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Una nuova Gran Bretagna e una diversa Europa: prime lezioni dal referendum

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 È difficile restare freddi davanti a un avvenimento di tale portata: il Regno Unito, secondo paese del continente per economia e terzo per popolazione, dichiara con un voto popolare la sua volontà di uscire dall’Unione Europea. Era entrato nella CEE nel 1973, dopo un processo di adesione tortuoso, conscio di non poter più permettersi di restare al di fuori del Mercato Comune.

La situazione di questo immediato post-Brexit è inevitabilmente caotica. Almeno nel caso immediato dei mercati finanziari, si tratta di vero panico: la sterlina ha perso nella notte elettorale circa il 9% del suo valore sul dollaro e il 20% sullo yen, tornando ai livelli di 30 anni fa. Le ore dello spoglio, d’altronde, hanno assunto i contorni dell’assurdo: iniziate con un’infornata di sondaggi favorevoli al Remain, continuavano con il pessimismo del nazionalista e pro-Leave Nigel Farage che dichiarava a caldo: “di poco, ma credo che abbiamo perso” – scatenando l’entusiasmo degli europeisti. Solo a notte inoltrata, con l’arrivo dei primi dati dalle due città tenute d’occhio dagli statistici – Newcastle e Sunderland – si capiva che il Leave stava raccogliendo molti più voti del previsto; e infine che avrebbe vinto. Come accade ormai spesso, i sondaggi si sono rivelati poco affidabili, riflettendo una sostanziale volatilità degli elettori. Questo problema ricorrente è probabilmente un effetto del nuovo clima politico-sociale delle democrazie occidentali: sono saltati quasi tutti punti di riferimento (partitici e ideologici) e le intenzioni di voto – anche in un referendum – possono cambiare in fretta perché sono influenzabili da eventi improvvisi o piccoli spostamenti dell’umore popolare.

In ogni caso, siamo ora davvero in terra incognita, data l’eccezionalità dell’evento e l’imprevedibilità delle conseguenze. È comunque utile fissare alcuni punti-chiave della situazione ad oggi.

Il Regno Unito esce dal voto ben poco unito. C’è una frattura generazionale profonda: circa due terzi degli under 25 hanno scelto la permanenza nell’Unione, mentre due terzi degli over 65  hanno optato per l’addio. La stessa proporzione di circa il 65%, con i laureati nettamente favorevoli rispetto a chi ha bassi titoli di studio, fa di Oxford e Cambridge due bastioni del Remain. Ancora più evidente è la spaccatura geografica: in tutte le contee della Scozia è Remain la scelta che vince (con un 62% globale, il dato più alto tra le regioni del regno), così come in Irlanda del Nord e a Londra. A sostenere il Leave sono il Galles (di misura), e ben più massicciamente l’Inghilterra – al di fuori della capitale e dei centri universitari.

Questi dati avranno conseguenze sull’integrità dello stato britannico? In molti sembrano pensarlo. Dal Sinn Féin, il partito più filo-irlandese dell’Ulster, fanno sapere che considerano il risultato sufficiente per rompere gli obblighi di fedeltà a Londra. Nicola Sturgeon, primo ministro in Scozia, si è subito congratulata con i suoi concittadini per il voto pro-europeo: l’idea di un altro referendum per l’indipendenza, a soli due anni da quello già perso dai nazionalisti, è ora plausibile.

Più difficile capire come reagiranno i 27 di Bruxelles allo scoccare di quello che per i fautori del Brexit è davvero l’”Independence Day”. La capitale dell’Unione ha seguito la campagna cercando di mascherare la paura e non eccedendo con le intrusioni nel dibattito britannico, per non provocare reazioni ancor più negative. Ma i leader continentali, da Angela Merkel a Jean-Claude Juncker, hanno comunque sottolineato un concetto: leave means leave. E cioè: se i britannici voteranno davvero per andarsene, non ci saranno sconti, trattamenti di favore, eccezioni. Il negoziato per la separazione dovrà essere aperto subito. Si vedrà già nelle prossime settimane; certo è che una durezza “punitiva” potrebbe rivelarsi autolesionista, a maggior ragione se dovesse avvelenare ancor più il clima in tutta Europa, già ricco di pulsioni populiste e anti-Bruxelles. In altre parole, la UE non arriva certo a questa discussione da una posizione di forza, e non sembra avere né coesione interna né potere sufficiente per trattare Londra in modo sprezzante.

