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Una bomba demografica chiamata Egitto

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Una corsa in taxi di pochi chilometri per le strade del Cairo si trasforma spesso in un incubo. Il traffico infernale della capitale egiziana, tra clacson impazziti, effluvi asfissianti dei motori e frotte di pedoni che attraversano di continuo, è capace di vincere la resistenza anche del più paziente dei viaggiatori. La gigantesca metropoli, con un’area urbana abitata da quasi 22 milioni di persone, vive amplificate le difficoltà che affliggono tutte le principali città egiziane. Alla lentezza negli spostamenti e all’inquinamento, si aggiungono la carenza di alloggi, la scarsità di acqua potabile, la disoccupazione giovanile e servizi di base scadenti o pressoché inesistenti. Eppure, l’Egitto ha una superficie tutt’altro che trascurabile, di poco superiore a un milione di chilometri quadrati, cioè più di tre volte quella italiana. La quasi totalità del territorio è però inadatta a ospitare la vita e le attività umane, aggravando i problemi economico-sociali legati alla crescita incontrollata della sua popolazione.

Fedeli in una moschea egiziana

 

Una demografia debordante in un territorio fragile

Nel 1952, anno del colpo di Stato repubblicano che abbatté la traballante monarchia di re Faruq I, l’Egitto aveva gli stessi abitanti che oggi vivono nella sola area metropolitana del Cairo. La Central Agency for Public Mobilization and Statistics, l’istituto nazionale di statistica locale, ha certificato 105,9 milioni di abitanti alla fine del 2023, con un incremento di 750mila persone nel secondo semestre dell’anno appena concluso. Per avere un’idea della rapidità con cui la popolazione aumenta, basti pensare che, al momento del crollo del regime trentennale di Hosni Mubarak sotto il peso delle proteste di piazza del 2011, gli egiziani erano poco più di 80 milioni. Se i ritmi di crescita attuali, che vedono la popolazione aumentare di un numero di individui compreso tra 1,5 e 2 milioni ogni anno, dovessero mantenersi, l’Egitto arriverà a 120 milioni di abitanti entro la fine di questo decennio e sfiorerà i 160 milioni a metà del secolo.

Si tratta di una popolazione che il Paese nordafricano semplicemente non può ospitare. A fronte di una superficie che lo colloca tra i 30 Stati più estesi al mondo, l’Egitto deve fare i conti con una geografia particolarmente inclemente. Solo l’11% del territorio è abitabile e, escludendo le aree dedicate all’agricoltura, resta un 5% scarso per uso abitativo, industriale e commerciale. Non sorprende quindi che, in alcuni quartieri del Cairo o di Alessandria, la densità di popolazione superi i 13mila abitanti per chilometro quadrato. Gli egiziani sono stipati lungo le due sponde del Nilo, in una fascia di terra fertile che non si allontana mai più di 15-20 km dal fiume, nonché nel delta mediterraneo e, in misura minore, in diverse città-oasi e lungo le coste. Il resto del Paese è occupato da sconfinate aree desertiche estese fino alle profondità riarse dal sole del Sahara, da depressioni inospitali come quella di Qattara, verso il confine con la Libia, e da montagne brulle e imponenti nel Sinai e a ridosso della sponda africana del Mar Rosso.

Il clima arido contribuisce ad accrescere le difficoltà di un territorio già aspro. Non a caso, l’Egitto era definito in antichità come un “dono del Nilo”. Il 90% delle risorse idriche necessarie all’irrigazione dei campi e alle altre attività antropiche proviene proprio dal corso d’acqua che nasce nella regione dei Grandi Laghi, nel cuore dell’Africa centro-orientale. La generale diminuzione della piovosità e l’aumento delle temperature medie legato ai cambiamenti climatici stanno riducendo la portata del Nilo, suscitando molte preoccupazioni tra i dirigenti egiziani.

