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We don’t quit: una lettura europea

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La sintesi dello State of the Union è stata affidata, da Barack Obama, ai suoi sostenitori.

Ai membri di OFA – Organizing For America, l’organizzazione che ha preso il posto di quella nata per coordinare l’intera campagna elettorale del 2008 – il presidente ha infatti inviato una breve e-mail dal titolo “We don’t quit” (frase-chiave del proprio discorso).

Ecco cosa scrive Obama ai suoi 13 milioni di sostenitori tramite la mailing list di OFA: “I will never accept second place for the United States of America. That is why I called for a robust jobs bill without delay. It’s why I proposed a small businesses tax credit, new investments in infrastructure, and pushed for climate legislation to create a clean energy economy. It’s why we’re taking on big banks, reforming Wall Street, revitalizing our education system, increasing transparency – and finishing the job on health insurance reform. It’s why I need your help – because I am determined to fight to defend the middle class, and special interest lobbyists will go all out to fight us”.

Allegato all’e-mail è il form per inviare una lettera al proprio rappresentante al Congresso perché sostenga l’agenda di iniziative illustrata da Obama. Un colpo ad effetto per rafforzare l’impatto delle parole del presidente sul Congressmen: dopo l’eloquio sicuro dello State of the Union, la casella di posta elettronica invasa dai fan del presidente. Ed è soprattutto a questi ultimi che Obama ha parlato, utilizzando il suo “populismo temperato” – temperato dalla sua professoralità, dalle digressioni sui particolari di policy, da un approccio discorsivo che è anche programmatico e “politico”. Almeno in parte, si è trattato di un discorso che può essere apprezzato da chi pregava il presidente di tornare a combattere – vedi E.J. Dionne sul Washington Post, per esempio. E che sa di “riparti dal via”, di ritorno allo spirito della campagna elettorale.

Della riforma sanitaria Obama ha parlato a metà discorso, quando la maggior parte degli spettatori televisivi doveva aver già mollato: deve avere capito che su di essa dovrà battere come un martello solo in caso di vittoria (al mid-term). Oggi è il tempo di scegliere temi che riguardano un numero di elettori più ampio. Per questo il lavoro, i jobs: Obama si è rivolto ai “ceti sommergenti” (per usare una formula italiana) e a quelli che soffrono la “peur du déclassement”, per usare l’immagine del sociologo francese Eric Maurin. Sono i ceti – che essi facciano parte della base elettorale democratica o di quella indipendente – più arrabbiati, frustrati e delusi. La rabbia verso la politica, verso le élite (che a destra funziona ancora molto bene come mezzo di mobilitazione, come ha dimostrato il movimento del Tea Party) è il fenomeno che i “costruttori di consenso” devono oggi maneggiare con cura: questa la lezione appresa dai democratici dopo la sconfitta del Massachusetts.

Per questo, come un anno e mezzo fa, Obama ha parlato di Washington come se non fosse la sua città. E ha messo al centro del suo discorso l’attacco (ormai consueto) alle banche; una serie di proposte di policyapparentemente chiare – ma su cui ci vorrà un reality-check – a favore della piccola e media impresa e del lavoro dipendente; la diminuzione del prelievo fiscale per la middle class e la sospensione delle agevolazioni, invece, per petrolieri e banchieri. Per chi conosce Obama – che in campagna elettorale attaccava “la solita Washington” o la “solita Wall Street” – si tratta di refrain ben noti. Main Street versus Wall Street.

Ai sindacati, inoltre, il Presidente ha lanciato un amo protezionista, accolto dagli applausi vibranti di una parte dei congressmen democratici: bisogna salvare il lavoro e gli impianti industriali dentro il territorio americano.

Sul piano retorico, il presidente ha scelto di utilizzare lo strumento della comprensione e dell’empatia – tecniche tipicamente obamiane – nei primi dieci minuti di discorso (i più lo avranno ascoltato): “I know the anxieties that are out there right now. They’re not new. These struggles are the reason I ran for President. These struggles are what I’ve witnessed for years in places like Elkhart, Indiana and Galesburg, Illinois. I hear about them in the letters that I read each night. The toughest to read are those written by children – asking why they have to move from their home, or when their mom or dad will be able to go back to work.

Il Presidente ha rivendicato i successi dell’amministrazione – si è evitata una nuova Grande Depressione – ma ha anche spiegato i motivi di una crisi persistente, usando un tono didascalico: “For these Americans and so many others, change has not come fast enough. Some are frustrated; some are angry. They don’t understand why it seems like bad behavior on Wall Street is rewarded but hard work on Main Street isn’t; or why Washington has been unable or unwilling to solve any of our problems.

E qui viene il punto: cosa deve fare il governo per risolvere i problemi degli americani? Sebbene Obama abbia speso molto tempo nel descrivere come e perché cercherà di ripianare il deficit, la sua tesi è che il governo non dovrà ritrarsi. Per gran parte dei commentatori, gli americani hanno di nuovo dimostrato – a partire dalle proteste di agosto contro la riforma sanitaria – che non sopportano la presenza del governo nelle loro vite. Obama appare invece convinto che una grossa fetta di elettorato voglia essere aiutato dallo Stato, l’innominabile “governo”. In cosa? Nel perseguire il proprio sogno americano, ovviamente. Come nel caso dei giovani, una “sua” constituency, cui Obama si è rivolto dicendo: “non vi lasceremo più morire di debiti per farvi studiare”.

Un’ultima nota sul partito repubblicano, che in alcuni passaggi Obama ha persino deriso (cordialmente): il GOP è convinto che lo scontro frontale, la sua strategia di soffiare sul fuoco della rabbia degli elettori, sia vincente. Obama ha da una parte giocato di nuovo una carta “unificatrice” (lo sforzo deve essere congiunto perché ne va del destino dell’America); dall’altro, sembra credere che – in caso di fallimento – potrà attribuire le colpe al GOP, accusando i repubblicani di opporsi alle leggi sul lavoro, la casa, l’ambiente…. Insomma, un “non mi lasciano lavorare” che ricorda gli anni di Reagan, presidente che fu capace di capitalizzare a proprio vantaggio l’ostruzionismo parlamentare dei democratici.

L’Obama elettorale del 2010 non è molto diverso da quello del 2008: tra lascia e raddoppia, ha scelto di raddoppiare. Sempre che nel mezzo, il 2009, non abbia perso troppe fiches.

Presidente Barack Obama, 27 gennaio 2010
Discorso sullo stato dell’Unione