international analysis and commentary

Un cigno nero e quattro contagi

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Il 2020 si è aperto con un cigno nero e quattro contagi – in rapidissima successione.

Il cigno nero – una sorpresa con effetti sistemici – sta negli effetti del famigerato Covid-19 sull’economia globale. Probabilmente non nell’epidemia/pandemia in sé, tutto sommato prevedibile nelle linee generali dopo l’esperienza della SARS a inizio decennio; era soltanto questione di tempo, vista la crescita continua dei viaggi a lunga distanza, la circolazione delle navi-container, e i tanti interscambi prodotti dalle catene globali del valore.

Il punto è che le chiusure a singhiozzo di città cinesi, poi di aeroporti e frontiere, e infine di locali pubblici e uffici in mezzo mondo, hanno dato un colpo durissimo alle filiere produttive, rallentando bruscamente sia offerta che domanda in molte economie-chiave. Non va dimenticato che l’economia globale già soffriva di gravi squilibri e debolezze appena al di sotto della superficie, come la grande massa di debito pubblico, i tassi di interesse molto bassi, una crescita europea anemica, e naturalmente la battaglia dei dazi avviata da Donald Trump. Certo, il coronavirus segnala in modo drammatico che un fattore imprevedibile, e comunque esogeno rispetto alle scelte politiche, può intervenire a scatenare tutti gli elementi di instabilità già presenti, con conseguenze a catena quando il sistema è fortemente interdipendente e sensibile.

Passeggeri della nave da crociera “Grand Princess” tenuti in quarantena al largo di San Francisco

 

Veniamo allora ai contagi. Il primo è quello virale in quanto tale, che ha creato un grave problema di gestione e organizzazione soprattutto per la sua provenienza (in Cina, Paese fortemente autoritario e con un sistema sanitario certo non all’avanguardia) e per la sua novità (nel senso che un nuovo ceppo non ha ancora vaccini).

A rendere la prevenzione e il contrasto più difficili è stato anche prima il tentativo cinese di nascondere l’entità del problema e poi la sfiducia nei confronti del governo di Pechino (all’estero e quasi certamente anche tra gli stessi cittadini cinesi). A ciò si è sommato il goffo ricorso di tutti i governi europei a misure puramente nazionali (o addirittura regionali e locali nel caso italiano), che fatalmente ha ridotto l’efficacia complessiva delle azioni intraprese dalle autorità e ha creato confusione, dunque paura irrazionale, in molte opinioni pubbliche. E’ passata qualche settimana prima che tutti si rendessero davvero conto di quello che doveva essere ovvio dall’inizio: la dimensione transnazionale di un’epidemia necessita del massimo coordinamento possibile a tutti i livelli, compreso quello internazionale e ancor più quello intra-europeo (vista la stretta integrazione tra i membri dell’Unione).

 

Il secondo contagio è stato una vera “infodemia”, il termine adottato già il 2 febbraio in un bollettino ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per denunciare il pericolo di una perdita di controllo sulle informazioni che circolano ormai ovunque e in tempo reale. E’ chiaro che se le autorità non sono in grado di diffondere dati e soprattutto indicazioni operative accurate e affidabili (perché sovrastate da una marea di informazioni incontrollate e prive di fondamento scientifico) le reazioni più comuni saranno il panico o la sottovalutazione – entrambi reazioni sbagliate.

La comunicazione pubblica in un contesto fortemente digitalizzato è un problema notissimo da diversi anni: in questo caso è parso che oltre alle dinamiche spontanee dei social network e del passaparola ci sia stata anche una corresponsabilità dei media professionali, piuttosto lesti a criticare i governi e incapaci di resistere alla tentazione di “fare notizia” 24 ore su 24 con cifre spesso prive di un vero contesto razionale (clinico e relativo alle misure precauzionali decise della autorità). E’ un tema sui cui dovrà tornare a riflettere con un po’ di distacco e onestà intellettuale, a prescindere dal diritto di critica e dalla sacrosanta libertà di parola.

 

Un terzo contagio che abbiamo visto all’opera è quello dei mercati: le piazze finanziarie di tutto il mondo, come sempre propense alla fibrillazione e ipersensibili nel breve termine, hanno amplificato le preoccupazioni sanitarie ed economico-produttive creando una sorta di eco finanziaria che certo non aiuta in questa fase a rischio-recessione.

Una volta di più, si è verificato comunque che non c’è via di scampo dalle “mandrie” in corsa: anche la solida economia americana è entrata velocemente in modalità-panico, senza che per ora vi siano stati danni irreversibili ma in ogni caso manifestando nervi poco saldi. Viene dunque il sospetto che vi siano altre fonti di preoccupazione e insicurezza, sottotraccia. E’ molto probabile che scopriremo presto una verità scomodissima: la crescita degli anni di Trump è stata in qualche misura “dopata”.