 

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A questo si aggiungono le tensioni politiche legate alla Grande Diga del Rinascimento Etiopico (GERD, secondo l’acronimo inglese) sul Nilo Azzurro, che Addis Abeba ha inaugurato ufficialmente a febbraio del 2022. L’infrastruttura è da anni al centro di aspre polemiche tra l’Etiopia e l’Egitto, che teme una drastica diminuzione dell’afflusso idrico. Da questo ramo del fiume proviene il 57 % dell’acqua del Nilo. Non è un caso quindi che, in più occasioni, Il Cairo abbia minacciato di ricorrere alla forza, qualora le operazioni di riempimento dell’immenso lago artificiale creato dalla diga riducano drasticamente la portata più a valle.

 

Le ragioni del boom demografico e i tentativi di arginarlo

Nonostante questi elementi di fragilità strutturale, nulla sembra prospettare alcuna rapida inversione di tendenza nei ritmi di crescita della popolazione. Il tasso di fecondità, secondo i dati contenuti nell’aggiornamento del 2022 del World Population Prospects pubblicato dalle Nazioni Unite, è di 2,87 nascite per donna. Dopo una rapida discesa a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, quando il numero medio di figli per donna superava addirittura i 6, questo indicatore ha ripreso a crescere nel decennio successivo alle cosiddette “primavere arabe”. Solo dall’inizio degli anni Venti si registra un leggero calo. È presto però per dire se si tratti di una semplice fluttuazione o di un cambiamento nelle abitudini e nei costumi della popolazione. Alla crescita demografica contribuisce anche il progressivo allungamento della speranza di vita alla nascita che, dai 70 anni attuali, dovrebbe arrivare a 76 anni nel 2050. La transizione da un regime demografico tradizionale, contraddistinto da alti tassi di natalità e da ridotta speranza di vita, a uno più simile a quello dei Paesi avanzati, con bassi livelli di nascite e decessi, in Egitto richiederà probabilmente ancora vari decenni.

Le ragioni di tale lentezza sono principalmente culturali ed economiche. La società egiziana, soprattutto negli ambienti più conservatori e nelle aree rurali, considera una famiglia numerosa come un dono divino. Mancano poi programmi adeguati di educazione sessuale nelle scuole e non tutti i medici sono formati o disponibili a seguire le famiglie su un tema considerato tabù come la contraccezione. L’interruzione di gravidanza è vietata e punita, a seconda dei casi, con la detenzione o i lavori forzati dagli articoli 260 e seguenti del codice penale del 1937, fatta eccezione per i casi in cui la gestante sia in pericolo di vita. Per tante famiglie egiziane, la prole è l’unica ricchezza sulla quale contare per il futuro, una sorta di assicurazione sulla vita in un Paese dove un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e un altro 30% non si allontana troppo da essa. Nelle campagne, avere tanti figli significa disporre di braccia indispensabili a un’agricoltura spesso arretrata che, pur contribuendo all’11,3% del PIL, assorbe il 28% della forza lavoro nazionale.

Dinanzi a un boom demografico che sembra non conoscere limiti, le iniziative volute dal governo per ridurre le nascite si sono rivelate finora largamente insufficienti. La rimozione dei sussidi introdotti già dall’epoca nasseriana per spronare le donne ad avere più bambini non ha prodotto effetti. Anche perché la misura principale prevedeva un premio di 1.000 sterline egiziane per ogni nuovo nato a partire dal terzo figlio, cioè l’equivalente di meno di dieci pasti in un ristorante di medio livello. Nel 2018, le autorità hanno annunciato un investimento di quasi 20 milioni di dollari per finanziare una vasta campagna di educazione alla pianificazione familiare denominata “Due bastano”. L’obiettivo era di aumentare la consapevolezza delle coppie sui contraccettivi, rendendoli di più facile reperibilità e a prezzo calmierato, nonché sui rischi di gravidanze continue. Ma le risorse insufficienti e le già citate resistenze culturali hanno prodotto ben pochi risultati.

Il presidente Abdel Fattah al Sisi ha definito la questione demografica uno dei problemi più gravi che affliggono il Paese. L’inadeguatezza dei provvedimenti messi in campo richiede misure più incisive. Il capo dello Stato, in occasione della Conferenza mondiale sulla popolazione, la salute e lo sviluppo, tenutasi al Cairo a settembre del 2023, ha proposto l’adozione del modello cinese basato sulla politica del figlio unico per ogni famiglia. Lo scopo sarebbe di arrivare a un numero di nascite sostenibile per l’Egitto, indicato dal presidente in 400mila ogni anno, a fronte dei 2,2 milioni del solo 2022. La sfida è prima di tutto culturale perché, per avere successo, è necessario intervenire sul modo di pensare della popolazione, insieme a una massiccia dose di coercizione e a costosi incentivi.

