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Un’apologia della prevedibilità

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Si legge sempre più spesso che saremmo in un’era a forte tasso di incertezza, e forse questo è vero: i meccanismi degli scambi e della politica internazionale sono molto interdipendenti, dunque sensibili a movimenti di una qualsiasi variabile che produce scosse lungo l’intero sistema. Ma si sente ancora più spesso dire che gli effetti di questa interdipendenza quasi patologica sarebbero “imprevedibili”. Qui è il caso di dissentire decisamente, perché uno dei maggiori fattori di rischio nell’attuale contesto globale – gli Stati Uniti guidati da Donald Trump – risponde a una precisa logica azione-reazione che è quasi del tutto prevedibile, e anzi ogni volta regolarmente prevista. Ciò che lascia perplessi e magari sorpresi è semmai la rapidità, l’intensità e la scarsa pianificazione dell’azione americana, ma non certo le sue conseguenze sistemiche.

Donald Trump alla Casa Bianca

 

Questa osservazione vale sia per le politiche economiche sia per quelle militari e di sicurezza.

Partiamo dai dazi all’importazione – ricordando bene di cosa si tratta, cioè di tasse imposte dal governo americano su prodotti che attraversano i confini degli Stati Uniti. Quasi tutti gli economisti concordano sul fatto che una tassa non può di per sé beneficiare la crescita e gli operatori privati, ma semmai le casse dello Stato, che poi ne faranno ciò che ritengono opportuno. Così impostata, la questione di dazi e tariffe si mostra già sotto una luce diversa rispetto a come è stata solitamente presentata dall’amministrazione Trump: era prevedibile e previsto che il costo immediato di un forte aumento dei dazi sarebbe gravato sugli importatori americani e in parte sui consumatori americani, non certo sugli esportatori/produttori stranieri. Questo vale a prescindere da ogni altra considerazione sulla complessità delle filiere produttive, sulla capacità della Cina di spostare le destinazioni del proprio enorme export o di aggirare le tariffe. In ogni caso, promettere una rapida reindustrializzazione come effetto dei dazi sulla competitività non ha alcuna base teorica o empirica.

Non può dunque sorprendere che negli Stati Uniti manchino segnali di questo processo (di reindustrializzazione a tappe forzate) che siano direttamente legati alle tariffe; semmai, gli incentivi della famosa “IRA” voluta da Biden e revocata da Trump stavano producendo alcuni effetti in quella direzione, seppure al prezzo di una spinta inflattiva. Intanto, la crescita del PIL registrata nel 2025 dagli USA è largamente imputabile a due settori: healthcare (non certo un cavallo di battaglia dell’amministrazione Trump) e AI (fortemente sostenuta dalla Casa Bianca, ma soprattutto mediante deregolamentazione e dunque con altre controindicazioni). Del resto, se la ricetta stesse funzionando appieno non ci sarebbe davvero bisogno di continuare a pressare la Fed per un taglio dei tassi d’interesse, che peraltro viene messa in ulteriore difficoltà dalle dinamiche inflattive causate sia dalle stesse tariffe sia ora dalla guerra contro l’Iran. In sostanza, la Trumponomics sembra fin qui molto sbilanciata e in parte contraddittoria rispetto ad alcuni obiettivi che il Presidente sta perseguendo in politica estera.

 

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Intanto, si può affermare che il quadro appena delineato conferma la correttezza delle previsioni fatte dalla stragrande maggioranza degli economisti e degli osservatori (americani e non) sugli effetti delle politiche attuate da Trump. Non c’è assolutamente nulla di strano né di imprevedibile nei dati disponibili e nei timori di stagflazione (o quantomeno di crescita contenuta a fronte di inflazione persistente al di sopra dei livelli desiderati), e sembra anzi di assistere ad un esperimento da “libro di testo”, finora perfettamente riuscito. Se poi nel medio o lungo periodo ci saranno ripercussioni positive sull’economia americana dovute alle protezioni tariffarie, resta da vedere, ma non è comunque questione di breve termine e dipende dall’intreccio tra più ampie azioni del governo (sostegno a settori strategici, etc.) e decisioni di molti attori privati, fino ai consumatori.

