C’è quasi unanimità tra i sondaggisti statunitensi nel prevedere che i Democratici riconquisteranno la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti. Il costo della benzina è alle stelle (circa 4,40 dollari al gallone); le guerre in Medio Oriente appaiono insensate a molti e la stessa popolarità di Trump è ai minimi storici, circa il 38%. E’ uno dei punti più bassi di sempre, solo George W. Bush nel 2006, a metà del suo secondo mandato, arrivò al voto di midterm con una percentuale quasi identica.
Il precedente è nefasto per la base MAGA: vent’ anni fa, infatti, i Democratici strapparono 31 seggi al partito dell’allora Presidente, riconquistando la maggioranza alla Camera. Otto anni dopo, anche Obama giunse alle midterm del suo secondo mandato con una popolarità molto bassa (41%) ma riuscì a mantenerne il controllo, sebbene i Repubblicani recuperassero 9 seggi. Un’altra situazione simile si ebbe nel 1982: pochi ricordano che Ronald Reagan ebbe picchi di impopolarità all’inizio del suo mandato (per poi chiudere i suoi otto anni da Presidente “amatissimo”) e alle elezioni di metà mandato solo il 40% degli americani si diceva soddisfatto di lui. Al tempo i Democratici vinsero 26 seggi appartenuti a deputati repubblicani, incrementando ulteriormente la maggioranza che già detenevano.
Al momento il Partito Repubblicano mantiene una maggioranza (219 a 214, con due seggi vacanti). Ai Democratici basterebbe quindi “strappare” appena tre seggi al partito rivale per ribaltare la situazione alla Camera. Le stime delle società di sondaggi più autorevoli convergono nell’ipotizzare un abbondante +25 (in seggi) per il partito attualmente all’opposizione. Ciò significherebbe un controllo piuttosto netto e un ostacolo non da poco per Donald Trump, soprattutto per quel che concerne il proverbiale power of the purse, cioè il potere di controllo del budget federale, costituzionalmente in capo alla Camera dei Rappresentanti.
La battaglia politica è stata così aspra e polarizzata che nei mesi scorsi ben nove Stati hanno operato un redistricting, cioè hanno stabilito nuovi confini ufficiali per i propri collegi elettorali: Alabama, California, Florida, Louisiana, North Carolina, Ohio, Tennessee, Texas e Utah. Si è trattato di un’azione inusuale ed eclatante, visto che, per prassi, tali operazioni di aggiornamento avvengono all’inizio di ogni nuova decade, subito dopo la pubblicazione dei dati ufficiali del Censimento della popolazione. Questa volta non è stato così, e a rompere regole politiche secolari è stato il Texas, Stato che da quarant’anni vota presidenti repubblicani – anche se i democratici lo considerano sempre più contendibile.
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Dopo il Texas, in uno scenario di azioni e reazioni, anche altri otto stati hanno compiuto un’operazione simile. Ovviamente, non si è trattato di un generico redistricting ma di un vero e proprio gerrymandering: e cioè le maggioranze statali hanno ridisegnato i collegi (districts) per favorire la propria parte politica. Poiché non esiste una regolamentazione costituzionale o federale di queste pratiche, l’aderenza alla prassi politica e al rispetto reciproco è in capo ai Parlamenti statali. Ma in un’epoca caratterizzata da una polarizzazione estrema, ecco che le maggioranze statali si sono prestate a un’operazione dai chiari fini strumentali. In questo processo eccezionale, dove i Repubblicani dovrebbero essersi garantiti un lieve vantaggio complessivo, ben 34,8 milioni di americani (pari a circa uno su dieci) vivono ora in un distretto diverso rispetto alle elezioni del 2024.
Vista l’importanza e la tensione attorno al voto, la Casa Bianca ha anche provato a cambiare le regole del voto per posta, ottenendo una parziale vittoria alla Corte Suprema. Ha così attribuito una specie di controllo al servizio postale nazionale sugli elenchi degli elettori stilati dagli Stati. Non si tratta di una questione marginale: alle elezioni presidenziali del 2024 votò per posta circa un elettore su tre, compreso lo stesso Trump.
