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L’innovazione al centro delle grandi opere

Dossier Speciale Aspenia - marzo 2026 - in collaborazione con Webuild

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Gli straordinari progressi della Cina in campo infrastrutturale confermano che le grandi opere riflettono sempre una visione politica complessiva. Quella cinese è una visione “ingegneristica” della società – con un aspetto sinistro nel rapporto tra uno Stato autoritario e i suoi cittadini – mentre la storia degli Stati Uniti offre spunti più incoraggianti, nonostante le notevoli carenze infrastrutturali di cui soffre oggi il paese. Viviamo ancora tutti in un mondo materiale, in cui le basi fisiche delle grandi reti sono essenziali anche far funzionare le tecnologie più avanzate.

Nel cuore della provincia del Guizhou, una delle meno sviluppate della Cina, ci sono quarantacinque tra i ponti più alti del mondo. Mentre la California e lo Stato di New York faticano nella manutenzione delle strade o nel completamento delle tratte ferroviarie, questa remota provincia cinese vanta numerosi aeroporti e una rete di collegamenti notevole. Il dibattito internazionale suscitato nel 2025 dal volume Breakneck di Dan Wang è ricco di esempi del genere, volti a illustrare il contrasto tra la forza della recente infrastrutturazione cinese e l’incapacità della potenza rivale, gli Stati Uniti d’America, di costruire infrastrutture all’altezza della propria storia.

Nella prospettiva di Dan Wang, si tratta di uno scontro tra due modelli operativi: lo “Stato ingegnere” cinese contro la “Società avvocatizia” statunitense. La frenesia della costruzione cinese viene rappresentata attraverso la costruzione di opere che consentono, attraverso le connessioni, di recuperare ritardi storici in un tempo molto breve, realizzando così una compressione dei vari passaggi delle rivoluzioni industriali. Dalla rete autostradale moderna fino all’infrastrutturazione energetica, per giungere alla rete ferroviaria ad alta velocità cinese, sviluppata in gran parte dal 2008, e divenuta più estesa di quella di tutto il resto del mondo messo insieme.

 

LA CULTURA POLITICA DIETRO LE SCELTE INFRASTRUTTURALI. Il nostro mondo è ancora un mondo materiale e lo sviluppo infrastrutturale cinese si lega anche alla consapevolezza di questa “materia del mondo” , sempre più in grado di attrarre una vasta attenzione in Occidente, da vari punti di vista narrativi. È un arco dove vediamo uno dei principali storici dell’economia contemporanea, Adam Tooze, indicare più volte dati come il fatto che il 90% delle abitazioni in cui vivono i cinesi sono state costruite dal 1990 in poi, mentre dall’altro lato turisti e YouTuber documentano dal basso lo sviluppo infrastrutturale cinese.

Secondo Dan Wang, alla base di questo fenomeno c’è una precisa composizione delle élite. Per decenni, il Comitato permanente del Politburo del Partito comunista cinese è stato dominato da ingegneri: da Jiang Zemin (ingegnere elettronico) a Hu Jintao (ingegnere idraulico) fino a Xi Jinping (ingegnere chimico). Per questa classe dirigente, il mondo fisico e l’economia sono problemi tecnici da risolvere con l’acciaio, il cemento e la pianificazione centralizzata dedicata all’intervento sulla materia del mondo. Tuttavia, nella prospettiva di Breakneck questa visione porta con sé un lato oscuro: proprio chi costruisce a rotta di collo, secondo Dan Wang, ha la tendenza a trattare anche la popolazione come “materiale da costruzione”. Le stesse capacità statali che permettono di erigere dighe immense hanno reso possibile l’ingegneria sociale brutale della politica del figlio unico e, più recentemente, l’estremismo della politica zero-covid.

In ogni caso, l’esaltazione dello Stato ingegnere cinese, pur nel riduzionismo che caratterizza ogni stereotipo, ha forgiato il dibattito intellettuale del 2025 per ciò che ha detto sullo stato di salute dell’altra parte del Pacifico: la rappresentazione degli Stati Uniti come il pantano della “società avvocatizia”, con le classi dirigenti politiche e degli apparati statali che si formano senza avere una adeguata consapevolezza della “materia del mondo”. Dan Wang ha avuto buon gioco a dimostrare quanto la formazione legale e giuridica abbia inciso e abbia continuato a incidere nel cursus dei presidenti degli Stati Uniti e dei membri del Congresso. Questa predominanza culturale e professionale, secondo tale lettura, trasforma il sistema americano in una “vetocrazia”, dove le procedure, i contenziosi e le regolamentazioni bloccano lo sviluppo fisico.

