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Russia e Ucraina: terra & risorse vs. persone & valori

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 La tragedia bellica tra Russia e Ucraina, che entra ora nel suo quinto anno, viene quasi sempre rappresentata da mappe colorate, cioè come una vicenda di territori e confini.

In questi quattro anni, è stata forte e ricorrente la tentazione di ridurre tutto a una semplice analisi: in fondo, la Russia putiniana vuole “soltanto” un po’ di terra e risorse, e si fermerebbe volentieri a seguito di un accordo di pace che soddisfacesse queste sue limitate richieste. Ora, a parte l’evidente contraddizione tra questa analisi e la corsa dei carri armati verso Kiev nei giorni iniziali della (seconda) invasione, che chiaramente puntava ad installare un regime accondiscendente al posto del governo Zelensky, vale comunque la pena di studiare meglio l’ipotesi “territoriale”. Se anche fosse quello l’obiettivo pragmatico di Mosca, cioè inglobare nella Federazione Russa un quinto del territorio ucraino e goderne i frutti economici, dietro una simile ambizione si cela una più ampia visione del mondo, un approccio alle relazioni internazionali che può e deve essere definito propriamente imperiale.

Una costruzione imperiale, va ricordato, non è l’ampliamento di uno Stato (in termini legali, territoriali, ideologici), bensì la negazione del concetto di Stato sovrano in quanto formalmente controparte di un altro Stato sovrano. E’ chiaro insomma che siamo di fronte ad alcune entità che sarebbero più sovrane di altre, o che si considerano tali finché non vengano eventualmente fermate nella loro spinta alla conquista territoriale.

Sono circa duemila, secondo fonti ucraine, i bambini “restituiti” alle loro famiglie di origine dai territori occupati dalla Russia

 

Come si vede, è in atto una battaglia tra valori (espressi anche in termini di norme giuridiche) che va ben oltre il territorio e le risorse naturali. E’ una battaglia per i cuori e le menti delle persone, che vengono trattate in modo radicalmente diverso: in un caso, come sudditi o cittadini senza diritto di scelta; nell’altro caso, come soggetti attivi e cittadini portatori di diritti civili.

In tal senso, è vero che la guerra iniziata quattro anni fa con la seconda invasione del proprio vicino voluta da Putin ha una valenza continentale per l’Europa, e che in effetti l’Ucraina è la prima linea di difesa per gli altri europei. In questa descrizione c’è di più della retorica che è servita per mobilitare le opinioni pubbliche nei Paesi democratici riguardo a un conflitto che per molti è geograficamente lontano e tutto sommato locale nelle sue ripercussioni immediate.

 

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Lo scontro è invece diventato frontale ed esistenziale (per entrambe le parti e perfino per l’intera Europa): da un lato c’è il sogno nostalgico e pietrificato di Novorossija (il nome dato da Mosca a una sorta di appendice della Federazione che corrisponde all’Ucraina orientale); dall’altro c’è una visione aperta del futuro ucraino che guarda alla UE, ma anche agli Stati Uniti e al resto del mondo. Da un lato troviamo un concetto tutto “geopolitico” (come piace ricordare a molti analisti, innamorati di una parola quasi magica), dall’altro un progetto dinamico e non predefinito che lascia alle persone la libertà di scegliere.

Non è affatto necessario attribuire ai due Stati in guerra da quattro anni (ma di fatto dal 2014) caratteri totalmente manichei; non è in corso una guerra tra il bene e il male, ma tra due sistemi politici e modelli di comportamento che si possono legittimamente confrontare e valutare. E non è, dunque, neppure uno scontro simmetrico tra due entità “geopolitiche” di uguale natura. Persone e valori fanno la differenza, in politica, soprattutto se le persone hanno il ruolo di cittadini e se i valori vengono incarnati in regole di convivenza civile.