Il summit India-Cina e la nuova grande geopolitica

La storia segue un proprio telos, indecifrabile nella sua evoluzione, o ripete drammaticamente se stessa? Il progresso tecnologico e le contraddizioni dell’economia globale stanno cambiando la natura stessa degli affari internazionali; oppure siamo spettatori di una pellicola già vista, di cui conosciamo il copione, ma ignoriamo gli effetti speciali? Domande difficili a cui rispondere in modo preciso ed esauriente, ma che costituiscono la migliore chiave di lettura per spiegare il senso della visita del primo ministro cinese, Wen Jiabao, a Nuova Delhi tra il 17 e il 19 dicembre. Un summit fra India e Cina di cui la stampa internazionale ha dato ampio seguito – mentre per la gran parte dei media (e dei dibattiti) italiani è scivolato via senza colpo ferire. Un tentativo di distensione, soprattutto attraverso un rafforzamento dei legami economici, per raffreddare le crescenti inquietudini fra le due super-potenze asiatiche, fatte di promesse disattese e reciproche “incomprensioni”.

Per la cronaca, i cinesi si sono presentati con una delegazione immensa: circa 400 businessmen, molti di questi alti dirigenti del Partito, e contratti per circa 16 miliardi di dollari, dall’energia alla siderurgia, dalle telecomunicazioni ai servizi bancari. Più del doppio di quanto sottoscritto da India e USA un mese fa durante il viaggio di Obama a Delhi. La Cina è diventata il principale partner commerciale dell’India: negli ultimi vent’anni, il loro interscambio è passato da 270 milioni a 60 miliardi di dollari, con l’obiettivo di toccare i 100 miliardi nei prossimi cinque anni. India e Cina, insieme a Brasile e Russia (i cosiddetti BRICs), sono i pilastri della crescita economica mondiale, con la loro domanda interna hanno impedito che l’attuale crisi deflagrasse totalmente. L’economia cinese ha ormai raggiunto quella americana, mentre l’India dovrebbe eguagliare il Giappone nel 2014. Insieme, i BRICs detengono circa il 30% del debito americano. India e Cina, da sole, valgono quasi il 40% della popolazione mondiale. È l’aggregato che Federico Rampini ha denominato “Cindia”, indicandole come il nascente blocco geo-politico e geo-economico del XXI secolo.

India e Cina sono anche altro: due stati in continua competizione militare, con addirittura un rapido conflitto “caldo” nel 1962. La somma delle loro forze armate è stimata attorno ai 4 milioni di unità (quelle americane sono circa 1 milione e mezzo). Soprattutto, India e Cina sono potenze nucleari, contigue ad altre potenze nucleari: la Russia e il Pakistan, ora anche la Corea del Nord e, tra poco, l’Iran. Senza dimenticare gli Stati Uniti, ben presenti in Asia. Una rivalità che si gioca in teatri separati (regionale e globale) e su livelli differenti (economico, politico, militare), e che la loro crescente interdipendenza sta contribuendo ad aumentare. Le ragioni di attrito sono almeno quattro.

Anzitutto controversie di frontiera. Da un lato, ci sono il Sikkim e l’Arunachal Pradesh, regioni del versante sud dell’Himalaya, attribuite all’India nel 1914 da un accordo fra inglesi e tibetani (la “linea McMahon”) e reclamate dalla Cina, dato anche l’attivismo in quei luoghi del Dalai Lama e del suo governo in esilio. Da più parti si dice che entrambe le parti hanno intensificato la propria presenza militare in quei territori. Dall’altro lato c’è il Kashmir, con i suoi confini indefiniti e indefinibili, dove l’alleanza sino-pakistana è forte, e che nemmeno questo vertice ha scalfito: malgrado l’istituzione di una linea telefonica diretta fra i due primi ministri, Delhi accusa Pechino di non aver ancora condannato esplicitamente gli attentati terroristici a Mumbai del 2008, di apparente matrice pachistana, nonché la decisione di emettere visti speciali (stapled visa) per l’ingresso in Cina dei cittadini del Kashmir indiano.

In secondo luogo, la crescente insofferenza indiana di un rapporto commerciale nettamente favorevole alla Cina. Circa il 70% delle esportazioni indiane è costituito da risorse prime o materiali in ferro, mentre quelle cinesi sono in prevalenza prodotti manifatturieri (di migliore qualità e a minor costo); uno scambio ineguale che sta generando un enorme surplus di bilancia commerciale per Pechino, intorno ai 20 miliardi di dollari. Una situazione aggravata, questa è l’accusa di Delhi, da un comportamento protezionista da parte cinese nei confronti dei principali asset economici indiani, in particolari l’industria farmaceutica e informatica. Alcuni parlano addirittura di relazione neo-coloniale.