Infine, numerosi deputati uscenti sono stati al centro di scandali e inchieste di notevole gravità. I due seggi vacanti già menzionati erano infatti occupati da due deputati che hanno dovuto dimettersi prima di essere espulsi dal Congresso: il repubblicano del Texas Tony Gonzales ha lasciato il Congresso il 14 aprile 2026 a seguito a una relazione extraconiugale con una collaboratrice d’ufficio (poi deceduta in circostanze tragiche nel 2025) e a una conseguente indagine del Comitato Etico della Camera. Appena una settimana dopo, la democratica della Florida Sheila Cherfilus-McCormick si è dimessa dopo essere stata incriminata a livello federale con l’accusa di aver sottratto circa 5 milioni di dollari in fondi federali Covid per finanziare la propria campagna elettorale. Riconosciuta colpevole di 25 dei 27 capi d’accusa, si è dimessa il 21 aprile, anche lei poco prima di un voto per la sua espulsione dal Congresso.
Ma le stranezze e le curiosità sono numerose: il deputato repubblicano del New Jersey Tom Kean jr. è letteralmente sparito dalla circolazione per più di tre mesi, da inizio marzo a fine giugno, saltando tutti gli impegni congressuali e attirando anche una certa attenzione mediatica. E’ poi riapparso all’inizio dell’estate, citando un ricovero medico e una lieve depressione come causa della sua assenza. In tutta tranquillità, ha infine annunciato la sua ricandidatura, contro la sfidante democratica Rebecca Bennett. Sull’altro Oceano, a causa del già citato ridisegno dei collegi, il sistema elettorale top-two della California ha originato un rarissimo scenario in cui deputati in carica dello stesso partito si ritrovano a correre l’uno contro l’altro per lo stesso seggio: Ken Calvert e Young Kim sono due deputati uscenti repubblicani che ora devono contendersi lo stesso distretto
Vi è inoltre da segnalare una delle più grandi ondate di deputati uscenti che hanno deciso di non ricandidarsi volontariamente. Ben 60 rappresentanti alla Camera hanno scelto di ritirarsi o correre per altre cariche, segnando la seconda cifra più alta di sempre. Tra i nomi storici che lasciano (ma per questioni di età) ci sono figure come Nancy Pelosi e Mitch McConnell.
Ben 11 incumbent (7 democratici e 4 repubblicani) hanno perso il posto ancora prima del voto di novembre, venendo clamorosamente sconfitti nelle primarie interne del proprio partito. Tra gli uscenti Repubblicani spiccano le sconfitte di nomi noti a livello nazionale come Dan Crenshaw (Texas) e Thomas Massie (Kentucky). Sul fronte democratico, l’ala più progressista e giovane ha scalzato diversi storici deputati, tra cui Diana DeGette (Colorado), in carica ininterrottamente da trent’anni e battuta dalla “socialista democratica” Melat Kiros.
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Tra chi gioca “in trasferta”, solo tre Repubblicani cercano la riconferma in collegi dove gli elettori hanno votato Kamala Harris nel 2024. Tra questi, Mike Lawler (New York) e Brian Fitzpatrick (Pennsylvania), mentre il terzo seggio (in Nebraska, occupato da Don Bacon) è rimasto scoperto per ritiro ed è l’obiettivo numero uno dei Democratici. Al contrario, i Democratici uscenti Vicente Gonzalez e Henry Cuellar stanno correndo in territori del Texas dove Donald Trump si è imposto con un margine di ben 10 punti percentuali, a causa dei nuovi confini territoriali sfavorevoli imposti dallo Stato.
Per analizzare e spiegare le tendenze di voto, può essere interessante osservare anche come partiti e candidati spendono i soldi. Per esempio, il Partito Repubblicano ha sospeso gli acquisti di pubblicità in North Carolina e ha aumentato le spese elettorali in Kansas, stato che non vota per un Presidente democratico dal 1964. Non è un buon segno per il partito del presidente, significa che anche territori un tempo inattaccabili potrebbero essere ora contendibili.
La Camera è tradizionalmente il luogo istituzionale dei dibattiti più accesi, oltre che la chiave per il controllo del bilancio federale. Ma l’assetto politico dei prossimi due anni dipenderà molto anche dal Senato, dove la situazione appare più incerta.