 

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In questo senso, il famoso rilancio manifatturiero che gli Stati Uniti vanno cercando mostra, da un lato, la capacità di attrazione degli investimenti, più o meno condizionata da ampie trattative negoziali con Donald Trump, ma poi rischia sempre di impantanarsi o di non fornire risultati in tempo. Eccetto quando chi proviene da una società non avvocatizia, (ad esempio le imprese taiwanesi) entra in campo in prima persona per superare le difficoltà nei permessi, nelle autorizzazioni, nei bacini della formazione, come ha fatto in modo documentato TSMC per i suoi investimenti di successo in Arizona.

Allo stesso tempo, ridurre gli Stati Uniti all’incapacità della costruzione non è corretto sul piano storico. È evidente come gli stessi Stati Uniti abbiano legato il loro sviluppo, in particolare ottocentesco e – fino a un certo punto – novecentesco, proprio alla capacità infrastrutturale. Gli Stati Uniti hanno scavato il Canale di Panama, sono riusciti a erigere l’Empire State Building a velocità record. Inoltre, attraverso il Corpo degli Ingegneri dell’Esercito hanno rimodellato la geografia continentale con il controllo del Mississippi. La costruzione del Pentagono e degli stabilimenti industriali e scientifici del Progetto Manhattan hanno reso tangibile il potere militare-tecnologico. Lo stesso sistema delle basi militari, parte della rete del cosiddetto “impero nascosto” , si fonda su infrastrutture, stabilimenti, capacità logistica.

Qual è dunque la radice del male infrastrutturale degli Stati Uniti? Dan Wang pone l’attenzione sulla reazione contro gli eccessi della costruzione urbana e dell’industrializzazione — simboleggiata dalla lotta di Jane Jacobs contro le autostrade di Robert Moses a New York e dalle denunce ambientali di Rachel Carson. Da strumento per facilitare accordi e costruzioni, la legge divenne un’arma per bloccare il potere statale e proteggere i diritti individuali e l’ambiente. Sebbene questa evoluzione abbia garantito alcune tutele democratiche, ha anche alimentato le loro patologie vetocratiche. Non è quindi un caso che Breakneck abbia alimentato un fervido dibattito, sia negli Stati Uniti che in Cina: l’importanza di questa discussione culturale sta anche nel ricordare che viviamo ancora in un’epoca di infrastrutture.

 

LE FILIERE TECNOLOGICHE E LA STRUTTURA MATERIALE. La dimensione immateriale, anche nelle filiere tecnologiche, non ha abolito la struttura materiale: l’esigenza di costruire, connettere, portare energia, rendere possibile la mobilità sta ancora al centro della civiltà umana. Lo stesso ecosistema dell’intelligenza artificiale, dal 2022, ha fornito una schiacciante conferma di questo fatto.

Dal momento in cui ChatGPT è stata resa disponibile al pubblico il 30 novembre 2022, l’attenzione generale si è concentrata dapprima sulle capacità generative dei modelli linguistici e su interfacce sempre più sofisticate. Nel corso del tempo, all’attenzione per i nuovi modelli e per le loro capacità si è affiancata una crescente consapevolezza di una rivoluzione molto più tangibile: forse “pensante”, di certo “pesante”.

Anche dal punto di vista politico, e in particolare nell’amministrazione Trump, l’intelligenza artificiale è stata compresa sempre più come un’infrastruttura. Durante la campagna presidenziale del 2024, Trump ha fatto un esplicito riferimento all’intelligenza artificiale come infrastruttura, dapprima in un intervento nel podcast “Impaulsive” del 13 giugno 2024: “Per fare queste cose essenzialmente ci vuole una fabbrica, con un fabbisogno di elettricità maggiore di quello che abbiamo mai avuto”. È esattamente in questo modo che una figura legata strettamente agli investimenti immobiliari, come Trump, ha potuto comprendere l’ecosistema dell’intelligenza artificiale: si tratta di costruire, connettere, fornire tutta l’energia possibile.

Una trasformazione talvolta ancora percepita come un’entità eterea fatta di codice e algoritmi, si è rivelata pertanto come una delle industrie più dipendenti dalle infrastrutture fisiche della storia recente. Da tempo gli analisti tecnologici e finanziari concordano nell’individuare il vero collo di bottiglia per l’avanzamento della tecnologia nella realtà fisica delle infrastrutture necessarie per l’addestramento e il funzionamento dei modelli: energia, raffreddamento, reti e spazi adeguati.

Secondo alcune stime di Deloitte, entro il 2035, la domanda di energia dei data center per l’intelligenza artificiale negli Stati Uniti potrebbe crescere di oltre trenta volte, passando dai 4 gigawatt del 2024 a ben 123 gigawatt. I progetti più ambiziosi prevedono strutture da 50.000 acri che potrebbero consumare fino a 5 gigawatt, una quantità di energia superiore alla capacità delle più grandi centrali nucleari o a gas esistenti negli Stati Uniti. Questa domanda insaziabile ha trasformato l’elettricità nella risorsa più preziosa e contesa, con una crescita della domanda di elettricità negli Stati Uniti che non si vedeva da quasi due decenni.

