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Le ambizioni europee sul clima

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In occasione della Settimana europea dell’energia sostenibile promossa dalla Commissione europea, Ursula von der Leyen, presidente della stessa Commissione, ha dichiarato il 25 ottobre che “l’Unione Europea farà di tutto per rendere la COP26 di Glasgow un successo.”[1] Questa promessa, sebbene lessicalmente diversa, richiama alla mente un’altra memorabile dichiarazione (era il 2012) di un’altra figura di vertice della UE, a dimostrazione che lo stile del professor Mario Draghi ha lasciato un segno indelebile nella cultura e nella memoria degli europei, tedeschi inclusi.[2]

L’Unione è determinata ad attuare l’Accordo di Parigi, sottoscritto dai suoi paesi membri nel 2015, dopo la COP21, e ratificato in quelli successivi, per divenire non solo uno dei principali riferimenti mondiali per la definizione di regole e obiettivi, ma anche per essere la prima economia e società al mondo con impatto climatico zero entro il 2050. Il primo obiettivo intermedio di riduzione interna netta delle emissioni di gas a effetto serra è di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990: si tratta di impegni non solo politici ma formalmente legali per ciascuno dei suoi paesi membri.[3]

 

Una situazione allarmante

Nel suo ultimo rapporto, il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC), un organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici con sede a Ginevra, riporta che nel 2019, anno delle ultime misurazioni, le concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica (CO2) sono state le più alte degli ultimi due milioni di anni, mentre le concentrazioni di altri gas climalteranti come metano (CH4), e ossido di diazoto (N2O), sono state le più alte degli ultimi ottocentomila anni. La relazione tra le emissioni cumulative di CO2 antropiche e il riscaldamento globale è quasi lineare.[4]

Secondo il World Resources Institute, un’organizzazione no-profit di ricerca mondiale fondata nel 1982 a Washington per volere dell’avvocato ambientalista James Gustave Speth, ai dati attuali, la Repubblica Popolare Cinese immette nell’atmosfera il 24% delle emissioni globali di gas climalteranti, mentre l’Unione Europea meno del 7% su un totale di 48,93 miliardi di tonnellate equivalenti di anidride carbonica (Gt CO2e),[5] un rapporto squilibrato rispetto alle rispettive quote di prodotto interno lordo mondiale che sono pressoché uguali.[6]

 

Il PIL rappresenta, e rimane, l’indicatore di riferimento più coerente. Rapportare le emissioni in valore assoluto alla popolazione residente è operazione legittima – in tal modo il primato cinese nei gas climalteranti apparirebbe meno squilibrato – ma sarebbe fuorviante sia da una prospettiva di responsabilità, sia da una prospettiva delle azioni da intraprendere per risolvere il problema che attanaglierà il pianeta per tutto il ventunesimo secolo.

 

Un’azione internazionale necessaria

L’Unione Europea può, e potrà, fare poco o nulla per centrare l’obiettivo del surriscaldamento terrestre al di sotto di 1,5 °C entro il 2050 senza che la Cina si sieda al tavolo di lavoro insieme agli Stati Uniti e agli altri grandi paesi emettitori come Russia e India.

In questo scenario, è fondamentale che gli Stati dell’UE convincano il resto della comunità internazionale a condividere la medesima ambizione di infondere nella società civile e nel mondo economico una direzione di sviluppo pienamente sostenibile. Possono riuscirci attraverso una politica esterna attiva che si fondi, come dichiarato dal Consiglio europeo, sulla diplomazia climatica nei consessi multilaterali e bilaterali per promuovere azioni e obiettivi per il perseguimento di una transizione planetaria verso la neutralità̀ climatica, come pure sui finanziamenti per il clima a sostegno dei paesi in via di sviluppo per favorire azioni di mitigazione dei cambiamenti climatici e di adattamento ai suoi effetti.

 

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Con una politica esterna virtuosa imperniata sul raggiungimento del consenso, l’Unione europea può creare le condizioni affinché la comunità mondiale avanzi come un’unica forza. I risultati, però, saranno visibili nel lungo periodo.

