati a uranio installati per una capacità di circa 61 Gwe, collocandosi al terzo posto a livello globale. Ulteriori 30 Gwe di capacità sono attualmente in costruzione, nell’ambito di un programma di espansione del nucleare che renderebbe la RPC il primo Paese al mondo per capacità installata entro il 2030. Il mancato raggiungimento del target di 70 Gwe entro il 2025, che era stato fissato dal precedente XIV Piano, e il lieve calo della quota del nucleare sul totale elettrico riflettono principalmente la crescita della domanda di elettricità e l’espansione delle rinnovabili.
Il nucleare, quindi, svolge una funzione di stabilizzazione nella strategia energetica cinese, ed è considerato cruciale per il raggiungimento dei target climatici, come pure per soddisfare la crescente domanda di energia dovuta allo sviluppo industriale e tecnologico. La RPC, insomma, punta ad aumentare la produzione di energia nucleare accanto a quella rinnovabile – di cui è già primo installatore al mondo – e a quella di petrolio, per sostituire progressivamente il greggio importato e il gas importato, così da resistere agli shock energetici, esigenza che, come dimostra l’ennesima crisi dello stretto di Hormuz, è sempre più impellente.
Se l’obiettivo dovesse essere raggiunto, Pechino riuscirebbe a rendersi indipendente dal punto di vista degli approvvigionamenti energetici, fornendo anche un ulteriore slancio alla propria economia: in un contesto in cui, infatti, numerosi Paesi mirano a rafforzare la propria sicurezza energetica riducendo la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, tale dinamica è destinata a sostenere la domanda di tecnologie produttive di energia pulita come alternative, e nelle quali proprio le imprese cinesi detengono posizioni dominanti lungo le catene del valore.