Passando ad una considerazione settoriale ma dal peso realmente strategico, si è tornati a guardare con grande interesse in queste settimane al settore dello shale oil&gas negli USA, come possibile beneficiario dell’aumento dei prezzi petroliferi (a seguito dell’attacco all’Iran) e perfino come pilastro di un rapido rilancio industriale. Anche qui, le aspettative del Presidente Trump in tal senso sono state finora deluse: fin dalla deposizione forzosa di Nicolás Maduro in Venezuela, ancora prima delle operazioni militari nel Golfo Persico, è emerso con chiarezza che gli investimenti di “Big oil” non arrivano a spron battuto soltanto perché la Casa Bianca li richiede. Era ben chiaro da tempo che il Venezuela fosse un Paese in cui non è facile investire, e non c’è dunque motivo di essere sorpresi dalla riluttanza dei grandi attori del settore nonostante il cambio alla presidenza del Paese.

 

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Quando poi è iniziato l’attacco congiunto USA-Israele contro l’Iran, l’amministrazione non aveva predisposto pubblicamente alcun piano in campo energetico, e sembra aver male interpretato la cosiddetta “indipendenza energetica” americana: il Paese, pur essendo un grande produttore ed esportatore, non è immune dalle tensioni sui prezzi internazionali né è in grado, da solo, di contrastarle. L’attuale prudenza del settore shale negli Stati Uniti non dipende dalle fluttuazioni di mercato nel breve periodo, bensì dalle ben note proiezioni a livello mondiale sulla tendenza a una domanda calante di fonti fossili, a sua volta legata alla trasformazione industriale in corso in quasi tutte le economie verso una forte diversificazione a vantaggio delle fonti rinnovabili. L’aperta contrarietà dell’amministrazione Trump nei confronti della transizione “verde” non ha molto a che fare con le scelte di altri governi e della grande maggioranza delle aziende (come suggeriscono i dati perfino relativi al business americano).

Si tratta, nuovamente, di uno sviluppo previsto e ben noto agli esperti e agli operatori del settore energetico.

Se allarghiamo ora il ragionamento alle operazioni militari contro l’Iran in quanto tali, il quadro tattico e alcune implicazioni regionali appaiono perfino più chiare – e perfettamente prevedibili – delle ripercussioni economiche. E’ impensabile che al Pentagono nessuno abbia prospettato un tentativo iraniano di colpire obiettivi americani e delle monarchie arabe nella zona, come anche una chiusura almeno parziale dello Stretto di Hormuz. Dunque, si è trattato di un rischio calcolato da parte di Washington – o meglio di un rischio mal calcolato, visto che in pochi giorni la riapertura e la sicurezza dello Stretto sono diventati il nodo centrale della crisi in atto.

 

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In senso ancora più ampio, l’amministrazione Trump sembra aver improvvisamente (ri)scoperto il valore delle coalizioni e magari perfino di un’alleanza strutturata e integrata come la NATO. Il problema è che da circa 15 mesi (insediamento dell’attuale presidente) sono stati scritti migliaia di discorsi ufficiali, analisi e documenti di policy per ricordare a Washington che le alleanze possono essere preziose. E che addirittura le limitate capacità militari dei partner europei possono tornare utili a fronte di crisi da gestire o prevenire. A volte è anche possibile che sforzi diplomatici congiunti (senza neppure definirli “multilaterali”, per pudore) facciano la differenza nei confronti di avversari riottosi e disposti a combattere per ragioni che ritengono esistenziali.

Si potrebbero citare molti altri casi recenti in cui gli scenari di gran lunga più probabili, quasi scontati per gli esperti, si sono puntualmente verificati a seguito di iniziative americane.

Tutto ciò è rilevante per ragioni molto concrete, e non solo per ristabilire il ruolo centrale delle competenze specialistiche (che sarebbe comunque un passaggio utile), visto che gli effetti delle scelte di Washington ricadono su alleati, partner occasionali, avversari, e più ampiamente sugli assetti regionali ovunque nel mondo. Se si agisce in base a teorie in aperta contraddizione con il “mainstream”, l’onere della prova spetta a chi contesta le “vecchie” teorie consolidate.

Quando si fanno poi scelte di policy per conto dell’unica vera superpotenza globale, ci si assume una responsabilità ancora maggiore, perché tutti rischiano di essere colpiti dalle onde d’urto. Ma tutti sanno anche a chi imputare gli eventuali errori di calcolo.