Cina globale, globalizzazione cinese

Guardare al “fattore Cina” è davvero un modo per capire la globalizzazione. Il quindicennio iniziato con l’ingresso di Pechino nel WTO (2001) ha segnato un’accelerazione senza precedenti del commercio internazionale, ma le dimensioni della Cina – oggettivamente fuori dall’ordinario – hanno prodotto un’onda d’urto non solo economica.

Anche perchè la rapidissima ascesa cinese, senza precedenti nella storia, ha coinciso con altri due fenomeni importanti e nuovi: il fortissimo aumento relativo della finanza come componente della crescita globale, e l’ingresso sui mercati (del consumo, ma anche delle catene produttive) di tecnologie che stanno cambiando i nostri modi di vivere e lavorare. La finanza ha reso il mondo più piccolo e interdipendente, proprio mentre le tecnologie digitali rendono molti lavoratori a basso livello di specializzazione meno utili e piu’ facilmente sostituibili.

Ecco allora che il “fattore Cina” – o meglio l’insieme di forze globali che esso riflette – si è anche trasformato in un dato della politica interna, sia negli Stati Uniti e in Europa che in molti Paesi asiatici ed “emergenti”. Lo si vede chiaramente nella campagna presidenziale americana di questo 2016, in cui nessuno dei maggiori candidati ha avuto il coraggio di difendere in pieno il libero commercio internazionale. La preoccupazione principale è infatti come rassicurare l’elettorato (non solo i lavoratori del manifatturiero ma anche la famosa “classe media” sotto pressione) a fronte dell’impatto massiccio della competizione globale (tanto umana quanto tecnologica).

I “perdenti della globalizzazione” sono insomma diventati una forza elettorale impossibile da ignorare – in America come altrove. Perfino Hillary Clinton, che pure incarna il consenso “pro-trade” dai tempi del NAFTA, ha finito così per criticare un accordo commerciale già siglato ma ancora da ratificare (Trans Pacific Partnership, o TPP) perché a suo parere non tutela a sufficienza i lavoratori americani. Il destino della Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) è sempre più nebuloso, viste le diffuse resistenze su entrambe le sponde dell’Atlantico. È allora quasi un’ironia della storia il fatto che la Cina, pur evocata quasi di riflesso quando si parla di trend globali, non sia in effetti parte del TPP, né ovviamente del TTIP.

Gli europei, più nell’immediato, discutono intanto animatamente sulla concessione a Pechino del “Market Economy Status”, che renderebbe più difficile contrastare la competizione cinese con strumenti regolatori (o di fatto protezionistici); e le capitali della UE si stanno dividendo, come spesso accade. Da una parte c’è il fronte favorevole “nordico-britannico”, e dall’altro quello che vede schierate in senso contrario al “market status” Italia e Francia, tra gli altri. La decisione di Bruxelles arriverà a dicembre di quest’anno, e porta nuovamente al centro del dibattito politico il futuro di un modello di globalizzazione che ha avuto la Repubblica Popolare come protagonista.

Il fattore Cina ha assunto un peso per certi versi sproporzionato come motore della crescita globale anche perché, ancor più dal 2008, ad esso si sono affidate sia molte economie emergenti (si pensi al Brasile, ai Paesi del Sudest asiatico, ad alcuni Paesi africani sulla soglia di un “takeoff” di sviluppo) sia le anemiche economie “avanzate”. In sostanza si è innescato un meccanismo di forte dipendenza complessiva dalla continua super-crescita cinese, che ha moltiplicato pericolosamente gli effetti “sistemici” del rallentamento oggi in corso.

Questa dipendenza è complicata dal fatto che non c’è più soltanto la grande delocalizzazione manifatturiera (per cui parte delle filiere produttive si sono spostate in Cina, e poi in altri paesi asiatici, inseguendo il basso costo del lavoro), ma anche un flusso di investimenti nei due sensi (per cui gli investimenti cinesi cercano profitti direttamente nei Paesi più ricchi). Dunque, gli interessi delle economie occidentali sono a volte contrastanti in settori diversi, rendendo arduo perseguire una singola politica coerente. Il mercato cinese è ormai sia un luogo di produzione altamente competitivo, sia uno sbocco per l’export europeo, sia infine una fonte di investimenti. Questo dinamismo sta assumendo tratti fortemente espansivi: basti pensare al ruolo delle grandi compagnie cinesi del trasporto marittimo, con interessi massicci nelle infrastrutture portuali e non soltanto.

Eppure, per certi versi siamo solo all’inizio di un processo ancora più macroscopico: se si prendono in considerazione le capacità produttive potenziali del “sistema-Cina” e le sue riserve finanziarie, l’impatto globale è stato finora moderato: in altre parole, il meglio (o il peggio) deve ancora venire. La Cina sta cominciando a muoversi in base al suo peso reale; ad esempio, siamo tutti abituati (perfino i cinesi stessi) a una sua sotto-rappresentazione nelle grandi organizzazioni multilaterali, ma questa situazione è destinata a cambiare. Un altro segnale viene dalla proiezione militare della Repubblica Popolare, che ormai è in chiara espansione – dalle “isole artificiali” nel Mar Cinese Meridionale fino alla costruzione in corso di una grande base a Djibouti (snodo strategico sul Corno d’Africa che già ospita forze americane, francesi ma anche giapponesi).

In estrema sintesi, tra grandi promesse – in parte mantenute – e grandi rischi – in parte materializzati – l’Occidente ha fatto una sua “scelta cinese”, incoraggiando l’integrazione della Repubblica Popolare nel sistema globale nell’ultimo quindicennio. Ora deve gestirne tutte le conseguenze.

Le incertezze sono molte: non solo per la dimensione straordinaria del Paese (per cui un punto percentuale di crescita può determinare il futuro di un intero settore in un’economia dall’altra parte del mondo), ma anche per la natura “opaca” del suo sistema politico (che ha tuttora come priorità il controllo invece della libera iniziativa e dei diritti individuali). Naturalmente le dinamiche economiche e politiche sono intrecciate, visto che il regime del Partito unico trae molta della propria legittimità proprio dalla crescita sostenuta, e deve dunque ricercare il giusto trade-off tra stabilità e riforme. Se a ciò aggiungiamo i grandi squilibri nel contesto globale (debito, partite correnti, volatilità finanziaria, diseguaglianze crescenti anche all’interno di singole economie) e le variabili tecnologiche in rapido cambiamento, il quadro è davvero instabile e preoccupante.

Sul piano interno cinese, è possibile che le riforme economiche senza una “gamba” politica abbiano raggiunto il loro limite estremo, ma certo il governo, sotto la leadership di un presidente decisionista e ambizioso come Xi Jinping, non ha ancora scelto di intraprendere la via della “rule of law”. In ogni caso la Cina dovrà cambiare se stessa per tenere il passo con le forze che ha scatenato, e nel farlo influenzerà il resto del mondo.

 

 

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