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L’operazione di Washington contro il castrismo

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Quanto può durare un tramonto? E’ una domanda legittima da farsi a proposito di Cuba, l’isola caraibica retta da un governo rivoluzionario a partire dal 1959, con l’insurrezione entrata ormai tra i miti del ‘900, che guidata da Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara cacciò il regime filo-americano di Fulgencio Batista e impose e radicò la sua specifica versione di comunismo. Quasi settant’anni dopo, rivoluzionario sarebbe piuttosto un cambio di scenario, ma nel frattempo, i rapporti con gli Stati Uniti sono ancora ben lontani dalla normalità. La distensione faticosamente raggiunta con un accordo tra Barack Obama e Raul Castro patrocinato da Papa Francesco nel 2014 è stata sostituita da un nuovo irrigidimento da parte di Washington con l’arrivo e poi il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.

Raul Castro e l’attuale presidente di Cuba Canel (a sinistra) durante la parata del 1° Maggio 2023

 

Maduro bis?

In particolare dopo il rapimento in gennaio del presidente venezuelano Nicolas Maduro, e la messa sotto controllo del suo regime, ora guidato da Delcy Rodriguez: tra le condizioni, Trump ha imposto a Caracas l’obbligo di interrompere la fornitura di energia a Cuba – di cui non solo l’economia, ma quasi la sopravvivenza dipendeva dagli idrocarburi venezuelani, venduti a prezzo ridotto. Tra i possibili effetti della penuria c’è una grave crisi alimentare e sanitaria, oltre al crollo del settore principale dell’economia locale: il turismo. Come se si trattasse di un frutto maturo da cogliere allungando le mani, o di un cadavere di cui aspettare il passaggio seduti in riva al fiume, Donald Trump ha specificato il 16 marzo: “prenderò Cuba, ci farò quello che voglio”.

Già all’indomani del rapimento di Maduro, la Casa Bianca aveva deciso di vietare ogni fornitura internazionale di energia o carburante a Cuba – che fosse da parte venezuelana, come appunto spesso accadeva, o da altre parti, come il Messico. Negli ultimi cinque mesi, solo una petroliera russa è passata attraverso il blocco organizzato dalla marina statunitense attorno all’isola. I black out si susseguono e l’alimentazione minima è assicurata soltanto dal network di pannelli solari cinesi installati nell’ultimo anno e mezzo, che tuttavia forniscono ancora soltanto circa il 10-20% del fabbisogno generale. A fine aprile sono state aggiunte una serie di sanzioni che riguardano tutto il sistema economico, accompagnate dalla richiesta di “smantellare il sistema socialista” e organizzare “libere elezioni”: in pratica, una domanda di resa.

 

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Le ultime settimane hanno fornito più dettagli sulla strategia dell’amministrazione Trump. Gli Stati Uniti hanno concentrato il proprio obiettivo su Raul Castro. Il fratello minore di Fidel sta per compiere 95 anni, e ha ceduto il potere al successore Miguel Diaz-Canel già nel 2018: tuttavia è un simbolo. Un simbolo della rivoluzione e del regime che ha resistito a Washington per decenni, proprio sotto casa. Un simbolo detestato da molti (ma non da tutti) tra le decine di migliaia di esuli, profughi, immigrati dall’isola agli USA attraverso la Florida. Un simbolo di insubordinazione nel continente che gli Stati Uniti vorrebbero – come illustra la Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata a fine 2025 – piegato ai propri interessi. Un simbolo decrepito, ma ancora in piedi: e dopo le amarezze riservate dalla guerra lanciata contro l’Iran negli ultimi mesi, dopo i fallimenti diplomatici con la Russia in Ucraina e quelli commerciali con la Cina, l’amministrazione lo Trump ritiene un bersaglio possibile.

 

La Casa Bianca contro Raul Castro

Il 20 maggio il Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti ha comunicato che un Grand Jury di Miami ha incriminato per omicidio Raul Castro. Negli anni ’90 fu attiva tra gli esuli cubani in Florida un’organizzazione di piloti civili (“Hermanos al Rescate“) che offriva aiuto alle persone in fuga da Cuba via mare: il 24 febbraio 1996 due aerei degli Hermanos vengono abbattuti dall’aviazione militare cubana, che li accusa di averne invaso lo spazio aereo (la controparte nega), e i quattro piloti, di cui tre cittadini americani, muoiono. Raul Castro è ritenuto responsabile delle loro morti in quanto, all’epoca, ministro della Difesa. Il deputato repubblicano Carlos Gimenez, punto di riferimento della diaspora cubana negli USA e già sindaco di Miami, ha apertamente parlato di un’operazione simile a quella per Maduro, accusato lui di narcotraffico: rapimento, e poi processo negli Stati Uniti.

