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Tra Armenia e Azerbaigian, il gioco di Mosca e Ankara

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Da ottobre sono riprese le ostilità tra Azerbaigian e Armenia. In un’alternanza di combattimenti, provocazioni, cessate il fuoco, stalli diplomatici e aspettative disattese, il conflitto tra i due Paesi prosegue ormai dal 1988, da quando cioè la struttura istituzionale dell’URSS aveva iniziato a dare segni di cedimento. Dopo anni di ‘congelamento’, Erevan e Baku sono tornati dunque alla guerra guerreggiata, in un contesto internazionale mutato rispetto sia alle ultime fasi della Guerra fredda, sia a quelle del primato americano.

 

Dal punto di vista della strategia e in termini tattici, di impiego di particolari sistemi d’arma, quello tra Armenia e Azerbaigian non costituisce un caso in grado di suscitare clamore, neppure in questa fase, benché Baku si sia dotata di armi tecnologiche per avvantaggiarsi su un nemico motivato, ma peggio equipaggiato e dipendente dal sostegno di Mosca. Anche in termini etno-culturali il caso del Nagorno-Karabakh non può appare di particolare rilievo. Ancorché coevo alle guerre balcaniche, infatti, nello scontro tra Armeni e Azerbaigiani i fattori etnico e religioso non hanno avuto, per fortuna, alcun ruolo. Neppure l’influenza della diaspora armena né il sistema di incentivi collegato ai provenienti del mercato energetico costituiscono fattori esplicativi fondamentali, se non limitatamente a come il declino dei flussi di cassa generati dal gas azero abbia in parte condizionato i tempi entro i quali è avvenuta l’offensiva di Baku.

Ciò nonostante, come accadde negli anni Novanta, la partita per la revisione degli equilibri di potere e delle sfere d’influenza nella regione caucasica e in aree limitrofe – Medio Oriente compreso – sta avvenendo all’ombra proprio dello scontro tra Armenia e Azerbaigian. Oltre ai due contendenti, infatti, attorno a quello scacchiere si articolano gli interessi di raffinati interpreti dell’arte della diplomazia e del realismo politico – quello praticato – come Turchia, Iran e Russia. Sulla guerra in Nagorno-Karabakh si innestano dunque una pluralità di partite nelle quali, a seconda del contesto, il medesimo attore gioca ruoli talora assai diversi.

Anzitutto, in passato come oggi, l’erompere della guerra in Caucaso è stato associato a un qualche vuoto di potere sul piano sistemico. Nel primo caso si era trattato del collasso della struttura di potere sovietica e all’inceppamento dei meccanismi che regolavano le relazioni tra centro e periferia dello Stato comunista. Quel passaggio aveva fatto da premessa al consolidamento del primato degli Stati Uniti e alla successiva proiezione della loro potenza in Asia Centrale e Medio Oriente, prima attraverso la oil diplomacy e in seguito con strumenti militari. Oggi, invece, l’arretramento è avvenuto sul versante occidentale. Per ragioni e con modalità differenti, infatti, Washington e i suoi alleati si sono svincolati dall’area eurasiatica. Resta da comprendere chi eventualmente li sostituirà, colmando quella lacuna.

Mappa della regione caucasica prodotta dal Dipartimento di Stato USA nel 1994. Attorno ai “piccoli” Georgia, Armenia e Azerbaigian si affacciano i “grandi” Russia, Turchia e Iran.

 

Da un lato, l’atteggiamento critico da parte di Donald Trump verso la NATO e il suo impiego come strumento di stabilizzazione hanno prodotto uno scenario favorevole all’Azerbaigian, che da tempo stava pianificando un attacco volto a ripristinare la sovranità sul Karabakh. Dall’altro, è la Turchia l’attore che sembra poter trarre maggiori vantaggi dalla situazione. L’assenza dell’Occidente, infatti, potrebbe consentire ad Ankara di inserirsi a un livello differente nelle dinamiche regionali, modificando gli schemi negoziali – in primo luogo il Gruppo di Minsk, che coinvolge le maggiori potenze occidentali nel contesto dell’OSCE – che hanno regolato sinora la controversia tra Armenia e Azerbaigian. Intanto, l’azione di Baku potrà costringere Mosca a deviare verso il Caucaso risorse attualmente impiegate in aree come Siria e Libia, garantendo ad Ankara un margine di manovra più ampio e maggiore influenza.  Dalla guerra in corso e dalla radicalizzazione delle posizioni dei due contendenti, dunque, l’attore che più ha da perdere è il Cremlino il quale, pur con modalità differenti, è legato a entrambe le parti in lotta.

