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La guerra di Trump all’interdipendenza

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Non è possibile pensare a un mondo più interdipendente di questo. La vicenda di Hormuz lo ha illustrato nella maniera più eclatante: mentre si dava per sepolta la globalizzazione, è bastata qualche settimana di chiusura del piccolo Stretto che unisce il Golfo Persico all’Oceano Indiano per provocare conseguenze planetarie e cambiare il corso della politica internazionale. E’ eclatante che questa lezione di geopolitica sia stata impartita da uno dei Paesi apparentemente più isolati al mondo, l’Iran. E che nei panni dell’allievo duro di comprendonio ci fosse la dirigenza dello Stato che sull’apertura, lo scambio, la comunicazione ha costruito la propria fortuna storica: gli Stati Uniti.

 

Da questo punto di vista, il 2026 scopre una corsa sempre più solitaria da parte di Donald Trump e della sua amministrazione. Non era certo un mistero che il Presidente che sui suoi profili social si è raffigurato come incarnazione contemporanea di Gesù Cristo guaritore si ritenesse infallibile. Ma era meno prevedibile che tutta la furia e la frustrazione della Casa Bianca fossero scaricate proprio sugli alleati. E poco importava la loro bandiera: da quelli ideologicamente lontani come la Spagna o il Brasile, a quelli storici come il Regno Unito o il Canada, a quelli politicamente più legati come la Germania e l’Italia – è stata una profusione di offese e insulti senza filtro, destino che toccava anche ai partner militari, iniziando con Volodymyr Zelensky e finendo in alcuni passaggi recenti perfino con Benjamin Netanyahu.

A livello globale si è così diffusa la cruda consapevolezza che solo una cosa è peggio di ritrovarsi nemico di Trump: avere tentato di essergli amico. Una percezione corroborata dai numeri, se è vero che il recente grande sondaggio mondiale di Pew su un numero rappresentativo di Paesi rivela che ormai, nel mondo, è la Cina a riscuotere di gran lunga più fiducia rispetto agli Stati Uniti, e che in tutto l’Occidente – sole eccezioni: Polonia, Ungheria e Israele – Xi Jinping è considerato ben più affidabile di Donald Trump. Opinioni che riflettono un cambiamento radicale di orientamento, dato che solo tre anni fa erano diametralmente opposte.

 

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Questa rincorsa alla solitudine, oltre a trasformarsi in pubblicità istituzionale in favore di Pechino, a cui ormai la Casa Bianca attribuisce perfino la capacità di decidere le prossime elezioni americane, già dichiarate “truccate” da Trump, ha almeno lasciato ottenere benefici pratici? Non sembra, se consideriamo la crisi aperta sulla Groenlandia, che ha finito per spingere le medie potenze ad allontanarsi dagli Stati Uniti. O il vaso di pandora scoperchiato con l’Iran. Il cui effetto più visibile è il ritorno nell’arena diplomatica globale di un attore inatteso: quel regime sanguinario, detestato dai suoi stessi cittadini (tanto che la repressione contro le proteste di piazza ha fatto più morti delle bombe americano-israeliane), di cui fino a un attimo prima si prometteva la caduta.

Una guerra può essere decisa dalla combinazione del dominio tra lo spazio e il tempo del conflitto: per quanto riguarda lo spazio, lo Stretto di Hormuz resta sotto il controllo iraniano, nonostante mesi di attacchi dell’esercito più potente del mondo in coordinamento con i servizi di informazione più efficaci del mondo e i programmi di intelligenza artificiale più avanzati del mondo. Per quanto riguarda il tempo, sembra che il prolungamento dei bombardamenti – allo scopo di non ammettere la disfatta? O forse per migliorare le condizioni della tregua, finora molto favorevoli all’Iran? – non faccia altro che peggiorarne i costi per gli Stati Uniti in termini di legittimità politica, armamenti distrutti o consumati, impopolarità del presidente, bilancio pubblico e prospettive economiche nazionali. L’allievo duro di comprendonio rischia di essere mandato in piedi dietro la lavagna dagli elettori che rinnoveranno Camera e Senato a novembre, in una tornata già adesso divorata dal vortice politico-emozionale prodotto dall’attuale presidente.

 

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Nello stesso scenario, il generoso credito concesso a Israele è stato sperperato dal governo Netanyahu per impantanarsi in conflitti in cui di sicuro rimane soltanto lo spaventoso numero di vittime, violazioni e distruzioni prodotte, senza che in cambio ne derivasse l’agognata sicurezza, la certezza dei confini, una credibile strategia sulla questione palestinese. Al punto da dilapidare molto del sostegno che la politica e la società americana avevano sempre concesso più che volentieri ai governi israeliani.