È proprio su questa necessità infrastrutturale che si sta concentrando una massa di investimenti senza precedenti, che vede protagonisti i giganti del private equity, i fondi sovrani e vari investitori istituzionali. McKinsey stima che gli investimenti globali in infrastrutture per data center raggiungeranno quasi 7.000 miliardi di dollari entro il 2030. Le stime sono variabili, altre previsioni sono di 5.000 miliardi o 3.000 miliardi di dollari, ma si tratta in ogni caso di un superciclo di investimenti che ha già avuto effetti tangibili in ambito finanziario.
Nemmeno giganti digitali come Microsoft, Amazon o Meta sono in grado di coprire questi costi enormi esclusivamente con la propria liquidità, nonostante l’aumento dei profitti indicato nelle varie trimestrali. Per questa ragione, si sono rivolti in modo crescente ai mercati del debito, dove l’emissione di obbligazioni e prestiti legati all’intelligenza artificiale secondo Bloomberg ha raggiunto almeno 200 miliardi di dollari nel solo 2025.

Sono già in corso operazioni come il progetto Beignet, un accordo da 30 miliardi di dollari strutturato per finanziare la costruzione di un data center di Meta in Louisiana. Oracle ha facilitato prestiti per 38 miliardi di dollari destinati a nuove strutture in Wisconsin e Texas, anche all’interno del progetto “Stargate”, l’infrastruttura per l’intelligenza artificiale benedetta da Donald Trump all’inizio del suo mandato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, durante l’incontro con Larry Ellison di Oracle, Masayoshi Son di Softbank e Sam Altman di OpenAI.

Oltre agli edifici, gli investimenti riguardano ovviamente l’hardware, come mostrato tra l’altro da xAI che ha cercato di organizzare finanziamenti per circa 20 miliardi di dollari specificamente per acquistare processori NVIDIA per il suo progetto Colossus 2. Questa domanda strutturale si riflette chiaramente lungo la catena di approvvigionamento, come evidenziato tra l’altro, all’inizio del 2026, dai risultati di ASML, fornitore chiave per la produzione di semiconduttori, che ha registrato ordini record per 13 miliardi di euro in un solo trimestre.

Solo nel 2025, la spesa dei quattro maggiori hyperscaler (Amazon, Google, Microsoft, Meta) è stata di circa 350 miliardi di dollari in conto capitale, segnando un aumento annuo superiore al 30%. Una parte significativa di queste risorse è destinata a mattoni, cavi, tubi, reti, trasformatori e sistemi di raffreddamento. S&P Global ha analizzato il ruolo del rame, la cui domanda globale è proiettata verso una crescita senza precedenti, passando da 28 milioni di tonnellate nel 2025 a 42 milioni entro il 2040 (un aumento del 50%), spinta in modo diretto dall’intensità di rame per i data center, anche grazie ai cablaggi per la distribuzione di potenza e i sistemi di raffreddamento a liquido, e in modo indiretto per dal rame necessario per l’espansione delle reti elettriche.

L’offerta mineraria attuale non è in grado di sostenere questo ritmo: senza significativi investimenti in nuove miniere e un miglioramento del riciclaggio dei materiali, il mercato globale potrebbe affrontare un deficit di offerta di 10 milioni di tonnellate entro il 2040, creando un potenziale collo di bottiglia per lo sviluppo tecnologico e la sicurezza economica.

 

LA SETE ENERGETICA DEI DATA CENTER. Nell’era delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale, la rete elettrica è diventata uno dei principali vincoli per lo sviluppo. In alcune aree degli Stati Uniti, l’attesa per ottenere una connessione alla rete elettrica può arrivare fino a sette anni.

Il problema è presente anche nel contesto europeo. Per esempio, Peter Wennink, ex CEO di ASML ha evidenziato questo costo per le imprese dei Paesi Bassi nel suo rapporto per rafforzare la competitività, che riprende sul piano nazionale le raccomandazioni per l’Unione Europea di Mario Draghi. Nei Paesi Bassi, che ospitano ASML, la maggiore azienda tecnologica europea, vi sono oltre 14.000 soggetti attualmente in lista d’attesa per gli allacciamenti elettrici . La limitazione, anche in questo caso, riguarda in modo cruciale le infrastrutture.

Negli Stati Uniti, il limite energetico ha portato alla ricerca di soluzioni creative e talvolta controverse, come la collocazione di data center direttamente accanto alle centrali esistenti. Nonostante gli obiettivi di energia pulita dichiarati dai giganti tecnologici, la crescita nell’ultimo anno nei principali mercati dei data center (negli Stati Uniti, in Stati come Virginia, Ohio e Texas) è stata soddisfatta principalmente da un aumento della generazione a gas.

