L’importanza del Texas alle midterm del 2026
Alle elezioni presidenziali del 2024 il voto degli ispanici in Texas è stato una sorpresa. Non sono gli ispanici ad aver fatto la differenza in uno Stato che vota repubblicano da decenni, ma quella scelta in favore di Trump sembrava indicare una tendenza, una svolta in grado di trasformare le coalizioni che sostengono i partiti statunitensi. In tutta la regione del Sud-Ovest degli Stati Uniti la presenza ispanica non è una novità dovuta all’immigrazione: diversi territori che oggi formano parte o costituiscono Stati degli USA appartenevano al Messico prima delle guerre concluse nel 1848.

Le fragilità del dominio repubblicano
La novità di quel voto non è quindi che il voto degli ispanici sia una componente essenziale, ma piuttosto la loro scelta di abbandonare i democratici e schierarsi (in maggioranza) con questo presidente – gli exit polls del 2024 indicano un sostegno del 55%, contro un dato medio di Trump in Texas del 56,3%. Il Lone Star State non era certo tra quelli contesi – l’ultimo presidente democratico ad aver vinto qui è Jimmy Carter nel 1976 – ma quello del voto ispanico è stato un piccolo terremoto. Grazie a un’ampia partecipazione di quella minoranza e del voto delle città, infatti, nel 2016 Hillary Clinton aveva ottenuto il miglior risultato di un candidato del suo partito in termini di voti assoluti, perdendo soltanto grazie alla capacità di Trump di pescare tra gli astensionisti bianchi.
Come è possibile che capiti di nuovo il 3 novembre 2026 per il midterm, i voti ispanici si spostarono da un partito all’altro a causa di un’economia che non soddisfaceva i texani, specie quelli meno abbienti. E poi c’era la promessa di sigillare il confine, dando la caccia ai criminali. Gli ispanici texani e di altri luoghi pensavano che la narrazione trumpiana su stupratori e narcos clandestini non riguardasse direttamente loro e i loro vicini di casa, le loro famiglie, eccetera, ma soltanto i membri delle gang. Si sbagliavano, visto che la politica contro i criminali si è rivelata essere una caccia spesso indiscriminata a chiunque non abbia i documenti in regola. Nell’America del 2026 si rischia di passare per un centro di detenzione – venendo poi rilasciati – anche e solo avendo le fattezze di un messicano.
I raid dell’ICE non sono l’unico fattore di questo ritorno del consenso verso il Partito Democratico: preoccupano i prezzi e l’inflazione, tutti lo sanno, è una conseguenza della guerra all’Iran e – in minor misura – della politica dei dazi dell’amministrazione repubblicana. Alcuni sondaggi indicano un possibile voto ispanico per i candidati democratici al Senato e al governatorato del Texas, James Talarico e Gina Hinojosa, sopra al 60%. Sia i repubblicani che i democratici di origine ispanica sono favorevoli a una regolarizzazione delle persone immigrate e non in regola.
Parlando ancora di sondaggi, è utile segnalare come l’entusiasmo per l’idea di votare sia molto alto tra i giovani texani e meno tra i più anziani. Come per gli ispanici, questo entusiasmo favorisce i candidati del Partito Democratico, che infatti, e clamorosamente, sono avanti nei sondaggi. Davvero – nel Texas delle mega-chiese, dei pozzi di petrolio e degli allevamenti estensivi – si può pensare che una donna latina e un 37enne democratico possano diventare governatrice e senatore, quando gli ultimi democratici a occupare quei posti sono stati Ann Richards e Lloyd Bentsen eletti rispettivamente nel 1991 e nel 1988?
Le “grandi speranze” dei Democratici
Le ragioni sono molteplici: in parte c’è quel che sta capitando in diversi altri Stati del Sud, che per ragioni legate agli sgravi fiscali hanno attirato investimenti e popolazione giovane e istruita – dunque più propensa a votare per i Democratici. Ma conta anche l’aumento demografico dell’elettorato ispanico per ragioni demografiche, l’economia e il presidente Trump. Poi ci sono i candidati.
Se guardiamo all’economia, sebbene i prezzi del petrolio alle stelle abbiano beneficiato uno Stato che fa dei pozzi petroliferi il proprio orgoglio, la decisione dell’amministrazione Trump di bloccare 52 progetti di impianti di eolico non è stata accolta favorevolmente. Il Texas, a dispetto della sua reputazione tutta “fossile”, è il primo produttore di energia rinnovabile del Paese, primo per eolico e secondo per solare, e ha puntato molto sul settore.
