Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, nel dicembre 2025, ha introdotto un nuovo fattore di instabilità nei fragili equilibri geopolitici e di sicurezza tra Mar Rosso e Golfo Persico. Tale mossa si inserisce in una dinamica di crescente interconnessione tra crisi locali e competizione strategica transregionale. L’impegno israeliano in un’area chiave come il Corno d’Africa rischia di alterare gli assetti esistenti, incidendo sia sulle rivalità intra-arabe del Golfo Persico – in particolare tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU) – sia sull’ampio arco di crisi regionale, dal Sudan allo Yemen. In questo quadro, il Somaliland si configura non più solo come una questione irrisolta di sovranità, ma come un potenziale nodo geo-strategico in grado di rimodellare gli allineamenti politici e le proiezioni di potere degli attori regionali e globali coinvolti lungo l’asse Mar Rosso-Golfo Persico.
Il Somaliland tra storia e geografia
Per comprendere il contesto regionale, è necessario inquadrare il Somaliland e le sue peculiarità all’interno di tali dinamiche. Le origini del territorio risalgono al periodo coloniale, quando il Somaliland fu posto sotto amministrazione britannica come protettorato a partire dal 1889 e successivamente come colonia nel 1941, dopo la riconquista ai danni dell’Italia durante la Seconda guerra mondiale. Ottenuta l’indipendenza nel giugno 1960, il territorio si unì all’ex Somalia italiana, dando vita alla Repubblica di Somalia. Tale unione si rivelò tuttavia problematica, soprattutto a causa delle profonde asimmetrie politiche, istituzionali ed economiche tra le due entità.
Il collasso dello Stato somalo nel 1991, in seguito alla caduta del regime di Siad Barre, spinse le élite politiche e claniche del nord a proclamare unilateralmente l’indipendenza del Somaliland. Il territorio, con capitale Hargeisa, rimane tuttora una repubblica autoproclamata, priva di riconoscimento internazionale e giuridicamente considerata parte integrante della Somalia. In questo senso, il Somaliland costituisce un caso emblematico di Stato de facto, espressione delle tensioni irrisolte tra sovranità, stabilità regionale e riconoscimento internazionale. Nel corso di oltre trent’anni di autogoverno, Hargeisa ha conseguito un livello relativamente elevato di stabilità politica e sicurezza interna, sviluppando istituzioni proprie e forze di sicurezza autonome. Tale stabilità appare particolarmente significativa se posta a confronto con la fragilità strutturale della Somalia, anche sul piano economico: mentre Mogadiscio resta fortemente dipendente dal sostegno esterno, il Somaliland beneficia di settori produttivi tradizionali come l’allevamento, e di consistenti rimesse della diaspora, stimate intorno a 1,5 miliardi di dollari annui.
La posizione geografica, inoltre, rafforza ulteriormente il peso strategico del territorio: esso è situato nella porzione nord-occidentale del Corno d’Africa, lungo la sponda meridionale del Golfo di Aden, in una posizione geo-strategica di primaria rilevanza tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Il controllo di circa 850 chilometri di costa lungo una delle principali rotte marittime globali, in prossimità dello stretto di Bab el-Mandeb e di hub logistico-portuali come Gibuti, rende il Somaliland un attore di fatto molto rilevante. In questo quadro, il porto di Berbera, co-gestito dalla emiratina DP World (che qui ha investito circa 442 milioni di dollari) e dalla British International Investment, rappresenta un asset economico, logistico e strategico chiave per il Somaliland, in grado di garantire dinamismo geo-economico e capacità di manovra – potenzialmente – superiore ad altri scali regionali.
Proprio questa rilevanza strategica, tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, aveva attirato l’interesse dell’Etiopia, fortemente dipendente dal porto di Gibuti per il proprio commercio marittimo. Addis Abeba aveva sottoscritto un memorandum of understanding con il governo di Hargeisa per garantirsi un accesso diretto al mare, ma l’iniziativa era stata sospesa a seguito delle tensioni diplomatiche esplose tra Etiopia e Somalia.
La rottura dello status quo e l’emergere di un equilibrio instabile
Questo quadro è rimasto sostanzialmente invariato fino al 26 dicembre 2025, quando Israele ha riconosciuto ufficialmente il Somaliland come Stato autonomo, introducendo un elemento di discontinuità potenzialmente rilevante nell’area.