 

Una politica interna fattuale

L’Unione Europea ha ben chiaro che deve associare, accanto a una politica esterna orientata al principio di condivisione equa e socialmente giusta degli sforzi, una politica interna fattuale che dia risultati efficaci con effetti tangibili nel breve-medio periodo sul benessere dei propri cittadini e delle proprie imprese.

La politica interna si è tradotta nel pacchetto denominato «Fit for 55», che include una serie di azioni concentrate su energia e trasporti allo scopo di allineare le attuali leggi agli obiettivi climatici per il 2030, avendo sempre come riferimento la neutralità climatica del 2050, aggiungendovi un obiettivo climatico intermedio per il 2040 da stabilire nei prossimi anni.[7]

 

Il pacchetto di proposte legislative della Commissione – che deve ancora essere tradotto in impegni vincolanti – rappresenta a tutti gli effetti il contributo che l’Unione prevede di apportare nel raggiungimento dell’Accordo di Parigi e che ha presentato alla comunità internazionale durante la Conferenza delle parti di Glasgow (COP26) allo scopo di trasformare le proposte del pacchetto in standard internazionali.

Il piano europeo è molto ambizioso, come pure quello di Stati Uniti, Regno Unito, Canada e di altri paesi con economie emergenti, ma come mostra il Climate Action Tracker (un gruppo di ricerca tedesco con l’obiettivo di monitorare le azioni per ridurre le emissioni di gas serra di 32 paesi responsabili di oltre l’80% delle emissioni globali), ci sono paesi grandi emettitori come Cina e Corea del Sud con programmi poco ambiziosi, mentre altri paesi ancora, come Russia, Indonesia e Brasile, presentano progetti per niente ambiziosi, e tra questi spicca anche, nel cuore dell’Europa, la Svizzera.[8]

Si profila un quadro politico verso il quale l’Unione Europea dovrà mostrarsi seriamente preoccupata, se non contrariata per il diseguale impegno dei paesi alla lotta al cambiamento climatico, pur manifestando la sua intenzione alla piena collaborazione.

 

I dettagli del piano

Lo schema del piano europeo prevede la revisione di una serie di normative che portino successivamente a interventi di miglioramento riguardanti principalmente l’energia e i trasporti, dal sistema di scambio di quote di emissione alle energie rinnovabili, dall’eliminazione progressiva del carbone alle emissioni di CO2 da veicoli per il trasporto su strada, interventi che in moltissime circostanze non hanno pari nel mondo.

L’Unione Europea con il suo sistema di scambio di quote di emissione – ETS, il primo e principale mercato del carbonio al mondo, nonché il più grande – stabilisce un tetto massimo per i quantitativi di CO2 che l’industria pesante e le centrali elettriche possono emettere, con un volume totale di emissioni consentite distribuito alle imprese sotto forma di autorizzazioni che possono essere liberamente scambiate sui mercati regolamentati.

La revisione del sistema di scambio comprende la sua estensione al trasporto marittimo, il riesame delle norme sulle emissioni del trasporto aereo, l’istituzione di un sistema di scambio di quote di emissione distinto per il trasporto stradale e l’edilizia, e infine un aumento del fattore di riduzione lineare delle quote di emissioni annuali dal 2,2% al 4.2%.

Le imprese interessate dalla revisione potranno subire perdite di competitività nel breve-medio periodo, ma se avranno la volontà di riformulare le proprie strategie e introdurre innovazione tecnologica e organizzativa, allora la loro posizione sul mercato interno come pure sul mercato internazionale si rafforzerà.

È opportuno ricordare che il sistema di scambio di quote di emissione permette di dare un prezzo alle emissioni, e dunque di consentire alle imprese di valutare con buona approssimazione i costi e i benefici dei propri investimenti industriali.