Durante gli anni Novanta, la Russia ha dovuto limitare la sua politica estera a una strategia di contenimento nelle aree del cosiddetto estero vicino (near abroad). Di fronte alla costante espansione a Est della NATO e ai tentativi di accrescere il proprio potere da parte dei diversi potentati locali insediatesi nelle ex-Repubbliche sovietiche, Mosca ha seguito una condotta volta a scongiurare ulteriori arretramenti, soprattutto da quando Putin si è insediato al potere. Salvo casi eclatanti come in Georgia e in Ucraina, Mosca ha prediletto il compromesso e la mediazione. Dinnanzi a tensioni o conflitti, la Russia ha optato in genere per acquisire una posizione tra le parti, ricorrendo quando necessario alla sua potente leva politica per indurle alla moderazione, come accaduto proprio in Nagorno-Karabakh.

Sostenendo l’Armenia, sinora, Mosca ha infatti portato avanti una politica di bilanciamento a favore della parte più debole, evitando due tipi di scenario. Il primo, che un landlocked state privo di autonomia economica e capacità difensive piombasse in una crisi interna che avrebbe magari portato attori esterni come NATO, UE e OSCE a intervenire in uno spazio geopolitico vitale per la sua sicurezza della Russia. Il secondo che, in assenza di qualcuno che un garantisse la sopravvivenza di Erevan, Baku non si accontentasse della restituzione dei territori occupati ma tentasse di infliggere un colpo decisivo allo stato armeno. Il contesto internazionale, però, è mutato. Venuta meno la presenza occidentale, infatti, il Cremlino sembra stia correndo il rischio di restare intrappolato in una geometria che esso stesso ha contribuito a costruire.

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e quello russo Michail Mišustin si fanno un selfie a Almaty, Kazakistan, dove si sono incontrati il 31 gennaio

 

Poiché attualmente l’ipotesi che la Turchia si intrometta a tal punto nel conflitto da arrivare allo scontro con la Russia risulta irrealistica almeno quanto quella che vede l’alleato armeno abbandonato da Mosca, tanto Erevan quanto Ankara hanno interesse che il conflitto degeneri il più possibile. Nel caso dell’Armenia, infatti, maggiore sarà l’aggressività degli avversari (il presunto abbattimento di un suo velivolo per mano turca e l’invio di mercenari dai Paesi vicini hanno evidentemente giovato) più chiaro e sostantivo dovrà essere il sostegno di Mosca, pena lo sfarinamento dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO).[1] Mentre per Ankara, maggiori saranno le risorse che Mosca dovrà investire per garantire la sopravvivenza del suo alleato, più la sua credibilità come legittimo mediatore del conflitto andrà deteriorandosi sia a livello internazionale sia agli occhi di Baku, precludendo in special modo l’invio di una forza di interposizione russa.

Con l’Occidente ripiegato su di sé a causa della pandemia, la posizione di Mosca si è fatta scomoda. Schiacciata tra la debolezza armena e il dinamismo e la spregiudicatezza turchi (come nel caso delle dichiarazioni sull’inefficacia della mediazione russa nel cessate il fuoco dei giorni scorsi e sul superamento storico del Gruppo di Minsk), la Russia potrebbe vedersi costretta ad accettare un negoziato nel quale la Turchia affiancherà Baku e, forse, anche la presenza di una forza di interposizione turca accanto alla propria.

Pur sconveniente, la presenza turca nella regione appare ciononostante preferibile a quella occidentale. Sul piano della politica interna, infatti, l’allineamento tra regimi non democratici rafforzerà la posizione di Putin. Nei rapporti regionali, invece, la pluralità di scenari nei quali Mosca e Ankara si confrontano sulla scorta di relazioni connotate sia dalla cooperazione sia dalla competizione offre margini negoziali per giungere a un assetto ordinato nel Caucaso, ancorato magari alle rispettive sfere d’influenza.

A livello sistemico, infine, qualora Ankara si rivelasse una media potenza aggressiva, Mosca potrà comunque fare valere la sua superiorità strutturale, come la storia ha dimostrato nei reiterati confronti tra i due Paesi. La partita in Nagorno-Karabakh probabilmente si concluderà con un arretramento regionale del gigante eurasiatico. Tuttavia, le mutate geometrie di potere nell’area sembrano comunque riservare condizioni favorevoli affinché Mosca migliori nel tempo il suo posizionamento sistemico.

 

 


[1] Costituita nel 1992, secondo molti, questa alleanza non ha particolare rilevanza da un punto di vista militare. Tuttavia, proprio perché funzionale al riconoscimento da parte di certi stati ex-sovietici il primato di Mosca in quella sfera, qualora la Russia mancasse di garantire uno degli Stati affilati al CSTO la legittimità dell’istituzione stessa risulterà gravemente intaccata.