Cosa insegna la guerra sul corpo dell’Ucraina
Probabilmente nessuno, il 24 febbraio 2022, avrebbe previsto che la guerra scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina sarebbe stata ancora in pieno svolgimento quattro anni dopo. In pieno svolgimento, e ben lontana da un’immaginabile conclusione. Questi quarantotto mesi hanno fatto la fortuna degli analisti di geopolitica, degli strateghi militari, di politici e populisti avventurieri, di commercianti e contrabbandieri di armi ed energia. Abbiamo imparato a vedere il conflitto in termini di scontro tra cifre finite e razionalizzate in un quadro strategico: soldati, sanzioni, rifornimenti, alleanze, risorse… Tutto quantificabile. Eppure, la prima lezione del conflitto, che è anche la prima che ogni volta da cattivi studenti dimentichiamo, non è concreta, ma astratta. Non è materiale, ma morale: la guerra è imprevedibile, e dunque non seguirà i piani di chi l’ha pensata, o di chi si è illuso di prepararvisi. Spesso, anzi, i suoi esiti saranno molto lontani da quelli delineati il giorno in cui la voce delle armi sostituisce quella della diplomazia.

Equivoci da Oriente a Occidente
E’ una lezione che vale per i russi. L’enfasi con cui il Cremlino e la sua propaganda hanno battuto in questi anni sull’appartenenza del territorio ucraino alla sfera di influenza di Mosca, per motivi culturali, umani, geografici, politici, è mirata a nascondere il vero obiettivo dell’invasione scatenata da Vladimir Putin: la pura e semplice sottomissione dell’intera Ucraina. Da trasformare in un’obbediente e disponibile seconda Bielorussia, che non oserebbe mai più guardare verso Occidente. Difficile sostenere che si volesse garantire l’autonomia delle comunità russofone, o più prosaicamente il controllo di certe risorse strategiche, o magari rintuzzare l’esercito ucraino impegnato nel Donbass, quando il 24 febbraio 2022 i soldati e i carri armati sono stati mandati dritti contro Kiev. Idea che si è dissolta sull’imprevista, appunto, resistenza ucraina: qualsiasi sarà l’esito finale del conflitto, nel futuro la nazione ucraina che ne è scaturita non si allineerà ai voleri di quella russa.
Ma è una lezione anche per gli alleati occidentali dell’Ucraina. Il rafforzamento del sostegno americano a Kiev, iniziato sotto la prima amministrazione Trump nel 2017 con la fornitura dei primi Javelin, era basato sull’idea che la Russia non avrebbe mai osato opporsi seriamente alla trasformazione dell’Ucraina in un avamposto avanzato dell’Alleanza Atlantica. Il ricatto delle sanzioni economiche ed energetiche, e la minaccia dell’esclusione dal sistema mondiale dei pagamenti, avrebbero dovuto ricondurre Mosca a più miti consigli. Sorpresa: il sistema finanziario e quello industriale russo, negli otto anni passati dal conflitto del 2014, aveva trovato il modo di fabbricarsi un paracadute. E si è persino aperto: in effetti le sanzioni hanno indebolito sì la Russia, ma non ne hanno compromesso la macchina bellica. Mosca ha potuto resistere alla mancata presa di Kiev e alla controffensiva ucraina, riuscendo poi ad adattarsi alla nuova realtà senza contraccolpi insostenibili. Una seconda sorpresa per l’Occidente: il resto del mondo non ha aderito alle sanzioni, indebolendone l’effetto, e rendendole da un certo punto di vista un carico che ha pesato soprattutto sull’Europa – dato che la struttura economica degli Stati Uniti era già piuttosto staccata da quella russa.
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Ed è una lezione che vale senz’altro anche per i dirigenti ucraini. Che hanno accettato di rischiare, e poi di continuare la guerra, perché convinti che il sostegno occidentale sarebbe stato duraturo e affidabile. Invece, dal punto di vista militare, l’Occidente si è scoperto non in grado di fornire all’Ucraina gli armamenti sufficienti a pareggiare gli standard della produzione russa. Dal punto di vista economico, gli Stati Uniti hanno chiuso il rubinetto degli aiuti con la rielezione di Donald Trump, lasciando all’Europa (un po’ com’era capitato con le sanzioni) l’intero onere di impedire la bancarotta dello stato ucraino. E dal punto di vista politico, il 2025 si è aperto con l’umiliazione di Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca da parte del presidente e del vice-presidente americano, ed è continuato con un’equivoca apertura di credito di Washington a Vladimir Putin (l’incontro Trump-Putin in Alaska), senza che se ne ricavassero risultati apprezzabili per la fine delle ostilità.
Il quarto inverno di guerra vede infatti le città ucraine sotto il tiro quotidiano dei bombardamenti russi, con la rete energetica nazionale quasi del tutto fuori uso, e con la politica e la diplomazia che sembrano ormai aver accettato l’inevitabilità di future cessioni territoriali. La Russia, da parte sua, si trova in una situazione piuttosto stabile a livello interno – al netto di importanti problemi dovuti al prolungarsi dello sforzo bellico, costato ingenti risorse che il Paese non sostituirà facilmente. Il sostegno continuato della Cina – le relazioni commerciali tra Mosca e Pechino segnano un valore triplo rispetto al 2019 – consente al Cremlino di insabbiare le trattative di pace, accarezzando magari l’idea di riuscire a occupare Odessa.
Tra tempo e inerzia
Se ciò sia un’illusione sarà il tempo a dimostrarlo. Il tempo: fattore a cui i protagonisti affidano ora il destino della guerra. Continuiamo a sostenere l’Ucraina, per evitarne il crollo, e lasciamo almeno che la ferita aperta dal conflitto resti sanguinante nel fianco della Russia, dicono alcuni in Occidente, e lasciamole consumare quelle risorse che un giorno si esauriranno. Continuiamo a spingere contro Kiev, pensano al contrario al Cremlino, perché saranno gli ucraini e i loro alleati a stancarsi prima, sotto il peso di perdite insostenibili e spese militari colossali, e a quel punto potremo portare a casa il bottino pieno.
E’ chiaro che una simile strategia comporta un livello notevole di ambiguità sia politica che diplomatica. Un’ambiguità che si riflette anche sulle prospettive di un cessate-il-fuoco: al momento, in Europa e tantomeno negli USA, nessuno è pronto a garantire all’Ucraina sul terreno la protezione che si ritiene necessaria per conservare l’indipendenza nel Paese. E a Mosca, nessuno è pronto nemmeno ad accettare questa eventualità, come prezzo per la fine della guerra. Mentre Washington, di fronte al fallimento della promessa trumpiana della “pace in 24 ore”, sembra assorbita da altri scenari, non molto preoccupata di lasciare Kiev al suo destino.
Dopo quattro anni, siamo dunque giunti a una guerra non tanto di attrito, ma di inerzia. Uno scenario a cui di fatto le grandi potenze coinvolte non sembrano guardare con troppo dispiacere: cercano anzi di trarne il maggior beneficio possibile, che sia in termini di rendita politica o economica. Una rendita fornita di fatto dal corpo dell’Ucraina, che continua a pagarne le conseguenze più gravi e dirette.
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