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Il piano fragile di Netanyahu

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Quanto durerà ancora l’Iran degli Ayatollah? Il regime cadrà, non c’è dubbio. Ma probabilmente, senza questo attacco sarebbe caduto prima. Ora, resisterà più a lungo. Mesi, o anche anni. Ma cadrà comunque. La sua distanza dagli iraniani è troppo ampia, ormai. Ma sarà una vittoria di Israele? No.

Netanyahu ha già perso la guerra. Netanyahu viene spesso liquidato come chi “sta solo tentando di prolungare la guerra”, ogni guerra, che si tratti dell’Iran, di Gaza, del Libano, il più possibile: per riconfermarsi alle elezioni del prossimo autunno, e rinviare la resa dei conti sulle responsabilità per il 7 Ottobre. Oltre che i vari processi in cui è imputato. Ma, in realtà, fino al 7 Ottobre la sua strategia è stata un’altra. Ha sempre evitato la guerra. Gli scontri frontali. Sfidando più volte anche la pressione americana, e proprio sull’Iran: nel 2014, fu bollato come un codardo dagli Stati Uniti di Barack Obama. Preferiva piuttosto il conflict management, con il famoso “mowing the lawn“, la tattica del falciare l’erba: controllare Hamas attraverso operazioni militari periodiche, per poi, intanto, un insediamento dopo l’altro, cancellare sul terreno ogni prospettiva di uno stato palestinese. Perché per il futuro di Israele, Netanyahu ha puntato su tutt’altro: l’economia.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

 

Netanyahu ha un’idea, e una strategia, chiara per il Medio Oriente. E la sua forza è che è l’unico ad averla. Diventato primo ministro nel 1996 per tre anni, dal secondo mandato del 2009 è rimasto in pratica ininterrottamente al potere, eliminando ogni retaggio dell’Israele socialdemocratica: e trasformandola in un’economia liberista. Al suo arrivo, il PIL pro capite era 17mila dollari l’anno: ora è 55mila. Il rapporto debito/PIL, l’altro indicatore fondamentale da questo punto di vista, è al 69%, rispetto a una media OECD del 110%. E per tre quarti, il debito è finanziato internamente. La disoccupazione è minima. E minimo è il costo dell’elettricità. E nessuna guerra, neppure questa che è iniziata il 7 Ottobre, e che è la più lunga dal 1948, ha scalfito niente.

Al contrario: i tre settori trainanti dell’economia sono in crescita. Su tutti, l’high tech. Gli investimenti sulle start-up di Israele sono secondi solo a quelli sulle start-up americane: e nel 2025, sono stati di 15,6 miliardi di dollari. Ma il 2025 è stato un anno di espansione anche per l’industria militare, ovviamente. Con la recente vendita alla Germania di sistemi anti-missile per 6,5 miliardi di dollari. E infine per l’energia: i nuovi giacimenti del Mediterraneo orientale hanno reso possibile un contratto di 35 miliardi di dollari per la fornitura di gas all’Egitto, di cui la metà andranno dritti nelle casse pubbliche israeliane. E tutto questo, nonostante un bilancio per la difesa 2026 di 112 miliardi di shekel, oltre 30 miliardi di dollari: il 70% in più di prima del 7 Ottobre.

Senza un’economia così, Israele non avrebbe mai ottenuto gli Accordi di Abramo avviati nel 2020 e voluti da Trump), e con loro la prospettiva di normalizzazione con il mondo arabo.

Ma Netanyahu guarda anche oltre il Golfo. Il 25 e 26 febbraio ha avuto un incontro ufficiale con Narendra Modi. La Strategic Partnership del 2017 tra Israele e India, paese da 1,4 miliardi di abitanti, un abitante del pianeta su 6, è adesso definita una Special Strategic Partnership: per unire lo sviluppo tecnologico di Israele alla capacità ingegneristica, manufatturiera e imprenditoriale dell’India. La cooperazione militare non occupa che sei righe dell’intesa. Il resto del testo è tutto su intelligenza artificiale, quantum computing, semiconduttori, biotecnologie, infrastrutture, acqua, spazio, agricoltura, scienza e ricerca, commercio, aree di libero scambio. Quando Netanyahu parla di Israele come potenza globale, intende questo: una potenza dell’innovazione.

Proprio questo contesto favorevole, però, è stato minato dall’attacco all’Iran. E dalla rappresaglia di Teheran sul Golfo.

 

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Il problema non è tanto la guerra in sé: che come è noto, e come tra l’altro è il caso di Israele, la guerra è compatibile con lo sviluppo e con il profitto. Il problema è l’imprevedibilità. Così come Hamas non ha avvertito nessuno del 7 Ottobre, pensando solo a sé, e lasciando i suoi alleati a fronteggiarne gli effetti in ordine sparso, Israele non ha informato nessuno nella regione dell’attacco all’Iran. Disinteressandosi completamente del Golfo.

Che ora, è stretto tra Netanyahu e gli Ayatollah. Il Golfo non è solo l’assicurazione politica sugli interessi di Israele in Medio Oriente, ma è anche la piattaforma logistica del suo rapporto con l’India e con il resto dell’Asia. Al momento, il Golfo sta esercitando un’ammirevole opera di freno e mediazione. Senza mai reagire. E senza schierarsi. Senza infiammare ancora di più il conflitto. Ed è presto per dire poi che strada intraprenderà. Ma quello che è certo, è che a guerra finita tutti, inclusi gli Emirati che sono i più vicini a Tel Aviv, ripenseranno il proprio rapporto con Israele e con l’Iran. E va da sé, con gli Stati Uniti che non hanno saputo proteggerli.

Se la guerra fosse durata di nuovo dodici giorni, come nel giugno 2025, senza quasi reazione iraniana, sarebbe stato diverso. Ma non è andata così: Netanyahu ha trattato i Paesi del Golfo non da alleati, ma da soci di minoranza. La dimensione politica del Medio Oriente, da Gaza a Hormuz, ha dimostrato di non poter essere accantonata da una visione imprenditoriale sì funzionale, ma troppo fragile.