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Afghanistan: una scommessa di pace, spinta dal basso

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Nel giorno della celebrazione di Eid al-Adha, il sacrificio di Abramo, il 21 agosto, mentre il presidente afgano Ashraf Ghani stava parlando (e a due giorni dalla sua richiesta di una nuova tregua), l’autoproclamato Stato islamico ha risposto con lancio di razzi direttamente sul palazzo presidenziale. Nascosti in città, hanno ingaggiato una battaglia durata tre ore che ha visto impegnati anche elicotteri da combattimento dell’esercito afgano; solo pochi giorni prima, i talebani avevano dato un’ennesima prova di forza con un attacco di guerriglia a Ghazni, durato cinque giorni. Eppure, anche se il nuovo tentativo di tregua è fallito (i talebani lo hanno lasciato cadere) e la guerra va avanti, qualcosa si muove nel Paese dell’Hindukush. Dal basso.

Guerriglieri e civili durante la tregua di Id al-fitr

 

Tra meno di sei mesi l’Afghanistan celebrerà il quarantennale di una guerra, cominciata alla fine del 1979 con l’invasione dell’Armata Rossa. A ben vedere l’invasione sovietica era iniziata ben prima, sia con la “Rivoluzione di Saur” dell’aprile 1978 e l’avvio di turbolenze sempre più diffuse nelle campagne, sia con la presenza di “consiglieri” sovietici che pianificarono l’ingresso, nel dicembre successivo, dei carri armati dell’URSS. Le avvisaglie erano state diverse e consistenti, ma furono forse ignorate.

Anche oggi, avvisaglie che qualcosa di grosso potrebbe avvenire in Afghanistan, quattro decenni dopo l’inizio di un conflitto che pare infinito, si possono leggere  in alcuni avvenimenti recenti. La nuova stagione che si annuncia, se  ben maneggiata, potrebbe questa volta portare il cambiamento che tutti si auspicano: cessate il fuoco, tregua, avvio di negoziati di pace, fine della guerra. Possibile? Utopico? Cerchiamo di capire.

Il contesto della prima metà dell’anno

L’inizio del 2018 è stato caratterizzato soprattutto da due elementi: una sorta di  nuovo surge americano, affidato dal 2017 a un aumento di “stivali sul terreno” con una crescita dei bombardamenti mirati (triplicati rispetto al 2016), e una serie di evoluzioni in seno alla guerriglia. Sul fronte degli insorti si registra da una parte il consolidamento dello Stato islamico (Provincia del Khorasan) con attentati sempre più mirati a minoranze locali (sciiti, sikh) e sempre più eclatanti; dall’altra la nascita di diverse “shure” (consigli) talebane.

La prolificazione di fronti – dal Nord sino alla shura di Mashhad, in Iran, controllata da Teheran – sembra indicare nuove difficoltà per mullah Haibatullah Akhundzada – l’uomo che ha sostituito mullah Mansur che a sua volta aveva rimpiazzato mullah Omar – nel tenere assieme una galassia disomogenea e incontrollabile. Ciò dipende in parte sia dalla strana coppia formata da Akhundzada – un “alim”, ossia un teologo, nazionalista e in linea con le strategie storiche dei talebani – e da Sirajuddin Haqqani, suo braccio destro, di affiliazione qaedista e leader della Rete Haqqani, la frangia più radicale della galassia talebana. Gli analisti propendono per una lettura economica nella nascita dei diversi fronti: altrettanti Paesi, dalla Cina al Pakistan, dall’Iran all’Arabia Saudita alla Russia, finanziano il “proprio” gruppo talebano, per assicurarsi una posizione di privilegio nel controllo futuro del Paese. Quanto allo Stato islamico, il suo progetto di conquista territoriale di alcune zone dell’Afghanistan si è rivelato una chimera: sconfitti dall’esercito, combattuti dai talebani e invisi alle popolazioni locali, hanno ripiegato sui soli attacchi terroristici. Aumentando il carico di tritolo e la speranza di maggior eco mediatica.

La strategia americana è quella di aumentare raid aerei e truppe sul terreno. Trump appoggia il governo di Kabul e le sue richieste di colloqui di pace con la guerriglia, ignorando le richieste di trattative dirette che i talebani, ignorando l’esecutivo di Ghani, chiedono da tempo. Il lavorio diplomatico non sembra avere grande impulso se non con una guerra delle parole e tagli agli aiuti militari nei confronti del Pakistan, il che ha forse ammorbidito in parte la posizione di Islamabad, ma senza altri grandi risultati.