Vi è poi la grande questione energetica, ovvero la corsa dei due giganti asiatici ai grandi bacini di approvvigionamento. Dal Brasile al Sudan, dall’Angola alla Nigeria, dalla Russia al Myanmar, lo schema è sempre uguale: investimenti, soprattutto in infrastrutture, in cambio di concessioni petrolifere. Anche in questo campo la prevalenza cinese pare evidente: forte di un Pil quattro volte più grande di quello indiano, Pechino può permettersi di offrire prestazioni più favorevoli (costi minori o investimenti maggiori) a scapito di Delhi. E non solo, ovviamente. Una “sete” così elevata da poter innescare, già nel breve periodo, forti rialzi dei prezzi degli idrocarburi a livello globale.

Ma energia non significa solo gas e petrolio. Per due paesi così grandi, con tassi di sviluppo così elevati, dove l’agricoltura mantiene un ruolo fondamentale per ampie fasce della popolazione, anche l’acqua può diventare un fattore di scontro: l’idea cinese di costruire una grande diga in Tibet per controllare la portata del fiume Brahmaputra e, quindi, dominare l’Asia meridionale è certamente poco apprezzata in India.

Infine vi sono le questioni legate alla sicurezza militare, al più classico hard power, che oggi in Asia ha un prevalente denominatore comune: una rinnovata politica delle alleanze. India e Cina sono al centro di un’intesa attività diplomatica e militare volta ad aumentare il prestigio politico dell’una e, al contempo, a limitare quello dell’altra. E tutto ciò con l’apporto interessato degli USA. Nel tentativo di limitare l’influenza cinese nella regione, sia verso la Corea del Nord che il Pakistan, Washington ha promosso un accordo bilaterale (avviato nel 2005 e ratificato dal Congresso nell’ottobre 2008) per il potenziamento dell’arsenale nucleare dell’India, che continua a rifiutarsi di sottoscrivere il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare del 1963. Al contempo, gli USA si sono fatti promotori di una più stretta partnership fra l’India e i propri altri alleati asiatici, soprattutto il Giappone. A testimonianza di ciò, nel 2007 è stata organizzata nel Golfo del Bengala una grande esercitazione congiunta tra forze aero-navali americane, indiane, australiane e giapponesi. Nel 2008, sempre con la supervisione americana, India e Giappone hanno siglato un accordo commerciale per circa 10 miliardi di dollari di investimenti giapponesi. Una vera rivoluzione per la politica estera di Delhi, tanto che l’ex-Sottosegretario di Stato americano, Nicholas Burns, ha parlato di un “asse delle democrazie” asiatiche in funzione anti-cinese. Un comportamento, benché con toni più moderati, seguito anche dall’attuale amministrazione e culminato con la recente visita di Obama e l’appoggio ufficiale americano alla richiesta dell’India di diventare membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La risposta di Pechino non è tardata: nuovi progetti di sviluppo militare, investimenti per infrastrutture portuali in Pakistan e Bangladesh; ma soprattutto la decisione di costruire due impianti nucleari in Pakistan. Oltre, ovviamente, al continuo sostegno per il regime nordcoreano, malgrado le recenti voci di un possibile futuro distacco da parte cinese.

Un quadro, questo delineato, che si presta ad alcune considerazioni. Da un punto analitico, l’Asia emerge come una replica piuttosto fedele della power politics dell’Europa ottocentesca: continua ricerca del potere, moderazione dei comportamenti, politica delle alleanze, fungibilità politica dei propri asset economici, realtà quasi de-istituzionalizzata. Un contesto in cui la visione di Halford Mackinder sulla centralità strategica dell’heartland eurasiatico torna di assoluta attualità. A questo si unisce quell’insieme di inquietudini collettive che, malgrado le tante differenze, accomunano oggi Cina e India: l’urto della turbo-modernizzazione industriale unito alla pressione demografica e il forte nazionalismo. Una miscela potenzialmente esplosiva perché diffusa in due stati di vaste dimensioni, con un grande passato imperiale, e attraversati da un’impetuosa crescita economica. Due super-potenze in ascesa, cioè (secondo il modello dei cicli di potenza di Charles Doran), quelle storicamente più propense ad innescare spirali conflittuali se il loro ruolo globale non trova riconoscimento in un adeguato status internazionale. Come la storia del Novecento ci ha drammaticamente insegnato.

Dal punto di vista del policymaker, la maniera più efficace di agire sembrerebbe essere quella di un grande architettura istituzionale con cui cercare di incanalare il fermento asiatico, prima che esso rischi di degenerare. Un disegno composto da più livelli: politico, militare, commerciale e valutario. Un’idea che in qualche modo raccolga la proposta, formulata da Sarkozy al G20 di Washington del novembre 2008, di una nuova Bretton Woods, poi caduta nel nulla. Un progetto difficile, più da accettare che realizzare, poiché apparentemente nessuna delle “tigri” asiatiche sembra disposta a sacrificare i propri benefici individuali sull’altare del benessere e del prestigio occidentale, soprattutto quando questi continuano a svolgere, ciascuno a suo modo, la propria realpolitik. Ciononostante, una strada da perseguire.

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