 

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In Cina, le misure introdotte negli anni ‘70 e abbandonate definitivamente solo nel 2015, si rivelarono efficaci solo perché implementate con durezza e mantenute per un lungo periodo di tempo. Ed è difficile considerarle un successo: da un eccesso, la Cina sta scivolando in quello opposto, e ha ora difficoltà ad arginare l’invecchiamento e la decrescita della popolazione. Non è scontato che tale modello sia applicabile anche in Egitto. Tra l’altro, la proposta di Al Sisi ancora non si è tradotta in iniziative concrete e, cosa non usuale, ha suscitato perplessità all’interno dello stesso governo. In particolare, il ministro della Sanità e della Popolazione, Khaled Abdel Ghaffar, si è schierato a favore della libertà totale degli egiziani di avere figli, determinando la reazione stizzita del capo dello Stato, costretto a ricordare che tale libertà non può mettere a repentaglio la sicurezza e il futuro del Paese.

Vista sul Cairo

 

L’insicurezza alimentare e i timori del regime

Non è chiaro dunque come le autorità del Cairo intendano affrontare una sfida che può mandare in frantumi i fragili equilibri sui cui si regge il Paese. Le proteste del 2011 partirono proprio come movimenti spontanei di ribellione contro le condizioni di vita precarie che opprimevano milioni di persone, a fronte soprattutto di scarsi servizi pubblici e prospettive quasi nulle di crescita economica accelerata. Le rivendicazioni in favore di più ampi diritti civili e politici sarebbero arrivate solo in un secondo momento. Le cause profonde della rabbia esplosa allora non sono venute meno. Al contrario, la pandemia di Covid-19 ha aggravato la situazione, danneggiando il turismo con un crollo dei visitatori stranieri, passati da 13 milioni nel 2019 a soltanto 3,7 nel 2020, e un calo delle entrate relative superiore al 70%. Nell’anno appena passato i flussi di viaggiatori sono ripresi in grande stile, ma i problemi del settore restano intatte. Anche perché la crescente instabilità del quadro internazionale rischia di annullare in qualsiasi momento i progressi fatti dall’economia, cresciuta del 6,6 % nel 2022.

Gli egiziani ne hanno avuto prova subito dopo l’aggressione russa ai danni dell’Ucraina, che ha reso più difficili e discontinui gli approvvigionamenti di cereali dall’area del Mar Nero. Nel 2020, Il Cairo importava dai due Paesi in guerra l’86% del grano necessario a coprire il fabbisogno della popolazione. Solo a prezzo di un aumento considerevole della spesa pubblica è stato possibile evitare che la fiammata dei prezzi delle materie prime alimentari scatenata dal conflitto si ripercuotesse sui cittadini.

 

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Tale sforzo non è però sostenibile all’infinito, anche perché l’Egitto deve acquistare all’estero il 40% delle derrate, pagate 8 miliardi di dollari nel 2021. Un numero crescente di bocche da sfamare renderà inevitabilmente la bolletta alimentare sempre più onerosa. Né sembrano promettenti i grandiosi progetti per estendere la superficie agricola nazionale e rinverdire questa o quella parte del Paese annunciati ormai a scadenze quasi regolari. Tali iniziative restano spesso sulla carta, si traducono in colossali sperperi di risorse e richiedono in ogni caso molti decenni per essere implementate.

Ad esempio, si parla da anni di trasformare la depressione di Qattara in un bacino lacustre inondandola con le acque del Mediterraneo o pompando miliardi di metri cubi d’acqua dal lago Nasser attraverso un fiume artificiale nel deserto. In questo modo si creerebbe una vasta area umida con precipitazioni favorite dall’evaporazione e ideali per lo sviluppo agricolo. Al di là dei dubbi sulla concreta realizzabilità di tale disegno, si tratta comunque di opere che migliorerebbero la sicurezza alimentare dell’Egitto solo nel lungo periodo.