Il riconoscimento diplomatico ha innescato una vasta ondata di reazioni negative in Africa e in Medio Oriente. Il governo centrale somalo ha ovviamente condannato con la massima fermezza la decisione di Israele, ma ha anche interrotto ogni relazione con la Federazione emiratina – reputata una sorta di “quinta colonna” di Tel Aviv. In modo analogo, i principali alleati di Mogadiscio nell’area (Gibuti, Egitto, Arabia Saudita e Turchia) hanno riaffermato il proprio sostegno all’integrità territoriale somala, criticando l’accordo israelo-somalilandese in quanto destabilizzante per l’equilibrio regionale. Parallelamente, Egitto e Arabia Saudita hanno imposto il divieto di sorvolo ai velivoli cargo emiratini. Nel frangente, l’Etiopia, rimasta opportunamente in silenzio in merito alla diatriba, potrebbe optare nel prossimo futuro per il riconoscimento, ma al momento non si è esposta con una posizione ufficiale sul caso. In sostanza, la decisione israeliana trasforma così una condizione di “normalizzazione silenziosa” in una questione apertamente geo-strategica.
Tale scelta, però, non si colloca in un vuoto geopolitico, ma si inserisce in una dinamica regionale più ampia che vede il coinvolgimento attivo anche degli EAU, da anni impegnati in un’azione di espansione della propria influenza economica, logistica e securitaria attraverso la realizzazione di infrastrutture portuali dual-use lungo le coste del Mar Rosso e del Golfo di Aden. Formalmente la Federazione emiratina ha evitato di concedere il riconoscimento del Somaliland; tuttavia, è innegabile che Hargeisa rappresenti per Abu Dhabi un partner funzionale e relativamente affidabile, in grado di garantire un accesso sicuro a infrastrutture critiche e a uno spazio marittimo di crescente rilevanza strategica. In tale prospettiva, gli investimenti emiratini a Berbera – così come nel porto di Bosaso, nella regione semiautonoma somala del Puntland – hanno svolto un ruolo centrale nell’accrescere il valore geopolitico del territorio, anche in funzione dei collegamenti con l’entroterra etiope.
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Parallelamente, l’attenzione degli EAU ha contribuito in modo significativo a rafforzare le ambizioni politiche di Hargeisa e a favorire una progressiva integrazione del Somaliland nelle reti economiche e di sicurezza regionali. In questo quadro si colloca anche l’Etiopia, che ha finora mantenuto una posizione di prudente ambiguità, motivata dai potenziali riflessi interni di un eventuale sostegno al processo di riconoscimento. Da alcuni anni, infatti, il Paese è attraversato da insurrezioni a potenziale carattere secessionista, in particolare nella regione meridionale a maggioranza somala dell’Ogaden. Ne consegue che qualsiasi appoggio, anche solo implicito, a movimenti analoghi a quello del Somaliland rischierebbe di produrre effetti destabilizzanti sul piano domestico.
Le motivazioni strategiche della mossa israeliana
Appare evidente che alla base della decisione di Israele di riconoscere il Somaliland vi sia una combinazione di fattori strategici, securitari e politici, che riflettono una lettura sempre più integrata del quadrante Mar Rosso-Golfo di Aden-Corno d’Africa. In primo luogo, c’è la necessità per Gerusalemme di ampliare la sua profondità strategica lungo una delle principali direttrici del commercio globale, fondamentale sia per i flussi energetici sia per il traffico marittimo internazionale, contribuendo potenzialmente anche alla riattivazione del porto di Eilat, di fatto paralizzato dalla campagna degli Houthi nel Mar Rosso degli ultimi due anni.
In questo senso, il Somaliland offre a Israele un punto di osservazione privilegiato per rafforzare le capacità di monitoraggio marittimo e di prevenzione delle minacce asimmetriche, in particolare in prossimità dello stretto di Bab el-Mandeb, snodo essenziale per la sicurezza delle rotte tra Mediterraneo, Oceano Indiano e Golfo Persico. Una mossa di questo tipo consente a Israele di ridurre la propria esposizione alle pressioni e alle interferenze di altri attori chiave del quadrante (dall’Egitto all’Arabia Saudita passando per la Turchia e anche l’Iran) e di aggirare potenziali chokepoint geopolitici lungo il fianco meridionale del Mar Rosso.
