Il bilancio della singolare diplomazia di Pedro Sánchez

“La multipolarità di cui parlo non è un’ipotesi, né un desiderio: è già una realtà. La nuova realtà in cui vive il mondo”, ha dichiarato il primo ministro spagnolo a metà aprile, durante una conferenza all’università Tsinghua di Pechino in occasione della sua visita ufficiale in Cina. “Il governo spagnolo, l’insieme della società spagnola, scelgono di abbracciarla. E lo facciamo con realismo, ma anche con pragmatismo e, sicuramente, con responsabilità”, ha continuato, riecheggiando il discorso di Carney di gennaio a Davos. Le parole di Pedro Sánchez riassumono una strategia di politica estera che ha ridisegnato il posizionamento della Spagna.

Pedro Sánchez al telefono nel suo ufficio.

 

Uno dei pilastri di questa strategia è proprio Pechino, che dal 2023 Sánchez ha visitato quattro volte. La Cina è infatti il quarto partner commerciale della Spagna e il primo extra-UE: nel 2025 le importazioni hanno superato il record storico dei 42 miliardi di euro, arrivando a quota 50 miliardi. Dal 2024 a oggi, nel Paese sono sbarcate almeno tre aziende automobilistiche cinesi: Chery, che ha investito 400 milioni di euro per riattivare l’ex stabilimento della Nissan a Barcellona; la multinazionale Desay, che aprirà un impianto a Linares, in Andalusia, e Contemporary Amperex Technology (CATL), che in collaborazione con Stellantis investirà 4 milioni di euro per costruire una delle più grandi fabbriche di batterie al litio dell’Unione Europea nei vecchi impianti Opel nei pressi di Saragozza. Sia Desay che CATL beneficeranno di fondi del PNRR spagnolo: la prima prevede di generare almeno 300 posti di lavoro diretti, la seconda più di 4mila. Anche SAIC Motor e Changan, due giganti dell’automotive elettrico cinese, sarebbero interessate ad aprire nuovi stabilimenti in Spagna. 

Secondo il socialista Javi López, uno dei vicepresidenti del Parlamento Europeo, il governo spagnolo punta a “battere sul tempo” il resto dei Paesi per quanto riguarda l’industria verde, avvalendosi degli investimenti diretti esteri cinesi per sviluppare capacità e competenze tecnologiche interne. Al contrario, stando a Mathieu Bernard, responsabile del settore automobilistico per la penisola iberica della società di consulenza Roland Berger, l’interesse della Cina per la Spagna si basa su “un accesso agevole al mercato europeo, una base industriale competitiva, costi inferiori rispetto al Nord Europa e una posizione geografica strategica”, grazie alla quale il Paese ha accesso non solo ai mercati europei, ma anche all’America Latina e all’Africa.

Ma gli investimenti industriali esteri in Spagna non si fermano a Pechino, né al settore automobilistico. Nel 2022, Volkswagen ha annunciato il più grande investimento industriale nella storia della Spagna: 10 miliardi di euro per costruire una fabbrica destinata a produrre batterie per circa mezzo milione di veicoli elettrici all’anno, quasi un quarto dell’intera produzione automobilistica spagnola. (Due anni dopo, Amazon ha superato l’azienda tedesca investendo 15,7 miliardi di euro nella creazione in Aragona della più grande rete di data center dell’Europa del Sud). Non è un caso isolato: entro il 2030, la Spagna prevede di attrarre 58 miliardi di euro nel settore, grazie anche agli insediamenti già annunciati da Meta e Microsoft. A completare il quadro c’è la scommessa sui microchip: il governo ha approvato il PERTE Chip, un piano da 12,25 miliardi di euro di investimenti pubblici fino al 2027 per sviluppare una filiera nazionale dei semiconduttori. In questo contesto si inserisce anche l’annuncio dell’azienda statunitense Diamond Foundry, che prevede di costruire a Saragozza una fabbrica di chip da un miliardo di euro.

Dietro questa corsa c’è però una partita più grande, che si gioca a Bruxelles prima ancora che a Madrid. La Spagna è diventata una potenziale superpotenza energetica, capace di produrre rinnovabili a costi che né la Germania né la Francia riescono ad avvicinare. Ed è in questo contesto che va letta anche la politica energetica estera di Sánchez nel Nordafrica. 

