Editoriale

La geopolitica della pandemia

Una pandemia è qualcosa di più di una malattia, perché mette alla prova i sistemi sanitari di una società, i suoi politici, l’efficienza del governo e l’economia. È un’onda che investe direttamente le persone, di colpo alle prese con una specie di guerra. E che cambia, quanto più sarà lunga, gli equilibri del mondo.

Aspenia, che compie 25 anni proprio in questo difficile 2020, analizzerà nelle prossime settimane con una serie speciale online i riflessi economici e geopolitici di questa situazione. Partendo da una domanda specifica: la diffusione di Covid-19 va considerata come un “Cigno Nero”, o – per usare la terminologia di Giulio Tremonti – come un “incidente della storia”? Va letta cioè come uno di quegli eventi rari e non previsti che esercitano un effetto drammatico, di tipo sistemico, sull’assetto internazionale?

La risposta provvisoria è sì: non perché fosse difficile immaginare, dopo l’esperienza della SARS nel 2002-2003, che avremmo avuto a che fare con un nuovo virus globale, sempre di origine cinese e sempre capace di attraversare rapidamente le frontiere di continenti diversi. Ma perché – il Cigno Nero è questo – il contagio si scarica sull’economia globale, con i suoi squilibri sottostanti, modificando un po’ tutto.

La storia dà lezioni anche più severe in questa direzione. Nelle pagine affascinanti di “The fate of Rome”, Kyle Harper spiega in che modo la peste, con l’aiuto di una piccola era glaciale, dette la spallata decisiva all’Impero Romano. Un immenso territorio, con un sistema di governo che sembrava efficiente, finì fuori controllo. E crollò. Il focolaio della peste era come sappiamo la Cina, da lì si propagò in Medio Oriente e poi nel Mediterraneo.

Coronavirus non è certamente la peste di oggi: lo sviluppo scientifico e medico permette di fronteggiare un virus che si trasmette velocemente ma che è al tempo stesso a bassa letalità. E nessun impero, probabilmente, cadrà per il Covid-19, neanche quell’Impero di Mezzo, la Cina, che ha gestito la fase iniziale della crisi sanitaria a Wuhan in modo tardivo e opaco, per poi riprendere il controllo con misure draconiane. Ma gli equilibri del potere internazionale ne verranno scossi.

Coronavirus si incrocia infatti con una tendenza già in atto alla deglobalizzazione. E dimostra la fragilità delle catene produttive globali: quando uno shock colpisce uno degli anelli, l’impatto diventa sistemico. La transizione verso un assetto diverso (con catene meno vulnerabili, più vicine ai mercati di sbocco) sarà in ogni caso dura, problematica e costosa. Il parziale “decoupling” comporterà scelte politiche e industriali; con rischi di un ritorno all’indietro – verso nazionalismi economici in competizione – piuttosto che con la capacità di immaginare forme nuove di cooperazione internazionale. La tenuta dell’Unione europea, già colpita da Brexit, sarà un test quanto mai indicativo.

Gli studiosi di filosofia e letteratura sanno bene che i disastri naturali possono avere un impatto concettuale notevole, modificando il nostro modo di guardare al mondo. Ciò è stato vero, ad esempio, nel caso del Terremoto di Lisbona (1755), che influenzò i pensatori dell’Illuminismo, a cominciare da Voltaire nel “Candide”. Il Covid-19 potrà anch’esso influire sulla nostra Weltanschauung.

Il decoupling, dal punto di vista emotivo, è già in atto: chiusi nelle nostre case, il distacco dal mondo globale di ieri non potrebbe essere più netto. Il Cigno Nero del 2020 non ne è la causa; ma appare oggi come un fattore scatenante.

 

 

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