In secondo luogo, la decisione si colloca nel quadro più ampio degli Accordi di Abramo avviati nel 2020, fortemente voluti e tuttora considerati decisivi dall’amministrazione Trump, che hanno progressivamente esteso l’orizzonte strategico israeliano oltre il tradizionale spazio levantino e mediorientale. Il riconoscimento del Somaliland riflette una visione regionale orientata alla costruzione di partenariati selettivi con attori considerati politicamente affidabili e funzionali alla sicurezza delle rotte marittime, alla stabilità energetica e alla resilienza delle catene di approvvigionamento, in linea con una rielaborazione contemporanea della cosiddetta “dottrina periferica” israeliana.
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In tale prospettiva, Hargeisa emerge come un interlocutore pragmatico, in grado di offrire cooperazione securitaria e logistica senza le fragilità istituzionali tipiche di altri contesti del Corno d’Africa. Ciò risulta particolarmente rilevante per Gerusalemme alla luce della minaccia rappresentata dai combattenti Houthi operanti nel vicino Yemen, allineati con l’Iran. Il rapporto con il Somaliland garantirebbe infatti a Israele maggiore profondità strategica e potenziali capacità di allerta e risposta rapida, rafforzando il monitoraggio delle attività dei proxy iraniani e la protezione della sicurezza della navigazione nelle aree limitrofe.
Infine, il riconoscimento del Somaliland consente a Israele di consolidare e strutturare ulteriormente la cooperazione strategica con gli EAU, rafforzando una convergenza di interessi che si estende dalla dimensione economica a quella securitaria. Tale convergenza si intreccia con le esigenze dell’Etiopia, attore chiave ma privo di accesso diretto al mare, interessato a ridurre la dipendenza dal porto di Gibuti. In questo quadro, il Somaliland – e in particolare il porto di Berbera – si configura come un nodo logistico e geopolitico centrale di un allineamento informale Israele-EAU-Etiopia, nel quale infrastrutture portuali, sicurezza marittima e proiezione strategica risultano sempre più interconnesse.
Nel loro insieme, queste dinamiche trasformano il Somaliland da partner tattico a tassello strategico di una più ampia architettura regionale in fase di ridefinizione. Al contempo, tale allineamento rischia di accentuare le percezioni di esclusione e accerchiamento di altri attori regionali, contribuendo a irrigidire le linee di competizione lungo l’asse Mar Rosso-Corno d’Africa e a rendere più instabile, nel medio-lungo periodo, l’equilibrio securitario del quadrante.
Le implicazioni regionali e globali
I riflessi della mossa israeliana sono molteplici e presentano impatti differenziati e implicazioni di ampia portata, che investono le alleanze regionali e transregionali, la sicurezza del Mar Rosso, la cooperazione antiterrorismo, il diritto internazionale degli Stati e, più in generale, la competizione strategica tra potenze globali.
Sul piano politico, l’iniziativa israeliana ha spiazzato numerosi attori regionali e internazionali – inclusi Stati Uniti, Cina e Russia – che, seppur per motivazioni differenti, avevano interesse a preservare lo status quo. Il timore condiviso è che, in un quadrante già fortemente segnato da tensioni strutturali e conflitti aperti, l’attivismo di entità secessioniste, come il Somaliland (con dinamiche in parte analoghe a quelle dello Yemen meridionale), possa tradursi in un ulteriore fattore di instabilità. Al contempo, il riconoscimento contribuisce a rafforzare la percezione di una proiezione israeliana sempre più estesa oltre il tradizionale perimetro levantino, coerente con la logica degli Accordi di Abramo e con una crescente convergenza strategica con alcuni attori del Golfo Persico. In particolare, Washington continua ufficialmente a sostenere l’integrità territoriale della Somalia, ma ha al contempo riconosciuto il diritto di Israele a tutelare la propria sicurezza di fronte alle minacce iraniane nell’area, come conferma proprio la valenza fortemente anti-iraniana degli Accordi di Abramo. In modo analogo, anche gli Emirati Arabi Uniti e l’Etiopia condividono con Israele visioni strategiche convergenti e interessi comuni, soprattutto nei confronti di attori rivali quali Iran, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Dal punto di vista (geo-)economico, le implicazioni appaiono altrettanto rilevanti. Il Mar Rosso e il Golfo di Aden costituiscono infatti uno snodo vitale per il commercio globale – convogliando circa il 12% del traffico marittimo mondiale e quasi il 30% di quello containerizzato – e per le economie rivierasche, a partire da quella egiziana e dalle entrate legate al Canale di Suez (quasi il 10% del PIL). Nel corso dell’ultimo biennio, gli attacchi degli Houthi contro il traffico marittimo nell’area – ufficialmente giustificati come azioni di pressione contro Israele in solidarietà con la causa palestinese – hanno prodotto un dimezzamento dei ricavi del Canale di Suez nel 2025,In questo contesto, qualsiasi fattore che contribuisca a una nuova fase di tensione strutturale lungo questo corridoio tende ad accrescere il costo del rischio, incidendo sui premi assicurativi, sulla sicurezza delle rotte e sulla prevedibilità dei flussi commerciali. Il rafforzamento di Berbera può, dunque, essere letto come un’opportunità di sviluppo e integrazione economica regionale, ma rischia al tempo stesso di trasformarsi in un elemento di vulnerabilità qualora il territorio venga percepito come una piattaforma avanzata di proiezione strategica di attori esterni.