 

Decarbonizzazione e transizione

L’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) riporta che più di un quarto delle emissioni di gas serra nell’UE è generato dalla produzione e distribuzione di energia su un totale di 3,625 miliardi di tonnellate equivalenti di anidride carbonica. Ma la porzione diventa di tre quarti del totale quando si aggiungono le emissioni generate dal consumo della stessa energia prodotta e fornita. Il processo di decarbonizzazione del settore energetico è dunque un elemento centrale della transizione verde.[9]

 

Il pacchetto Fit for 55 prevede un aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili dall’attuale 32% al 40% entro il 2030, ma sebbene l’energia elettrica generata da acqua, sole e vento è idealmente illimitata, presto o tardi si raggiungerà un limite fisico non più oltrepassabile, sia per questioni di capacità produttiva sia perché il loro utilizzo dipende da determinate condizioni meteorologiche.

L’Unione vuole superare questo limite strutturale puntando sull’integrazione dell’intero sistema energetico europeo rendendolo più interconnesso (cosa che oggi è solo in parte), più circolare e più diretto, dunque più efficiente e meno costoso per cittadini e imprese. Ciò rappresenterebbe poi un altro importante passo in avanti verso una piena integrazione delle istituzioni comunitarie.

 

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Alle tradizionali energie rinnovabili si vuole aggiungere l’idrogeno rinnovabile, prodotto usando energia eolica e solare, ma nel breve-medio periodo si possono accettare anche altre forme di idrogeno a basse emissioni di carbonio per ridurre rapidamente le emissioni e sostenere la creazione di un mercato redditizio.

Complementare allo sviluppo delle energie rinnovabili è la chiusura degli impianti per la produzione di energia elettrica alimentati con carbone che rappresentano nell’Unione Europea circa il 13% della produzione totale di elettricità.[10]

 

Il carbone è anche un importante motore economico per alcuni Stati dell’UE, poiché fornisce lavoro per via diretta e indiretta a circa mezzo milione di persone tra miniere, centrali elettriche e attività secondarie (nella gran parte concentrati nei paesi centrorientali).[11]

Ciononostante, il declino della produzione di energia europea a base di carbone è una realtà in corso da oramai un decennio, un destino ineluttabile che si realizzerà gradualmente: già entro il 2021 nove paesi abbandoneranno definitivamente l’economia del carbone, mentre entro il 2040 dovrebbero abbandonarla tutti gli altri, incluse Germania, Francia e Italia. Per paesi come Polonia e Repubblica Ceca[12] rimane però una certa incognita: se non si adegueranno, rimarranno in un perenne stato agonizzante producendo un’energia sporca non compatibile con il futuro sistema energetico europeo, integrato, connesso, efficiente e flessibile al servizio di cittadini e imprese.

 

Le tappe della riconversione

La riconversione delle attività produttive sarà complessa ma possibile – tra oggi è il 2050 vi è di mezzo il tempo per una nuova generazione di cittadini – e rappresenta un grande prova di coerente impegno per richiedere agli altri grandi consumatori di carbone, Cina fra tutti, di prendere uguali decisioni per dimensioni, impatto e tempi di realizzazione.

Ancora secondo l’AEA, circa il 23% delle emissioni di gas climalteranti generato nell’Unione Europea proviene dal trasporto domestico, di cui il 94% dal trasporto su strada.[13] Tanto che, a partire dal 2021, il Consiglio europeo ha stabilito limiti di emissione più severi per autovetture e furgoni, precisamente per le autovetture una riduzione del 37,5% e per i furgoni del 31% entro il 2030, stessa sorte per autocarri e altri veicoli pesanti con l’unica differenza nell’anno di partenza, rispettivamente per i primi una riduzione del 15% a partire dal 2025 e per i secondi del 30% a partire dal 2030.[14]

La diffusione dei veicoli elettrici in Europa è in aumento, in linea con l’obiettivo politico di ridurre le emissioni di gas serra dei trasporti, tuttavia, la penetrazione del mercato rimane relativamente bassa, considerando, infatti, i tre paesi più grandi, Germania, Francia, Italia, nei primi due le nuove immatricolazioni di veicoli elettrici nel 2020 non superano il 3%, mentre nel terzo non supera l’uno. Tra i migliori si fanno notare i Paesi Bassi, con il 16% di nuove immatricolazioni.[15]

 