Il 14 maggio il Direttore della CIA John Ratcliffe si era già recato nell’isola per incontrare alcuni dirigenti cubani, tra cui il ministro degli Interni Lazaro Alvarez Casas e il delfino di Raul Castro, suo nipote Raul Guillermo Rodriguez detto Raulito, pubblicando poi un comunicato in cui si leggeva che Cuba “non può essere rifugio per i nostri avversari nell’emisfero Occidentale”. A quel punto, il Dipartimento di Stato guidato da Marco Rubio  ha messo sul piatto un’offerta di aiuto da 100 milioni di dollari – per alleviare le sofferenze dell’isola provocate dall’embargo energetico voluto dagli stessi Stati Uniti. La dirigenza cubana non ha dato risposte ufficiali, pur comunicando a Washington che “non intende porsi come minaccia agli Stati Uniti”.

Rubio è da sempre coinvolto nell’attività politico-diplomatica legata agli esuli cubani e al rapporto con l’America Latina. “I miei genitori sono scappati dal comunismo per trovare la libertà negli Stati Uniti”, aveva raccontato all’inizio della sua carriera – finché il Washington Post non scoprì che papà e mamma erano partiti ben prima della rivoluzione castrista (pur essendo tornati per un breve periodo nel paese di origine). E che, con le leggi sull’immigrazione che l’amministrazione repubblicana vuole introdurre, sarebbero stati immediatamente rimandati sull’isola. Riallacciandosi alle penose vicende dell’emigrazione economica e politica da Cuba agli Stati Uniti, il Segretario di Stato accusa Raul Castro anche di essere lo sfruttatore e l’affamatore del suo Paese.

Il novantacinquenne che ancora sorride e saluta alle parate ufficiali sarebbe l’onnipotente capo di Gaesa, un’azienda di Stato che controlla varie attività economiche. Gaesa fu in effetti fondata sotto la supervisione di Raul Castro una trentina d’anni fa: l’URSS aveva consentito all’isola di mantenere per decenni un dispositivo militare di caratura internazionale, capace di intervenire ad esempio anche in Africa. Caduta l’Unione Sovietica, questo entrò in crisi: senza i rubli non riusciva nemmeno a cucinare il rancio per le truppe. Il regime cubano decise allora di affidare all’esercito alcuni settori importanti dell’economia – come il turismo, ma anche edilizia, banche, logistica, trasporti – per garantire un flusso di entrate che ne sostenessero le attività. Nacque così Gaesa – Gruppo di Amministrazione di Imprese – che ha consentito all’esercito non solo di mantenersi in piedi, ma di restare attore centrale nel sistema di potere cubano. Senza di essa, il regime castrista perderebbe una gamba.

L’Avana

 

Verso la resa dei conti

Si può forse pensare, visto il caso venezuelano, che alle imprese americane faccia gola il patrimonio delle risorse e delle aziende pubbliche cubane, anche se i numeri non sono certo enormi. Più che un rivoluzionario cambiamento di scenario, ciò sarebbe una restaurazione delle più classiche, uno scenario dalle tinte coloniali, con il ritorno delle risorse dell’isola sotto il controllo di capitali e proprietà statunitensi

In ogni caso, “questo l’esercito cubano oggi è una minaccia per gli Stati Uniti”, ha assicurato Rubio. Un rapporto dei servizi americani fatto filtrare ai media accusa Cuba di aver comprato (tre anni fa) 300 droni dalla Russia e dall’Iran, e di volerli ora usare contro la base americana di Guantanamo e le infrastrutture civili e militari in Florida e sulle isolette vicine. “Non possiamo consentirlo”, ha commentato il deputato repubblicano Mario Diaz-Balart, di origine cubana anche lui.

Intanto, la portaerei USA Nimitz è appena arrivata nelle acque caraibiche insieme a tre altre imbarcazioni da guerra, per assicurare la tenuta del blocco energetico e aumentare la pressione su L’Avana. Un successo contro il castrismo servirebbe, naturalmente, anche a dare agli americani – la componente di origine latina conta ormai decine di milioni di persone – una ragione in più per sostenere un trumpismo abbastanza appannato alle elezioni di mid-term che si terranno in novembre.

All’ultima manifestazione del 1° Maggio, un grande appuntamento nel calendario ufficiale dell’Avana, la dirigenza cubana ha espresso la sua vicinanza a Raul Castro – per smentire i sospetti di un tradimento alla venezuelana. Il presidente Canel ha dichiarato che il sistema politico-economico cubano non cambierà per le diktat statunitensi, e che ogni operazione armata straniera sull’isola finirebbe “in un bagno di sangue”.