La scommessa di Id al-fitr

Al netto di questo stato di cose, non molto diverso dall’andamento della guerra negli anni passati, le novità si registrano nel fronte interno afgano. In occasione della festa di Id al-fitr, che celebra la fine del digiuno di Ramadan a metà giugno, il presidente afgano Ashraf Ghani ha lanciato un sasso nella palude, proponendo una tregua unilaterale e invitando i talebani ad aderirvi.  Sorprendentemente, la cupola di Quetta – la shura per eccellenza, la “capitale” talebana – ha reagito positivamente, accettando un cessate il fuoco di tre giorni, anche se Akhundzada ha fatto di tutto per far apparire la scelta non una concessione al governo, ma una scelta autonoma della guerriglia.

La tregua – effettivamente rispettata da tutte le parti in conflitto (con l’esclusione dello Stato islamico) – si è rivelata un successo, con scene di festa, riprese dai telefonini e condivise sui social, e abbracci tra soldati regolari e talebani, questi ultimi ammessi – purché disarmati – in tutte le città e i villaggi dove avevano parenti. Benché poi vi sia stata una punizione per i guerriglieri che si erano lasciati andare agli abbracci – almeno così è stato detto pubblicamente – e benché Quetta si sia rifiutata di aderire a un’estensione della tregua oltre i tre giorni (come Ghani aveva suggerito), l’esperimento resta un successo. Sia perché per la prima volta, seppur indirettamente, Quetta e Kabul si sono parlati. Sia perché il Paese ha visto e apprezzato cosa significhi il silenzio delle armi.

Sollevazione pacifica dal basso

Tutto questo, però, non sembra avvenire per caso. Facciamo un passo indietro: alla fine di marzo, pochi giorni dopo l’ennesimo attentato che fa strage di civili a Lashkargah tra quanti hanno assistito e partecipato a una manifestazione sportiva, i cittadini del luogo improvvisano una dimostrazione simbolica che in breve si trasforma in sit-in e sciopero della fame. Senza che vi sia un organizzatore, un partito o qualche gruppo promotore, gli “autoconvocati” issano una tenda ma senza accontentarsi di protestare e piangere. Chiedono alle parti il cessate il fuoco e anzi si spingono a decidere una marcia verso Musa Qala, uno dei luoghi dove vogliono consegnare il loro messaggio ai capi talebani.

L’imbarazzo sia tra i talebani sia nel governo di Kabul è palese. Per molti giorni è silenzio, rotto da un comunicato talebano che cerca di delegittimare chi protesta, accusato di essere eterodiretto. Kabul prende tempo e manda qualche emissario ma intanto la protesta si espande: dopo Lashkargah, Kandahar. Poi in decine di altre province: se ne contano 16 nel giro di qualche settimana da  Herat a Nimruz, da Farah a Zabul.

La novità consiste proprio nella resistenza nel tempo della protesta pacifica e nell’assenza di una leadership: un moto spontaneo che spiazza e non demorde. Nel frattempo, nel vicino Pakistan accade qualcosa di simile. Un movimento (questo sì strutturato e con una piattaforma, il Pashtun Tahaffuz Movement) vede negli stessi giorni migliaia di Pashtun criticare governo e militari il cui pugno di ferro, con la scusa dell’anti-terrorismo, colpisce indiscriminatamente le aree tribali.

Il 18 giugno, dopo 38 giorni e 700 chilometri a piedi, otto afgani partiti da Helmand col mandato di portare la protesta nella capitale arrivano a Kabul. Sono diventati cento. Lungo il cammino sono stati rifocillati e rinvigoriti da contadini e paesani. A Kabul manifestano sedendosi prima davanti alla sede dell’ONU, poi di fronte alle sedi diplomatiche. Mandano messaggi al governo, ai suoi alleati, alla guerriglia. Ed esigono risposte.

E’ questo il clima in cui arriva la tregua di Id al-fitr: un passo che forse non sarebbe stato possibile senza una spinta dal basso.

Succede però anche qualcos’altro: dopo la tregua, gli americani compiono una svolta, benché ancora semiufficiale, senza precedenti. In realtà da alcuni mesi in gran segreto due mediatori – un militare e una diplomatica – hanno incontri regolari con la guerriglia. Ma è dopo la tregua che diventa di dominio pubblico la decisione di aprire un canale negoziale diretto tra Washington e i talebani. Negoziato che, secondo fonti di stampa, avrebbe persino registrato una disponibilità della guerriglia ad accettare, a fronte del ritiro delle truppe dal Paese, che una parte dei soldati USA rimanga, seppur in forma ridotta.

E’ forse questo il motivo per cui, in questi giorni, i talebani hanno condotto un’offensiva a Ghazni – conquistando la città per alcuni giorni – e aumentato la pressione sulla capitale con nuovi attentati. Il segno forse che, prima del prossimo round negoziale previsto in settembre, la guerriglia spera di poter trattare da una posizione di forza.