Il riemergere del problema curdo per la Turchia di Erdogan

La Turchia ha lanciato una repentina controffensiva nell’Iraq del nord e  in cinque province sud anatoliche in risposta all’attacco terroristico del PKK avvenuto il 18-19 ottobre. L’attentato ha colpito simultaneamente otto basi militari turche nella provincia di Hakkari, portando alla perdita di 24 soldati e al ferimento di altri 18. E’ stato uno degli episodi più sanguinosi avvenuti sul territorio turco da quando trent’anni  fa il PKK (Partito Curdo dei Lavoratori) ha iniziato la sua campagna separatista. Le operazioni militari si sono basate sull’azione congiunta di oltre 10.000 soldati, supportati da artiglieria e forze  aeree, nelle zone montuose del confine iracheno. Dall’inizio dei combattimenti è già stata annunciata l’uccisione di circa 60 membri del PKK, ma l’ondata di violenza non si placa: il 29 ottobre una donna kamikaze si è fatta saltare nel centro cittadino di Bingol provocando la morte di tre persone e il ferimento di altre venti.

E’ importante collocare temporalmente i sanguinosi avvenimenti del sudest anatolico: soltanto poche ore prima dell’attentato di Hakkari ad Ankara si era riunita una rappresentanza di tutti i partiti per  discutere un pacchetto di riforme costituzionali, a cui aveva preso parte anche il Partito curdo della Pace e delle Democrazia (BDP). La Costituzione vigente è tuttora quella imposta nel 1982 dalla giunta militare.

L’AKP ha promosso significative – anche se tardive – aperture democratiche, consentendo la  messa in onda di canali televisivi e radiofonici in lingua curda. Erdogan ha riconosciuto pubblicamente, per la prima volta, identità multiple nell’ambito dello stato turco; e ha sottolineato che i passati governi hanno  commesso errori e che oggi la questione curda deve essere risolta tramite il processo di  democratizzazione nel pieno rispetto del principio dell’unità dello Stato e della nazione. Questo impegno pragmatico spiega la condanna unanime dell’escalation di violenza da parte di tutte le fazioni politiche turche, compreso il presidente  del governo regionale del Kurdistan del nord Iraq, Masud Barzani, che ha definito l’ attacco un “assalto alla fratellanza turco-curda”.

Sebbene lungo tutto lo spettro parlamentare vi sia una comune  volontà di trovare una soluzione pacifica alla questione, il PKK continua a spargere sangue e dimostra di non essere pronto ad alcuna concessione. Il  timore di perdere il monopolio di influenza sui curdi, esercitato soprattutto tramite il ricorso alla lotta armata,  potrebbe avere serie conseguenze anche sulla tenuta del BDP che, in un momento di forte polarizzazione nel paese, dovrebbe prendere nettamente le distanze dalle frange estremiste. Il problema è molto serio: proprio nei giorni scorsi una maxi retata della polizia ha portato all’arresto di numerosi simpatizzanti del PKK, tra cui diversi esponenti del BDP e la docente universitaria Busra Ersanli, membro della commissione per gli emendamenti costituzionali. E’ chiaro l’intento del PKK di spingere  il governo ad adottare misure repressive nei confronti dei curdi, che renderebbero il clima ancora più conflittuale.

In quello che sembra a molti un vero gesto di disperazione del PKK si può riconoscere forse l’ombra del regime Baathista siriano. Secondo voci ricorrenti sarebbe stato siglato un patto segreto tra Damasco e la costola siriana del PKK in base al quale si incoraggerebbe attivamente quest’ultimo ad  attaccare obiettivi turchi. Il legame tra il regime siriano e il PKK risale del resto almeno agli anni ’80, e nel 1998 il leader Abdullah Ocalan aveva trovato ospitalità proprio in Siria.

Il contesto attuale è però esplosivo, viste le esercitazioni aeree avvenute nel mese di ottobre al confine siriano nel sud-est anatolico, che evidenziano una esplicita strategia di deterrenza militare messa in atto da Ankara. Dopo una massiccia offensiva contro i soldati regolari da parte dei ribelli siriani nei territori di Hama e Homs, è stata ufficializzata dal ministero degli Esteri turco un’azione di sostegno all’esercito dei ribelli siriani (ESL), che ha trovato ospitalità nei campi allestiti lo scorso giugno nella provincia anatolica di Hatay: qui si sta gradualmente organizzando una vera e propria stazione di comando contro il regime. Erdogan ha rimarcato l’impegno della Turchia a sostenere i “ribelli gloriosi”, ma anche al di là della retorica  un passo così clamoroso, che giunge dopo prolungati tentativi di dialogo, segna quasi una dichiarazione di guerra nei confronti di Assad.

Un risultato indiretto di questa situazione è che sembrano intanto rinsaldarsi i legami tra la Turchia e l’Iran: anche il regime di Teheran si considera infatti minacciato dall’azione separatista del PJAK (Partito per la vita libera del Kurdistan) che, come il PKK ed in stretto coordinamento con esso aspira all’autonomia territoriale dei curdi. Durante un incontro bilaterale tra il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu e la sua controparte iraniana, Ali Akbar Seher, si è delineata  un linea comune “nella lotta al terrorismo”.

Considerata nel suo naturale contesto regionale, la questione curda è il banco di prova sia per la piena maturità interna della Turchia che per la sua proiezione esterna come leader regionale. Nella questione curda convergono infatti le politiche di apertura democratica e la strategia di “zero problemi con i vicini” (che a questo punto andrebbe aggiornata anche nella denominazione). Una forte solidarietà interna è cruciale in un momento di difficoltà e di sfide regionali, ma c’è il rischio che l’impulso nazionalista (con la manipolazione dei recenti avvenimenti a scopi interni) finisca per frammentare invece che consolidare il consenso di cui il governo ha più che mai bisogno.

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