Del resto, è proprio la Germania, alla guida dell’UE per quanto di malavoglia, che teme il contraccolpo più forte. “Non ci lasciate soli”, recitava un titolo-appello del settimanale Der Spiegel di pochi giorni fa: soli con il protezionismo francese, soli con il lassismo mediterraneo. La presenza di Londra, punto di riferimento per i paesi liberali del nord-Europa e per i riottosi membri centro-orientali, era uno dei pilastri dell’equilibrio, pur traballante, necessario a quello che in molti settori è di fatto un’egemonia di Berlino. Il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, tra i pochi a parlare apertamente, aveva avvertito: “in tempi di globalizzazione, lo splendido isolamento non è un’idea così buona”.

Il premier britannico David Cameron aveva garantito agli ex partner europei, a dir poco perplessi per la sua scelta di “forzare” la questione, che il referendum sarebbe servito proprio ad arginare il nazionalismo e lo scontento montanti nelle isole. Dobbiamo purtroppo registrare il fallimento della sua strategia, basata su un uso disinvolto, e in fondo a sua volta populista, di uno strumento democratico cruciale. Il Primo Ministro, appoggiandosi su una popolarità molto bassa e con il suo stesso partito in rivolta, è stato travolto alla fine dalle urne; il fronte del Leavelo considera un nemico, e quello del Remain lo disprezza a sua volta per gli errori commessi: le sue dimissioni suonano naturali.

Ciò che accadrà nei prossimi mesi – e la capacità di tenuta del sistema inglese di fronte allo shock e a un quadro senza precedenti – ci dirà se l’arena politica britannica si dividerà definitivamente tra isolazionisti e “integrazionisti”, o se tornerà a scontrarsi sull’asse destra-sinistra. In entrambi i casi, è delicata la posizione del capo laburista Jeremy Corbyn: il suo tiepido europeismo (il Labour invitava a votare Remain, ma molti elettori delle fasce più popolari non l’hanno ascoltato) gli viene ora rimproverato da chi nel partito vorrebbe la sua testa.

Jean-Claude Juncker, il Presidente della Commissione Europea meno amata di sempre, ha detto che il Brexit è un atto di “automutilazione” del Regno Unito. Tra i motivi del risultato, che ha comunque le sue radici in un euroscetticismo “storico” e nel rapporto mai consolidato tra la popolazione britannica (o meglio, inglese e gallese) e le istituzioni europee, c’è senza dubbio da annoverare anche l’impopolarità dell’Unione. Questa è dovuta certo a ingenerose accuse e a menzogne di ogni tipo, ma anche a lampanti fallimenti e a incompetenze ripetute: l’UE funziona male, e lo riconoscono moltissimi europei anche fuori dalla Gran Bretagna.

Ma bisogna dire pure che quest’Europa da cui Londra ora si stacca ha una forte impronta inglese: nel relativo liberalismo del suo mercato, nell’assenza di una piena integrazione politica che superi le sovranità nazionali, nell’apertura all’Est, in una ricorrente (anche se poco concreta) ambizione di svolgere un ruolo “globale” in politica estera.

La sfida per l’Unione Europea è comunque colossale: non ci si potrà limitare al compito – di per sé delicatissimo e faticoso – di gestire tecnicamente lo sganciamento britannico dai vincoli europei; si dovrà subito ripensare la raison d’être della UE che esiste oggi, come anche dell’eurozona che ne costituisce la componente più “avanzata”. Forse si deciderà di proseguire con l’attuale struttura, ma la decisione andrà presa in modo esplicito e coerente, di fatto ponendosi gli stessi quesiti a cui i britannici hanno dato la risposta che ora conosciamo. Anche perché, la Brexit, ponendo i divisi stati europei e la difettosa Unione di fronte a una nuova “emergenza”, rischia di farne esplodere i malfunzionamenti, prima ancora che provocare un riflesso unitario.

Non c’è alternativa a una valutazione strategica, per quanto impegnativa: se non la faranno i governi, lo chiederanno comunque i movimenti e i partiti più critici – e si tratterà in ogni caso di un atto dovuto alla cittadinanza europea. Già si sentono i primi prevedibili effetti a catena della Brexit, dalle rischieste spinose di Scozia e Irlanda del Nord; ai nazionalisti olandesi e francesi che reclamano un referendum anche per loro, alle varie ipotesi di “opt out parziali” che presto o tardi verranno.

Che piaccia o no, e per quanto sia rischioso rispetto ai tradizionali metodi decisionali, le leadership europee devono subito pensare a come coinvolgere in una grande conversazione sul futuro dell’Unione tutti i suoi cittadini, anche solo per gestire razionalmente le ripercussioni del Leave, e certamente prima di avventurarsi in qualsivoglia processo riformatore. Forse è questa la prima e dura lezione del referendum del 23 giugno.