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Africa: la desertificazione tra cliché e sfide globali

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Nella vasta, evidentemente quanto l’intero pianeta terra, questione del cambiamento climatico un aspetto forse più sottovalutato di altri è quello rappresentato dalla desertificazione. Lo è sia per la robusta polivalenza semantica del termine (desertificazione è espressione traslata che si presta ad estensioni), sia per indicare il fenomeno tangibile e crescente e che investe immense aree del continente africano (e non solo).

La premessa, nonostante l’evidente ancoraggio logico, contiene una criticità molto significativa se posta alla prova dei fatti, o meglio degli approcci per tentare di gestire, se non di contrastare, il problema e i suoi effetti più drammatici.

Il punto debole è tutto nel binomio ambiente/conflitti, dove se gli scienziati pongono l’accento sull’urgenza di politiche (anzi di svolte) green per contrastare il fenomeno climatico, gli analisti politici dal canto loro evidenziano il ruolo dei conflitti armati in qualità non solo d’intensificatori del fenomeno, ma oramai anche di causa diretta.

Desertificazione in Darfur

 

In altre parole: limitarsi a sostenere come la desertificazione, cioè la cronicizzazione del degrado del terreno che apre le porte alla scomparsa della biosfera e alla conseguente crescita del deserto, generi conflitti è troppo poco o troppo facile. E’ come dire che nelle guerre il prezzo più alto lo pagano i più deboli. D’accordo, ma per quanto vero e molto triste, l’enunciato non aggiunge nulla al dibattito e anzi rischia una generalizzazione per cui le guerre si assomigliano tutte, come i cataclismi naturali. Non è così.

Dal punto di vista della scienza e della statistica la fotografia è impietosa: ogni anno il degrado su scala mondiale in termini di superficie è pari alla metà di quella dell’Unione Europea: parliamo di 4,18 milioni di km² colpiti, con Africa e Asia come continenti più esposti.

I dati raccolti dal Centro comune di ricerca (JRC) della Commissione Europea e pubblicati nel meritorio “Atlante della Desertificazione” stimano una riduzione del 10% dei raccolti mondiali entro il 2050; nello stesso lasso di tempo 700 milioni di persone entreranno loro malgrado nello status di “sfollati” a causa di problemi legati alla desertificazione.

Se l’innalzamento delle temperature è un problema che riguarda tutto il Pianeta, nelle aree desertificate risulta di circa 1,5 volte superiore. Il dato è deflagrante se si considera che l’agricoltura rimane il principale asset delle economie sub-sahariane in termini di PIL (pur con tutta l’astrazione del dato) ma soprattutto di occupazione reale: ne dipende il 76% della popolazione del Niger, il 65% del Mali, il 55% della Mauritania e il 29% del del Burkina Faso.

Al lato opposto dello spettro, quello geopolitico, possiamo osservare come i conflitti armati abbiamo determinato un ulteriore salto di qualità, in negativo, sia quando essi hanno il rango di vere e proprie crisi regionali (Mali e per estensione tutto il Sahel sino al Corno d’Africa), sia quando questi conflitti riguardano le comunità locali (si citi, solo ad esempio, il confine tra Kenya ed Etiopia).

In questo scenario critico le ONG lavorano da decenni al tema dei pozzi, come strumento per combattere la desertificazione, per alleviare cioè le condizioni di popolazioni costrette in aree dove è ormai quasi impossibile vivere a causa dell’assenza di acqua potabile in primis, ma anche di acque irrigue, fondamentali per i raccolti.

Ma il Sahel, non dimentichiamo, è stato il teatro di un’alleanza frankestein tra i Tuareg e le milizie Jihadiste nel 2012. Le bande insomma, quelle regolari come quelle paramilitari (in teatri dove il discrimine è spesso prosaicamente sancito dalla momentanea supremazia nel conflitto, non dal diritto internazionale), dissuadono la costruzione di nuovi pozzi come forma di controllo di un territorio che, di conseguenza, accelera il proprio destino di pauperizzazione, se non addirittura lo incomincia ex novo. Mestamente, dove non è ancora arrivato il Cambiamento Climatico, l’azione dell’uomo ne vicaria l’opera distruttiva, lasciando andare in malora le già minime infrastrutture esistenti o impedendo la nascita di nuove.

Nell’ultimo periodo la crescente intensità dei conflitti ha portato le ONG a promuovere una forma di pozzi più piccoli (in inglese boreholes), a misura d’isolato si potrebbe quasi dire; essi, senza andare in profondità come le classiche infrastrutture idriche, riescono comunque a garantire un minimo approvvigionamento di sussistenza ai villaggi.

Il bicchiere, attenzione, è mezzo vuoto. Nel senso che la strategia, per quanto encomiabile, è chiaramente difensiva. Si promuove la costruzione di pozzi più piccoli (spesso realizzata a mano…) perché tentare la costruzione di quelli grandi tramite cantieri è diventato un rischio quasi insostenibile per gli staff dei tecnici e dei cooperanti, sotto costante minaccia di rapimenti o direttamente di agguati mortali.

Perché il paradigma d’intervento cambi, andrebbero poi definitivamente superati alcuni cliché. I due principali riguardano le migrazioni e la natura delle siccità moderne. La Desertificazione non imprime infatti impulso alle migrazioni sulla direttrice Sahel/Europa. Il Sub-Sahara è anzi il teatro di una stagnazione di migranti che arrivano da sud del continente e lì si bloccano, non avendo più i mezzi per continuare il loro viaggio della speranza. L’aumento di popolazione in aree fragili è uno dei fattori che aggravano il degrado dei terreni, aumentando drammaticamente una domanda di acqua già deficitaria per le popolazioni autoctone.

La regione del Sahel in Ciad

 

Il secondo cliché riguarda la tipologia di siccità, che non è più quella del secondo Novecento quando grandi carestie colpivano l’Africa e il mondo Occidentale si mobilitava, di volta in volta, per tamponare l’emergenza, versante mediatico incluso. Il Cambiamento Climatico si configura oggi come un fattore imprevedibile, dove alle fasi di siccità seguono eventi atmosferici di segno opposto, con conseguenze (si pensi alle inondazioni) comunque catastrofiche per i raccolti. Le crisi insomma si sono cronicizzate, ma in un quadro d’imprevedibilità costante.

A rendere il mix insostenibile c’è poi il dato demografico. Talmente esorbitante, in Africa, da far tremare la pur nitida panoramica di una desertificazione ambientale che trova nella desertificazione spietata della lotta politica addirittura il proprio principale rivale in negativo.

A questo punto sì, le fasce più deboli pagano il prezzo maggiore, non fosse altro perché sono destinate numericamente ad ingrossarsi di anno in anno, in termini inversamente proporzionali alla disponibilità di terra fertile.