Un nuovo riformismo europeo: la proposta italiana per una migliore Unione monetaria

La riforma del governo dell’euro[1] è un tema altamente politico. Politico, perché dalla definizione di strumenti di governo più efficaci degli attuali discende la capacità delle istituzioni europee di prevenire e affrontare con maggiori probabilità di successo i problemi dell’economia europea, e quindi della vita dei cittadini. Politico, anche se sappiamo dall’esperienza che le riforme istituzionali, specialmente quelle a livello europeo, partono nell’indifferenza da parte della politica, nella distrazione dei media, per poi finire nel groviglio di dibattiti arroventati. Si cambiano le istituzioni, invece, perché si vogliono cambiare le politiche. Questo può essere il nucleo di un nuovo riformismo. Perché, per citare Giorgio Napolitano, “ha senso, oggi, fare politica per sostenere progetti forti di cambiamento e di governo che possono ormai concepirsi solo in termini europei”.

Vale per le nostre istituzioni quanto vale per la nostra economia. Il premio Nobel Edmund Phelps ha evidenziato che il problema principale dell’economia europea è la deficiency of innovation. L’Europa fonda parte del proprio successo nella sua lunga storia nella capacità di creare e innovare; ciò si manifesta anche nelle capacità di evolversi delle sue istituzioni, come l’evolversi della Comunità europea conferma. Quella capacità deve essere ritrovata per aprire una nuova fase della politica europea che sostenga l’attenuazione dell’austerità – un passaggio accennato dal piano Juncker e dalla comunicazione della Commissione sulla interpretazione della flessibilità nel Patto di stabilità e crescita (del gennaio scorso), e più in generale dalle mosse di una Commissione più “politica” della precedente.

Nel decennio scorso due processi paralleli, quella della Strategia di Lisbona volta al rilancio dell’economia tramite investimenti nell’innovazione, e quello del tentativo dotare l’UE di un Trattato Costituzionale, sono scorsi in simultanea. Fallito il secondo, seppure recuperato in essenza con il Trattato di Lisbona, non proprio riuscita la prima – perché ostacolata dalla mancanza di strumenti vincolanti. Su questi due processi si innesta la crisi economica che ha origini esogene all’Unione, ma che ha trovato nella incompiutezza degli strumenti di governo dell’euro la porta di ingresso. Gli interventi della BCE e l’affrettarsi (seppur tardivo) dei governi nel richiudere quella porta con interventi di emergenza e con la creazione di nuovi strumenti (come il Meccanismo di stabilità finanziaria e l’Unione bancaria) ci ha fatto guadagnare tempo. È ora di sfruttarlo per non avere brutte sorprese.

Le riforme da compiersi devono compattare l’irreversibilità della moneta unica e la sua resilienza (cioè la capacità di reagire a cicli economici variabili). È necessario migliorarne la performance complessiva perché è evidente che non siamo riusciti a mettere in campo politiche economiche adeguate, in confronto soprattutto con gli USA, e darci strumenti concreti di solidarietà. Un nuovo ciclo riformista deve combinare riforme istituzionali e politiche per la crescita e l’innovazione.

Si attende in giugno il rapporto che i quattro presidenti: Juncker (Commissione), Draghi (BCE), Tusk (Consiglio Europeo) e Dijsselbloem (Eurogruppo) – o meglio  4+1, dato che è in qualche modo associato anche il presidente del Parlamento, Schulz. Il quadro complessivo non è incoraggiante e l’Italia molto probabilmente si ritroverà in posizione minoritaria a sostegno delle posizioni che soprattutto Commissione e BCE sembrano voler proporre, e cioè quello di concreti passi avanti sulla via dell’integrazione. Quella di giugno può essere una tappa in un processo di più lunga durata per due spinte opposte: da un lato il referendum britannico, e dall’altro la volontà di alcuni Paesi-membri, tra cui appunto l’Italia, di progredire con l’integrazione. Due treni che potrebbero ritrovarsi alla stessa stazione, in partenza su binari paralleli. Se le due spinte si bilanceranno, quei treni possono viaggiare bene insieme. Se si riducono le ambizioni e la spinta per l’integrazione cedendo a un mood diffuso, i due treni invece si scontreranno.

È essenziale che la riforma che riguarda i Paesi dell’Eurozona – e che potrebbe concretizzarsi almeno in parte nell’arco di questa legislatura europea – risponda a due criteri di massima: essere credibile sia per i mercati internazionali che per l’opinione pubblica europea. L’Italia si batte per obiettivi difficili. Difficili perché le resistenze forti vengono da tendenze euroscettiche ma anche da un complessivo clima di minimalismo perfino tra quanti dovrebbero militare per la causa riformista. Deve esserci invece una chiara prospettiva per il futuro e la politica europea deve ritrovare la sua bussola. Si può partire dal rapporto che i quattro presidenti avevano presentato a dicembre 2012 e che delineava, seppure con aspetti da precisare, uno scenario basato su quattro unioni: bancaria, di bilancio, economica, politica. Sarebbe paradossale se dopo tre anni di crisi uscissimo con un calendario ancora meno impegnativo.

Il governo italiano ha scelto di rendere pubblico il suo contributo al dibattito in corso già nella fase preliminare. Tra le sue richieste principali ci sono la creazione di una capacità di bilancio dell’Eurozona, un Fondo europeo contro la disoccupazione come stabilizzatore ma anche come flagship di cittadinanza, la prospettiva di trasformazione del Meccanismo di stabilità in un Fondo monetario europeo. Più complessivamente, l’Italia propone una visione più integrata della politica economica europea e un policy mix tra politica monetaria, riforme strutturali, politiche economiche.

Riconquistare la parola “riforma”, associata all’Europa in quanto termine positivo, è una questione culturale e politica cruciale per rafforzare un senso di appartenenza che rischia di affievolirsi anche tra le giovani generazioni. Un senso di cittadinanza europea che finora è sostenuto da alcuni programmi comunitari percepiti spesso come distanti dal cittadino più che da politiche realmente comuni con un forte impatto. Da questo punto di vista è indispensabile che agli impegni di riforma corrispondano strumenti di bilancio per politiche attive oltre che una accountability certa. Proviamo a mettere al centro della discussione la dimensione democratica e sociale dell’integrazione, e a costruire su questo delle alleanze. Non sarà scontato. Ma i riformisti non hanno mai avuto vita facile.

 


[1] espressione che preferisco a quelle forse più corrette di governance o di sistema di governo

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