Più fortunata dal punto di vista della Casa Bianca l’operazione contro Nicolàs Maduro in Venezuela: il compromesso con i luogotenenti del leader rapito sta reggendo, pur se al prezzo paradossale di obbligare la neo-Nobel per la Pace, e trumpiana di ferro, Maria Corina Machado, a rimanersene fuori dal Paese, per non infastidire la chavista Delcy Rodriguez (la vice di Maduro) lasciata a governare i venezuelani. A questa spregiudicata manovra però non è seguita la propagandata “caduta” di Cuba: sembra che il 96enne Raul Castro sia un osso più duro del previsto, per Donald Trump e Marco Rubio. La cella che lo aspetta a Miami è ancora vuota. E’ comunque dall’America Latina che arrivano le poche luci visibili nella notte della Casa Bianca: dall’Argentina di Javier Milei, l’unico alleato con cui non c’è stato finora nessun litigio, alle vittorie elettorali di candidati trumpisti in Cile, Perù e Colombia – mentre il round Brasiliano, a ottobre, vedrà contrapposti il vecchio socialista Lula e il figlio (Flávio) dell’ex presidente trumpiano Jair Bolsonaro, che sta scontando una pena a 27 anni per tentato colpo di stato.

Proprio in Argentina ha appena deciso di spostare casa e bottega Palantir, la società di Peter Thiel che sviluppa fondamentali programmi di IA, fondata con l’appoggio della CIA e oggi sostenuta soprattutto dagli appalti del Pentagono – benché al servizio anche di altri Stati, eserciti, polizie e servizi segreti. Insieme agli idrocarburi, protagonisti degli scenari di conflitto nei Caraibi, in Ucraina e in Medio Oriente, la tecnologia legata all’intelligenza artificiale è il secondo pilastro della geopolitica dell’America di Trump.

Ma l’intelligenza artificiale di matrice statunitense sta perdendo il fascino che la caratterizzava. Forse per la paura generale di licenziamenti di massa. Forse per l’immagine oscura e onnipotente che diversi capi delle imprese tecnologiche si stanno cucendo addosso. Forse per le crescenti proteste sindacali e ambientaliste contro le loro politiche sul lavoro e i loro progetti di immenso impatto ambientale. Forse per l’attacco frontale contenuto nell’enciclica del papa “Magnifica Umanità”, parte di un aspro scontro politico-religioso tra la Casa Bianca e il Vaticano. Forse per il riflesso deleterio di Trump. Fatto sta che mentre OpenAI o Anthropic devono vedersela con l’incalzante concorrenza cinese, Palantir è sempre più bandita dall’Europa: Germania, Regno Unito, Francia e Spagna ne stanno limitando l’operatività, per ragioni di sicurezza o sovranità.

 

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Così, la società di Thiel sembra aver trovato la sua Itaca in Argentina, dove le è stata offerta carta bianca legale e fiscale. Palantir è infatti interessata allo sfruttamento di grandi masse di idrocarburi nascosti nelle profondità della Patagonia, come futuro serbatoio di alimentazione di immensi centri di dati da costruire in quel territorio fresco e disabitato. Senza i data center, d’altronde, ben poco della nostra esistenza ormai digitalizzata sarebbe possibile. D’altro canto, affidare a Palantir la gestione dei dati degli argentini potrebbe avere diverse utilità per Javier Milei, che tra un paio d’anni dovrà giocarsi la rielezione in un clima sociale che resta molto teso.

In una delle contraddizioni più tipiche del nostro mondo interdipendente, siamo sempre più dipendenti dall’intelligenza artificiale, ma questa sta suscitando ormai sempre più perplessità, anche se di varia articolazione. Molti si sentono nient’altro che capitale umano sacrificabile, nelle mani di imprese (o macchine) per cui il beneficio finanziario è la prima e unica preoccupazione. E gli Stati dovranno presto decidere modi e maniere in cui armonizzare la gestione dei servizi pubblici con le pretese delle società tecnologiche private.

E’ in questo contesto, e guidata da classi dirigenti più impopolari che mai, che l’Europa si avvicina a uno degli anni elettorali più cruciali della sua storia. Nel 2027 si voterà in Francia, Italia, Spagna, Polonia – oltre che in molte regioni tedesche – passando attraverso campagne che hanno già la tinta di scontro frontale e radicale. Sarà un ciclo elettorale che dimostrerà plasticamente l’interdipendenza tra le dinamiche politiche nazionali e un intero pianeta percorso da profonde e numerose novità e riallineamenti.