La difesa europea dopo Brexit

 Dobbiamo prendere sul serio le proposte recenti sulla difesa europea? La risposta istintiva è no: di difesa comune si parla da decenni in Europa ma alle parole non sono mai seguiti i fatti. La tesi prevalente è che passi concreti saranno resi possibili dalla Brexit.

È vero che cadono (o meglio cadranno quando l’exit avverrà sul serio, verso il 2020) i tradizionali veti britannici,  per esempio sulla creazione di un comando militare europeo. Ma è vero anche che, perdendo Londra, l’Ue perde una delle due potenze militari europee, con capacità nucleari e un seggio nel Consiglio di sicurezza. Resta la Francia, con le sue velleità nazionali e con una politica estera (si pensi all’avvio dell’operazione in Libia nel 2011) spesso non condivisa dai partner.

Prima dei veti, Brexit farà insomma cadere gli alibi altrui. Che sono di lunga data: basti ricordare che a far fallire la Comunità Europea di Difesa, nel lontano 1954, fu l’Assemblea nazionale francese. Da allora in poi, è continuata la tendenza ad accordi bilaterali, anche fra Francia e Gran Bretagna. Da parte sua, la Germania ha mantenuto molto a lungo – più a lungo dell’Italia – un basso profilo militare, superato solo di recente: il Libro Bianco della Difesa tedesco, pubblicato qualche mese fa, indica che Berlino ha fatto i conti con il proprio passato.

Brexit, velleità francesi, fine dei complessi storici tedeschi. E disponibilità dell’Italia: i ministri Pinotti e Gentiloni hanno proposto nei mesi scorsi una “Schengen” della Difesa, ossia un accordo (fuori dai Trattati europei) fra i paesi disposti a mettere in comune capacità militari e programmi industriali. Basterà per fare della difesa europea – come prevede la sbiadita Road Map del vertice di Bratislava – una delle leve possibili per resuscitare un’Europa in crisi esistenziale?

Chiariamone anzitutto i confini. Che si tratti delle proposte di Federica Mogherini (nella sua Global Strategy sulla sicurezza europea) o del paper franco-tedesco messo sul tavolo di Bratislava, ciò che si discute non è la creazione di un vero e proprio esercito europeo – che rimane un tabù. E non è lo sviluppo di una Comunità di difesa alternativa alla NATO. L’interesse comune dei paesi europei, infatti, è che la NATO – ossia il rapporto militare con gli Stati Uniti – continui a funzionare quale garanzia ultima di dissuasione, in particolare sul fronte Est. Non a caso, la creazione di forze europee di difesa è appoggiata anche da paesi sovranisti e filo-atlantici, come Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia.

Se uno dei rischi geopolitici paventati da Washington è che, nel dopo Brexit, l’Europa continentale finisca per pendere verso l’Eurasia, il progetto di difesa europea deve essere chiaro nelle finalità politiche: rafforzare le capacità militari e l’autonomia operativa dell’Europa, in particolare nella gestione delle crisi mediterranee, senza mettere in discussione i rapporti atlantici. È un equilibrio possibile e necessario.

Di fronte ai nuovi rischi di sicurezza, una parte crescente delle missioni sarà europea: dotarsi di un comando congiunto (al posto di comandi ad hoc) e far funzionare ciò che già esiste sulla carta da quasi un decennio (i Battlegroups ad esempio) sarà un modo per potenziare, aggregandole, le capacità nazionali. E per rendere un po’ più credibile l’Europa come attore internazionale: visto l’incendio alle sue periferie, l’Ue non può certo più proporsi come “potenza civile”. Quel modello è ormai in crisi, all’esterno e all’interno dei confini europei.

Prima della Brexit, spingono verso la costruzione graduale di una difesa europea (Mogherini presenterà un piano concreto entro dicembre) fattori sistemici. Anzitutto, le conseguenze del crepuscolo della Pax Americana, che ha dominato il secolo scorso permettendo agli europei di non occuparsi seriamente di difesa. Che vinca Hillary Clinton o Donald Trump, i nostri governi saranno messi di fronte, in modo più o meno brusco, alle proprie responsabilità dirette. Questo significa che una capacità europea di difesa non è più un lusso ma una necessità: un bene pubblico essenziale, con i suoi costi.

L’economia della difesa è un vincolo ma anche un incentivo. I paesi europei (UK inclusa) hanno speso circa 200 miliardi di euro per la difesa nel 2015; esistono, tuttavia, duplicazioni inutili. Il paper congiunto di Parigi e Berlino propone di razionalizzare gli sforzi, per esempio nel campo della logistica militare o del monitoraggio satellitare. Insieme alla Commissione europea e a vari altri governi, l’Italia sostiene la necessità di finanziamenti congiunti per nuovi programmi militari e tecnologie della sicurezza: ciò permetterebbe economie di scala e lo sviluppo progressivo – in questi tempi di bilanci nazionali compressi – di un mercato europeo della difesa.

Esistono quindi ragioni importanti per prendere sul serio (finalmente) la difesa europea. Una risposta più meditata alla domanda iniziale è possibilista. In teoria, Brexit elimina un freno. Nei fatti, la perdita di Londra è un danno clamoroso per la nostra sicurezza. In che modo ridurlo? Come nota Daniel Keohane in un articolo recente per “Strategic Europe”, l’obiettivo neanche tanto segreto dovrà essere quello di ricostruire una relazione con la Gran Bretagna.

Per questo è essenziale che le forze multinazionali del Vecchio Continente possano operare in modo flessibile: sia sotto comando europeo che sotto la NATO o il mandato del Consiglio di sicurezza. Questa formula permetterà anche di salvaguardare il legame militare con Londra. Per la difesa e la sicurezza europea ne abbiamo – da entrambe le parti – estremo bisogno.

 

Articolo apparso su La Stampa del 19 settembre 2016.

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