E’ presto per dire in quale misura esattamente, ma certo il nuovo intervento della Federal Reserve (dopo quelli richiesti a gran voce dal Presidente prima del virus per sostenere l’economia) lanciano un segnale molto preoccupante. Un’ipotesi del genere influirebbe pesantemente sulla campagna elettorale in corso, perfino a prescindere dalle incertezze attuali su come la Casa Bianca saprà gestire l’emergenza sanitaria sul suolo americano.

 

Infine, quarto contagio, l’Europa è stata colpita quando già soffriva del virus-Brexit, cioè il timore che il divorzio con Londra possa portare allo sfaldamento dell’intera architettura della UE. E’ inevitabile che una diffusione della “opzione divorzio” (probabile se l’economia britannica dovesse cavarsela senza troppi costi) finirebbe per svuotare il progetto europeo integrato della sua vera fondamentale legittimità, cioè il successo del mercato unico. Il problema però è che intanto la separazione in corso ha comunque causato un danno economico sia alla Gran Bretagna che al resto dell’Unione – che dunque arriva all’appuntamento col virus in condizioni non brillanti.

L’impatto dell’epidemia è ancora da valutare per il Vecchio Continente, ma la gestione (finora, sarebbe giusto dire la mancata gestione comune) dell’emergenza-virus è uno specchio delle difficoltà che attanagliano la UE da molti anni: il dilemma irrisolto è come concordare e attuare una vera azione collettiva dei Paesi membri con il coordinamento di Bruxelles in settori ormai vitali. La tendenza di ciascuno a fare per sé finisce per danneggiare l’efficacia complessiva degli interventi – come si è visto palesemente sul dossier dei flussi migratori, ma anche su alcune questioni economico-finanziarie e sulla politica di sicurezza e difesa in aree di crisi (si pensi alla Libia).

Brexit è in fondo una manifestazione estrema dello stesso problema, per cui uno dei membri del club sceglie addirittura l’opzione del divorzio pur di recuperare il controllo sovrano dei proprio confini (che sia realistico o no). Qualunque cosa si pensi sul merito della decisione britannica e sulla reazione dei membri rimanenti, è un fallimento del progetto europeo su scala storica.

Queste esperienze recenti dovrebbero davvero fornire all’Europa una spinta ulteriore, speriamo finalmente decisiva, per creare alcuni meccanismi realmente integrati e transfrontalieri di gestione di quei fenomeni complessi che per loro natura non rispettano i confini, come è certamente vero per le minacce alla salute pubblica.

Sollevare ponti levatoi nazionali a fronte di epidemie, ma anche contagi economici, malware digitali, o cellule terroristiche, è davvero un’illusione fuori dal mondo e fuori dal tempo. I cittadini europei hanno pure il diritto di sognare soluzioni nostalgiche e “piccole patrie”, ma i loro leader hanno il dovere politico e morale di spiegare con fermezza che ciò è controproducente per gli interessi collettivi – anche delle più piccole comunità che vorrebbero rifugiarsi dietro le mura del castello.

La Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha cominciato a organizzare a inizio marzo un “team di risposta al Coronavirus”: meglio tardi che mai, ma è comunque tardi.

 

Un’ultima considerazione, di tipo globale: la pandemia ha già confermato i timori per gli effetti per tutti di un “decoupling” delle filiere produttive rispetto alla Cina. Se si ferma l’economia cinese, viene spezzata un’essenziale cinghia di trasmissione produttiva e dei consumi su cui si fonda la crescita mondiale e ormai anche l’innovazione. Molti avevano già criticato le modalità (sostanzialmente unilaterali e troppo orientate a obiettivi di breve periodo) dell’azione americana contro la Cina con lo strumento dei dazi.

Oggi siamo di fronte a una specie di esperimento accelerato per l’economia globale, che mostra il ruolo cinese come problema (per i gravi squilibri del sistema politico ed economico) ma anche come parte necessaria della soluzione: il grado di interdipendenza dei mercati è molto alto, e perfino troppo alto se si guarda al contagio tra le borse e nella finanza (come sempre, ipersensibili e propense all’effetto-domino), eppure non c’è realmente una via d’uscita se ci si aggrappa soltanto ai cordoni sanitari e alle sanzioni dirette o indirette. Certo, alcuni aspetti della globalizzazione vanno ripensati, rimodulati, e meglio gestiti; ma l’alternativa sensata non è una specie di autarchia nazionale o il ritorno a un idilliaco passato immaginario di sussistenza a chilometro zero.