Nemmeno gli allevatori sono contenti: nel mese di settembre la loro associazione, assieme di quelle di Kansas e Oklahoma, ha diffuso un comunicato che protestava per i raid dell’ICE: “Le operazioni hanno avuto un enorme effetto deterrente sui lavoratori qualificati, legali e regolarmente documentati che portano la carne bovina sulle nostre tavole e mantengono attiva la filiera del bestiame». I raid non disturbano solo gli allevatori ma tutto il settore agricolo e della trasformazione, dove la manodopera di origine straniera è un quarto del totale (ma nei campi la percentuale cresce). Mesi prima la protesta degli stessi allevatori aveva riguardato l’importazione di carne bovina senza i dazi esistenti (non quelli trumpiani) il cui costo nei supermercati era del 25% più basso di quella americana – nel 2024 in Texas pascolavano 12 milioni di mucche, più che ovunque negli States. Il Texas è anche il quarto Stato agricolo del Paese e quello con più imprese agricole – allevamenti compresi. Le scelte di Trump sulle rinnovabili e sull’agricoltura, insomma, non sono gradite neppure a un elettorato che è tendenzialmente conservatore e repubblicano
Poi c’è Austin, uno degli hub tecnologici del Paese, città in crescita con l’Università che fornisce cervelli a diverse imprese nazionali importanti e che dal 1990 a oggi ha più che raddoppiato la propria popolazione (qui Kamala Harris prese il 68%). Anche le altre città dello Stato tendono a votare per i Democratici e, come per la crescita della componente di voto ispanica, l’aumento della popolazione urbana ha reso il ritardo democratico meno insormontabile che in passato: nel 2018, con un buon candidato che lo sfidava, il senatore uscente Ted Cruz vinse di appena due punti percentuali (contro i 14 della tornata precedente).
A proposito di tecnologie, un altro aspetto che complica la vita al Partito Repubblicano sono i data center, che il presidente promuove come “bellissimi” sostenendo che le voci che corrono sul consumo di energia, acqua, il rumore e l’inquinamento siano bufale messe in giro dai cinesi. L’opposizione alla loro costruzione e i disagi portati laddove ce ne sono di nuovi, è diffusa in tutti gli Stati Uniti, e il Texas, con i suoi grandi spazi, è uno degli Stati dove si prevedono più progetti nuovi. Ma ad essere favorevole alla loro costruzione è meno di un terzo della popolazione e questo ha spinto vari politici del partito del presidente a cambiare la propria posizione: il governatore Greg Abbott, che cerca la rielezione, è passato dal sostenere che il Texas sarebbe divenuto l’epicentro dello sviluppo dell’intelligenza artificiale a chiedere una pausa nella costruzione di nuovi progetti.
Le personalità dei candidati
La sfida texana per il Senato e per il posto da governatore sarebbero comunque state meno scontate che in passato. Ma la scelta dei candidati ha contribuito a fare la differenza. James Talarico è giovane e “nuovo” in un momento in cui il sentimento negativo contro i politici navigati è diffuso. Il rappresentante democratico ha un’aria per bene che difficilmente si può associare a un “comunista lunatico”, come Trump chiama i suoi oppositori, e così lo si accusa di essere vegetariano (falso) e di avere poco testosterone. Il candidato Dem usa continuamente parabole religiose per proporre le sue idee e metterle in contrasto con quelle del suprematismo evangelico in voga oggi tra i conservatori americani. “Gesù ci ha consegnato due comandamenti, amare dio e amare i nostri vicini, questi principi mi hanno guidato nella vita, ho fatto il professore a scuola e poi il rappresentante all’assemblea legislativa statale e studio in seminario per diventare pastore presbiteriano”, ha detto ad Ezra Klein del New York Times durante una lunga intervista. Per poi aggiungere che “La giustizia economica è menzionata 3.000 volte nelle nostre Scritture. È un aspetto fondamentale della nostra tradizione, eppure è del tutto assente nel nazionalismo cristiano e nella destra religiosa”. Ha infine ricordato che invece le scritture non parlano di omosessualità e aborto, che sono invece tra le ossessioni della destra religiosa.
Insomma, Talarico non è un progressista come altri che corrono altrove nelle elezioni di metà mandato, ma non è neppure un moderato in senso classico. Sulla sanità è per una versione moderata della sanità pubblica per tutti proposta da Bernie Sanders e per il ritorno del diritto all’aborto, è per il diritto ad iscriversi ai sindacati e per un salario minimo federale di 15 dollari l’ora, per un sistema fiscale che tassi di più i miliardari, le corporation e i ri-acquisti di azioni.
L’ultimo aspetto che rende possibile una vittoria democratica in Texas si chiama Ken Paxton, il candidato sostenuto da Trump alle primarie contro il senatore uscente John Cornyn. Un Repubblicano tradizionale, il secondo, e invece un procuratore generale statale messo sotto impeachment dal suo stesso partito il primo. Paxton è una figura divisiva, con almeno quattro processi per frode e corruzione alle spalle, ha cambiato residenza ogni volta che comprava una casa per ottenere benefici fiscali e sui mutui, è divorziato dopo una storia extraconiugale.

La candidatura di Paxton e tutti i fattori richiamati – demografia, delusione per l’amministrazione Trump, economia – aiutano anche la Dem Hinojosa nella sfida al governatore uscente Greg Abbott. Anche in questo caso una candidatura che funziona, contro un governatore che appariva come certo di venire rieletto, ma che paga nei sondaggi la vicinanza con Trump e il clima politico generale. Inojosa è leggermente indietro e molto dipenderà dall’affluenza alle urne, soprattutto se gli elettori repubblicani delusi dovessero disertarle in numeri consistenti.
Quasi tutti i sondaggisti sostengono che lo scontro Talarico-Cornyn, sarebbe stato comunque sul filo di lana, ma non come lo scontro che vedremo il 3 novembre. È pur vero che negli ultimi anni gli stessi sondaggisti hanno spesso sovrastimato i candidati democratici negli Stati a tradizione repubblicana, ma una figura come quella di Paxton potrebbe aiutarli ad avere ragione nel 2026.