Dal punto di vista dell’infrastrutturazione energetica, la Cina si trova in una posizione di forza, determinata anche dalle caratteristiche e dai volumi dell’espansione della rete elettrica cinese negli ultimi vent’anni. Di recente, State Grid Corporation of China ha pianificato un aumento storico delle spese in conto capitale, prevedendo investimenti per un totale di 574 miliardi di dollari nel periodo 2026-2030, che rappresenta un incremento del 40% rispetto al quinquennio precedente. I fondi sono destinati principalmente al rafforzamento della rete di trasmissione ovest-est, utilizzando linee ad alta tensione.

Parallelamente all’espansione fisica, l’azienda ha intensificato l’impegno nell’innovazione tecnologica, con un aumento di oltre il 20% degli investimenti in ricerca e sviluppo. State Grid of China ha un bacino di ricercatori attivi nei brevetti sull’intelligenza artificiale generativa e porta avanti progetti specifici di modernizzazione digitale, come nella provincia di Jiangsu. In questo contesto, State Grid Jiangsu ha collaborato con Huawei per costruire la più vasta rete wireless privata dedicata al settore energetico, fornendo soluzioni per connettere circa 90.000 terminali. L’infrastruttura ha permesso, secondo Huawei, di ridurre i costi di costruzione dei cavi in fibra ottica di oltre 1 miliardo di yuan e di diminuire i tempi di interruzione di corrente del 30%, facilitando allo stesso tempo l’integrazione efficiente delle energie rinnovabili distribuite nel territorio. In questo modo, il nesso tra energie, infrastrutture e digitale diviene un fattore competitivo, che può essere utilizzato e scalato nell’ecosistema dei data center.

L’enorme sforzo sulle infrastrutture per l’intelligenza artificiale suscita anche legittime preoccupazioni sulla cosiddetta “bolla”, che a inizio 2026 non si è ancora materializzata, se non per la fisiologica correzione di alcuni titoli. Gli investitori istituzionali, in ogni caso, scommettono sul fatto che, anche se vi fosse una riduzione dell’entusiasmo per l’intelligenza artificiale, le risorse fisiche rimarranno fondamentali. KKR (una società di investimento leader a livello mondiale) ha tracciato un parallelo con le ferrovie del XIX secolo o la fibra ottica degli anni Novanta: anche quando i mercati azionari crollarono, le infrastrutture rimasero e divennero la spina dorsale delle successive ondate di crescita economica.

Va ricordato in ogni caso che, a differenza della bolla della fibra ottica, i data center odierni vengono costruiti quasi sempre a fronte di contratti a lungo termine con clienti solvibili, riducendo il rischio di investimenti speculativi a vuoto. In questo schema, il coltello dalla parte del manico sta comunque nelle mani di chi controlla energia, terra e accesso alla rete, e quindi indica un ruolo di primo piano per le infrastrutture e le loro competenze.

Le implicazioni della trasformazione in atto si estendono ai consumatori e alle comunità locali, anche in termini problematici. L’enorme scala degli investimenti nella rete necessari per i data center ha spinto negli Stati Uniti parte dell’onere dei costi sui clienti residenziali. Ciò crea tensioni normative e sociali che potrebbero rappresentare un ulteriore freno allo sviluppo, oltre alla diffusione di nuove tesi di investimento affinché le startup provino ad aggirare queste problematiche oggettive.

In conclusione, la narrazione predominante sull’innovazione digitale ha già ricevuto un aggiornamento, che ha portato a considerare l’intelligenza artificiale dentro un superciclo di infrastrutture, in cui troviamo elementi tradizionali oltre a una maggiore integrazione di capacità digitali che influiranno sulle stesse infrastrutture (gemelli digitali, sensori e altri elementi di simulazione e di controllo attraverso il digitale).

Per usare la celebre formula dell’investitore Marc Andreessen (del 2011): è vero che il software sta mangiando il mondo da 15 anni; ma adesso ciò avviene in un contesto in cui l’hardware ha ripreso a comandare il mondo, anche per fare funzionare a sua volta l’intelligenza artificiale, che sta mangiando il software.

Questa dinamica è oggi più evidente, non soltanto attraverso fenomeni “invisibili” (la miniaturizzazione dell’elettronica, i gas) ma attraverso oggetti tangibili e reti infrastrutturali. Così, nel breve e nel medio periodo il ritmo dell’innovazione sarà dettato anche dalla capacità di ingegneri, pianificatori, idraulici, meccanici, elettricisti e altri tecnici, che debbono costruire, realizzare e salvaguardare le infrastrutture.

 

 


*Questo articolo fa parte del Dossier Speciale Aspenia – marzo 2026 – in collaborazione con Webuild