La depressione di Qattara

 

Ne è dimostrazione il New Delta Project, l’ultimo arrivato tra i mastodontici piani di sviluppo rurale che, una volta completato, dovrebbe aumentare la superficie agricola nazionale di 9.000 chilometri quadrati. C’è da dire che tale iniziativa è il risultato di un approccio diverso, fatto di tanti piccoli interventi sull’area prescelta a nord-ovest del Cairo, invece di puntare tutto su singole infrastrutture gigantesche. È una novità anche la decisione di non pesare ulteriormente sulle forniture idriche garantite dal Nilo, attingendo a pozzi per raggiungere i depositi di acqua fossile sotto il deserto, a scarichi urbani e industriali opportunamente depurati e alla produzione di impianti di dissalazione in parte alimentati a energia solare. I primi risultati degli interventi intorno alla città di Dabaa sono arrivati a partire dal 2022 e, nell’anno appena passato, il governo puntava a una produzione cerealicola aggiuntiva di un milione di tonnellate. Ma tutti questi sforzi rischiano di non migliorare la sicurezza alimentare della popolazione, di per sé precaria per quasi la metà degli abitanti, proprio a causa della crescita demografica che vanifica gli sforzi tesi ad aumentare la produzione agricola.

 

Il fattore Gaza

I rischi di nuove rivolte per il pane sono dunque gli stessi del 2011 e lo scenario internazionale contribuisce ad accrescere la preoccupazione del regime di Al Sisi. Non è un caso che dal Cairo siano giunte reazioni quasi isteriche alle dichiarazioni di alcuni esponenti dell’estrema destra israeliana, che hanno ipotizzato l’espulsione completa dei palestinesi da Gaza e il loro trasferimento nel Sinai, quindi in territorio egiziano. Sebbene la realizzazione di tale scenario sia molto inverosimile, il peso attribuito loro dagli egiziani denota la preoccupazione dinanzi all’ipotesi, seppur remota, di dover accogliere all’improvviso più di due milioni di persone, tra l’altro in una regione affetta già da endemici problemi securitari.

Gli egiziani non sono andati al di là delle parole di solidarietà nei confronti dei palestinesi, e della condanna di Israele per la sua reazione ai massacri del 7 ottobre, considerata del tutto sproporzionata. Per ora, i valichi di frontiera con la Striscia restano ben sigillati e, dietro alle accuse agli israeliani di non consentire il passaggio degli aiuti umanitari, si nasconde la segreta soddisfazione di non dover affrontare una crisi umanitaria difficile da gestire.

Anche perché si sta prospettando un inatteso calo dei proventi dai transiti nel Canale di Suez. Da alcune settimane, i ribelli houthi in Yemen, proxy dell’Iran, stanno attaccando le navi mercantili europee, americane e israeliane che fanno la spola tra Europa, Golfo ed Estremo Oriente attraverso Bab el Mandeb e il Mar Rosso, affermando di voler così punire Israele e i suoi alleati per la guerra a Gaza. Molte grandi compagnie di navigazione hanno modificato le rotte, preferendo doppiare Capo di Buona Speranza, circumnavigando l’Africa, evitando Suez. Considerando che l’Egitto incassa ogni anno tra 8 e 10 miliardi di dollari dai pedaggi per attraversare il Canale, più o meno la stessa cifra che copre le sue importazioni alimentari, è lecito aspettarsi ulteriori preoccupazioni al Cairo per la tenuta del fronte interno e nuovi sforzi per disinnescare la bomba demografica sulla quale il Paese è seduto.

 

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Le difficoltà nel gestire la questione sono immense e non prive di ricadute sull’azione diplomatica egiziana in favore di scelte moderate sia verso la guerra in corso alle sue frontiere nord-orientali sia nella politica conciliante già adottata in precedenza verso rivali storici come la Turchia. Si tratta di decisioni frutto di considerazioni complesse e multiformi, ma è certo che nel novero di tali valutazioni rientrino le sfide legate a una demografia fin troppo esuberante, che ha fatto dell’Egitto uno dei Paesi con la più rapida crescita della popolazione al mondo.