 

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La Spagna, infatti, concentra circa un terzo della capacità europea di rigassificazione del gas naturale liquefatto, ma dipende storicamente da tre soli fornitori: Algeria, Stati Uniti e Russia. Con Mosca, l’Unione Europea impone l’interruzione entro il 2027, mentre con Washington i rapporti si sono complicati dopo che il presidente Trump ha cominciato a usare il gas come leva negoziale. Inoltre, anni di tensioni diplomatiche legate al Sahara Occidentale, territorio non autonomo in cui vive sotto occupazione marocchina la popolazione Saharawi, con il sostegno dall’Algeria e, a fasi alterne, della Spagna, con un atteggiamento ondivago da parte della Spagna, avevano portato alla chiusura del gasdotto Maghreb-Europa e alla perdita del 40% della capacità di importazione. In questo quadro critico, la svolta è arrivata da una direzione inaspettata: le posizioni di Sánchez su Israele hanno infatti aperto spazi diplomatici nel mondo arabo, sfociati nella riattivazione a marzo del 2026 da parte dell’Algeria del trattato di amicizia con Madrid, con un conseguente aumento delle importazioni spagnole di gas del 270% nel 2025.

Sul fronte opposto c’è il Marocco, primo partner commerciale della Spagna fuori dall’Unione,  oggi principale acquirente di gas spagnolo e storico antagonista dell’Algeria nella questione Saharawi. Madrid si trova quindi a dover mantenere l’equilibrio tra due vicini rivali: un equilibrio delicato, anche perché i rapporti con il Marocco (e negli ultimi anni con la Mauritania e altri Paesi della regione) non riguardano solo investimenti ed energia, ma anche il controllo dei flussi migratori verso l’Europa. 

Come ho scritto nel volume La Spagna è diversa, Madrid è stata “pioniera nel firmare accordi con cui vengono finanziati i Paesi africani affinché impediscano alle persone migranti, sia autoctone che provenienti da Stati vicini, di raggiungere l’Europa. (…) Nel corso degli anni, oltre ad aumentare i finanziamenti ai Paesi africani, la Spagna ha presentato questa strategia a Bruxelles come una ricetta di successo contro l’immigrazione irregolare. Dal 2015 in poi, le istituzioni europee l’hanno adottata su più fronti, firmando patti sia con i Paesi africani che asiatici”. 

Il multilateralismo di Sánchez non guarda solo a est e a sud, ma anche all’America Latina. Ad aprile, Barcellona ha ospitato tre eventi paralleli che hanno incarnato questa visione, anche in chiave di costruzione di un fronte progressista mondiale alternativo a quello conservatore di ispirazione trumpiana. Il primo è stato la Global Progressive Mobilisation, la conferenza voluta insieme al presidente del Partito dei socialisti europei Stefan Löfven per riunire oltre cento forze della sinistra globale. In parallelo c’è stato il quarto “Vertice in difesa della democrazia”, al quale hanno partecipato, tra gli altri, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula, la presidente messicana Claudia Sheinbaum e i presidenti di Colombia e Uruguay, Gustavo Petro e Yamandú Orsi. Infine il primo vertice bilaterale tra Spagna e Brasile, che ha portato alla firma di accordi su minerali critici, tecnologie e cooperazione scientifica. Nella stessa occasione, la Spagna ha incassato anche un risultato diplomatico inseguito da anni: la normalizzazione dei rapporti con il Messico, congelati dal 2019 per via della lettera con cui l’allora presidente López Obrador aveva chiesto al monarca Felipe VI di scusarsi per i crimini commessi dalla colonizzazione spagnola. 

Sul fronte europeo, Sánchez si muove su un doppio binario. Da un lato, il governo spagnolo si è rifiutato di accettare il principio dell’aumento delle spese militari al 5% del PIL, come approvato dai membri della NATO su iniziativa di Donald Trump: una posizione essenziale sia per tenere insieme la propria coalizione di governo che per soddisfare un’opinione pubblica largamente ostile all’agenda MAGA. Dall’altro, la società spagnola resta profondamente europeista e Sánchez lo sa. Il progressivo imporsi a Bruxelles di un’agenda conservatrice, insieme alla diminuzione del numero di Paesi UE retti da governi socialisti, complica però questo equilibrio, spingendo Madrid verso una posizione sempre più singolare.