Secondo la Commissione, il settore automobilistico fornisce occupazione diretta e indiretta a 13,8 milioni di europei, che rappresentano il 6,1% dell’occupazione totale, di cui 3,5 milioni di posti di lavoro diretti e indiretti nella produzione, 4,5 milioni nelle vendite e nella manutenzione e 5,1 milioni nei trasporti. Più specificamente, 2,6 milioni di persone lavorano nella produzione diretta di autoveicoli, che rappresentano l’8,5% dell’occupazione nel settore manifatturiero.[16]

In uno studio condotto dalla Friedrich Ebert Stiftung (la fondazione politica tedesca, affiliata alla SPD, che promuove la democrazia e l’educazione politica) ponendo a confronto un motore a combustione interna e un motore alimentato con batteria elettrica, si mostra come il motore e la trasmissione del primo contano circa 1.400 componenti mentre del secondo appena 200 componenti.[17]

Qualunque sarà la tecnologia dominante, la conversione all’auto non alimentata da combustibili fossili è un passaggio obbligato, ma anche un pericolo per l’industria motoristica europea. Un’eccellenza assoluta con oltre 150 anni di storia, a rischio di estinzione in un lasso di tempo relativamente breve, a meno che la ricerca e gli investimenti non siano convogliati sul motore a combustione interna alimentato con idrogeno che è strutturalmente simile al motore alimentato a benzina e diesel.

Nel mondo, l’Unione Europea è l’architettura politica ed economica più articolata, il mercato più grande e ricco, la potenza diplomatica a più alto potenziale, il principale riferimento per diritti civili, equità e inclusione sociale.

Se la COP26 di Glasgow deve essere ricordata ai posteri come il momento in cui il mondo decise finalmente di lavorare insieme per affrontare la più grande minaccia a cui l’umanità era mai stata sottoposta prima, allora questa è l’occasione per l’Unione di assumere per i prossimi cento anni una leadership morale del mondo, e di fare del ventunesimo secolo un secolo europeo.

 

 


Note:

[1] “The European Union will do everything to make COP26 a success”, Speech by President von der Leyen at the European Sustainable Energy Week, European Commission, 25 October 2021, tinyurl.com/4zac4332

[2] “We are ready to do whatever it takes to preserve the euro”, Speech by Mario Draghi, President of the European Central Bank at the Global Investment Conference, European Central Bank, 26 July 2012, tinyurl.com/4s23vp4k

[3] Regolamento (Ue) 2021/1119 del Parlamento europeo e del Consiglio, Ufficio delle pubblicazioni dell’Unione europea, 30 giugno 2021, tinyurl.com/4jt6h23m

[4] Climate Change 2021, Intergovernmental Panel on Climate Change, August 2021, tinyurl.com/4ydfxztf

[5] Historical GHG Emissions, Climate Watch, 2018, tinyurl.com/htfkpr8k

[6] GDP (current US$), The World Bank, 2020, tinyurl.com/6vfx7h3p

[7] Pronti per il 55%, Consiglio europeo, 11 ottobre 2021, tinyurl.com/5ea3tt7h

[8] CAT Climate Target Update Tracker, Climate Action Taker, last updated 27 October 2021, tinyurl.com/yu2szry3

[9] EEA greenhouse gases, European Energy Agency, 2019, tinyurl.com/d25n56zr

[10] Where does our energy come from?, European Commission, 2019, tinyurl.com/j2tvx7sr

[11] EU coal regions: opportunities and challenges ahead, European Commission, 31 July 2018, tinyurl.com/vcxf7cz5

[12] Coal regions in transition, European Commission, 22 October 2021, tinyurl.com/2xm8u9fk

[13] Cutting CO2 road transport emissions, European Council, 25 November 2020, tinyurl.com/wpukhv3n

[14] Emissioni CO2 di autovetture e furgoni, Consiglio europeo, 15 aprile 2019, tinyurl.com/j6wsrw2x

[15] New registrations of electric vehicles in Europe, European Environment Agency, 11 May 2021, tinyurl.com/s6znv9s8

[16] Automotive industry, European Commission, 2021, tinyurl.com/ymhmwpyu

[17] The future of the German industry, Friedrich Ebert Stiftung, 2015, tinyurl.com/wwxh3dd