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Sul piano strategico-militare, infine, il riconoscimento del Somaliland si inserisce in una logica di controllo e gestione dei principali chokepoint marittimi, primo fra tutti lo stretto di Bab el-Mandeb. Per Israele, l’influenza su Hargeisa offre una capacità di proiezione oltre il tradizionale limite geografico del Medio Oriente, garantendo una maggiore profondità strategica e un monitoraggio più attento delle minacce provenienti dal teatro yemenita. Pur condividendo l’obiettivo di contenere l’Iran e di garantire la sicurezza del Mar Rosso, Washington guarda con cautela al riconoscimento israeliano del Somaliland, ritenendo l’iniziativa unilaterale potenzialmente destabilizzante. Dal punto di vista statunitense, tale mossa rischia di frammentare ulteriormente il quadro politico-strategico del Golfo di Aden, complicare il coordinamento multilaterale, indebolire il principio di integrità territoriale nel Corno d’Africa e offrire nuovi margini di manovra ad attori revisionisti, configurandosi come un fattore di overstretch strategico.
Questa impostazione, inoltre, alimenta dinamiche di azione e reazione: la maggiore visibilità israeliana nel Golfo di Aden incentiva contromosse da parte di attori rivali – non solo mediorientali, ma anche globali, come Cina e Russia – e aumenta i rischi di escalation per procura. Una eventualità che, nella lettura statunitense e di molti attori regionali, non si limita alla dimensione interstatale, ma include la possibile strumentalizzazione jihadista del dossier somalo, la radicalizzazione di narrative anti-occidentali e il rafforzamento di blocchi regionali contrari alla frammentazione degli Stati esistenti.
In tal senso, Washington e i diversi attori del quadrante temono che il Somaliland possa costituire un precedente pericoloso, in grado di riattivare dinamiche secessioniste latenti in altri contesti fragili e di rendere ancora più complessa la gestione di una regione cruciale per la stabilità del sistema commerciale e di sicurezza globale. Non a caso, gran parte degli attori contrari all’iniziativa israeliana – e al sostegno, più o meno esplicito, di EAU ed Etiopia – preferirebbe continuare a governare il contesto attraverso meccanismi tradizionali di contenimento, deterrenza e cooperazione multilaterale, finalizzati in larga misura a congelare qualsiasi evoluzione sul terreno.
Nel complesso, il riconoscimento del Somaliland agisce come un moltiplicatore di instabilità potenziale, intrecciando dimensioni politiche, economiche e securitarie in un’area già fortemente stressata. Più che ridefinire un singolo rapporto bilaterale, esso contribuisce a spostare il baricentro della competizione regionale verso un sistema integrato che connette Golfo Persico, Mar Rosso e Corno d’Africa.
In questo quadro va visto il progressivo allineamento strategico tra Israele, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia. Se da un lato tale convergenza risponde a esigenze convergenti di sicurezza marittima, accesso logistico e contenimento di rivali regionali, dall’altro tende a cristallizzare nuove linee di frattura.