“L’Europa deve capire che non siamo più al centro del sistema globale, ma occupiamo ora una posizione intermedia, più ambigua. Il governo spagnolo è stato il primo a rendersene conto”, ha spiegato Berna León, direttrice del think tank socialista Avanza. Una consapevolezza che si traduce in una strategia concreta: diversificare i rapporti politici e commerciali, attrarre investimenti stranieri in settori ad alto valore aggiunto e puntare sull’energia rinnovabile come leva geopolitica oltre che economica. Ma la trasformazione è ancora nelle sue fasi iniziali.

I dati macroeconomici sembrano dare ragione alla scommessa: tra il 2022 e il 2025, il PIL spagnolo è cresciuto del 9%, contro il 2,3% dell’Italia nello stesso periodo. Secondo l’analisi realizzata dall’Istat nel suo ultimo Rapporto annuale, la crescita è stata trainata sia dai consumi che dalle esportazioni, con investimenti orientati in misura crescente verso la proprietà intellettuale e i servizi ad alto contenuto tecnologico, oltre che dall’immigrazione regolare, cresciuta del 22% tra il 2022 e il 2025. Sul mercato del lavoro, la riforma del 2021 ha prodotto inoltre un cambiamento strutturale significativo: la quota di contratti a tempo determinato nelle nuove assunzioni è scesa di circa 30 punti percentuali.

Allo stesso tempo, i salari reali spagnoli sono rimasti sostanzialmente fermi per tre decenni: (dal 1995 sono cresciuti solo del 5%, contro una media OCSE del 31%), frenati dalla bassa produttività, e la crisi abitativa condanna parte della popolazione a destinare percentuali sempre più alte dello stipendio all’affitto o al mutuo. La Spagna sembra quindi intrappolata tra due modelli: quello vecchio, fondato sul turismo e sul settore immobiliare, e quello nuovo, ancora in costruzione, fatto di energie rinnovabili e industria tecnologica. La durata nel tempo del “multilateralismo realista” di Sánchez dipenderà anche da quanto velocemente il secondo riuscirà a sostituire il primo.

Sánchez aspira a occupare uno spazio ben definito: quello dell’interlocutore europeo con il Sud Globale, un ruolo che il presidente francese Emmanuel Macron ha perduto e che l’ex Cancelliere tedesco Olaf Scholz non ha mai avuto. Come ha segnalato la politologa Máriam Martínez-Bascuñán, quella regione cerca interlocutori che non parlino dall’alto di una passata egemonia politico-economica. Che la Spagna possa davvero aspirare a questo ruolo è una questione ancora aperta.

Quel che è certo è che il progetto di Sánchez dipende, prima di tutto, dalla sua sopravvivenza politica, che è sempre più messa alla prova. Dopo i casi giudiziari che hanno coinvolto la moglie, il fratello e tre figure di primo piano del Partito socialista, nelle ultime settimane è emerso quello che potrebbe rivelarsi lo scandalo più grave di tutti: le indagini per appartenenza a un’organizzazione criminale, traffico di influenze illecite e falsificazione di documenti che coinvolgono l’ex premier socialista José Luis Zapatero. 

 

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Zapatero non è un politico qualunque: ha avuto, finora, una buona reputazione ed è diventato, nel tempo, un punto di riferimento per la sinistra spagnola, sia di quella più radicale che di quella moderata. Inoltre, è la prima volta che un ex premier viene indagato per corruzione in Spagna. Le accuse nei suoi confronti potrebbero essere fondate o rappresentare l’ennesimo caso di lawfare, ovvero di strumentalizzazione del sistema giudiziario per danneggiare un personaggio politico: non è ancora chiaro, a questo punto, quanto sia stato decisivo il ruolo del Dipartimento di Sicurezza Interna degli Stati Uniti (DHS) nelle indagini. Ma il danno reputazionale, in ogni caso, è reale.

Dopo aver vinto alle ultime quattro elezioni regionali (in Estremadura, Aragona, Castiglia e León e Andalusia), il Partito Popolare, la forza tradizionale della destra spagnola, accarezza l’idea di imporsi anche alle politiche previste per il 2027; ma è ancora imprevedibile se potrebbe poi governare da solo, in collaborazione con la destra radicale di Vox, o con altre formule. Il progetto del “multilateralismo realista” potrebbe quindi dover fare i conti con qualcosa di molto più prosaico delle macchine elettriche e dei data center, del gas algerino e dell’intesa con il Sud globale: un’aula di tribunale.

 

 

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