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Sarà l’India la “nuova fabbrica del mondo”?

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La pandemia sta avendo conseguenze imponenti sull’economia reale in tutto il mondo. La Cina, primo paese a stabilire il lockdown, conta una perdita nel PIL di circa 6.8% nel primo trimestre del 2020 (National Bureau of Statistics of China). Oltre alla contrazione dei mercati, ad emergere è la dipendenza di molte economie dalla filiera cinese. Se consideriamo la preesistente instabilità causata dalla guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina, la frenata cinese obbliga molti paesi ad immaginare un piano B per l’approvvigionamento di alcuni beni di larghissimo consumo.

Tra le possibilità, quelle di cui si è parlato di più sono la diversificazione della supply chain a livello internazionale e il ritorno della produzione sul territorio nazionale. Per quanto riguarda la prima ipotesi, da circa un decennio alcune multinazionali stanno spostando la loro produzione dalla Cina a causa dell’aumento del costo del lavoro. Infatti, le statistiche redatte dal South China Morning Post mostrano un aumento già a partire dal 2018 della diversificazione tra le importazioni degli USA: +50% per i prodotti provenienti dal Vietnam e +30% per quelli da Taiwan.

La situazione attuale ha accelerato questo processo. Ma Taiwan e Vietnam, per quanto dotati di sistemi industriali di tutto rispetto, non possono competere coi volumi dell’enorme economia cinese; esiste davvero dunque una possibile alternativa? Forse l’India.

L’idea naturalmente piacerebbe a Nuova Delhi, che già dal 2014 aveva adottato il programma “Make in India” per attrarre un maggior numero di aziende internazionali sul proprio territorio. Inoltre, il Dipartimento per le Politiche Industriali e la Promozione (DIPP) aveva istituito una “unità di facilitazione per gli investitori” al fine di fornire informazioni ed assistenza a chi fosse interessato a delocalizzare.

Il primo ministro indiano Modi al lancio del programma “Make in India”

 

Negli anni però l’India non è riuscita a togliere alla Cina il titolo di “fabbrica del mondo”. Da qui, un rinnovato impegno del governo indiano per implementare strategie business-friendly. Innanzitutto, emendamenti alla legge di acquisizione delle terre e una velocizzazione nelle pratiche burocratiche; l’introduzione di una regolamentazione sulla bancarotta con l’obiettivo di creare fiducia nella comunità internazionale. E poi ancora, un piano di semplificazione fiscale e la diminuzione delle tasse al 15% per le nuove aziende del settore manifatturiero. Inoltre, dopo lo scoppio del covid-19 Deepak Sood, Segretario generale della Camera di Commercio e Industria Indiana (Assocham) ha richiamato l’attenzione verso la necessità di una strategia unitaria a livello nazionale per tentare di trovare una soluzione alle difficoltà del mercato globale. Questo, a suo avviso, potrebbe fare dell’India un competitor della Cina anche quanto essa tornerà a pieno regime. A questo proposito il governo indiano, dopo diverse consultazioni, ha individuato i fornitori di circa 1050 prodotti, ed evidenziato le difficoltà nelle catene di produzione mondiale di alcuni settori specifici tra cui le filiere di telefonia, componenti elettronici, elettrodomestici e plastica. Da qui l’idea di interventi mirati a questi settori, a cui saranno destinati incentivi sostanziosi per consentire il trasferimento in India degli stabilimenti.

Tutto ciò potrà bastare per attrarre aziende? Sicuramente c’è rassicurazione nei mercati nel vedere che l’India sarà uno dei pochi paesi a continuare a crescere: già nel primo trimestre del 2020 si è registrata una crescita del PIL del 3,1% (Ministry of Statistics and Programme Implementation). Grazie agli ottimi rapporti con gli Stati Uniti, il primo ministro Modi ha approcciato direttamente le aziende americane, leader in questo processo di diversificazione della supply chain. Modi ha promesso tagli alle tasse, ed un accordo sulla difesa di 3 miliardi, che include l’acquisto da parte dell’India di 24 elicotteri MK-60 Romeo e 6 elicotteri AH-64EApache.

Al di là delle mosse politico-diplomatiche, ciò che rende l’India una buona scelta è l’immenso mercato interno: una popolazione di oltre un miliardo e trecento milioni e, secondo le stime dello scorso anno del MOSPI, un salario medio annuale di poco più di 2500 dollari. Questo assicura una base di consumatori nazionali pronti ad accogliere e far fruttare in maniere veloce gli investimenti, e utili nel caso il commercio internazionale dovesse subire altri shock.

Non si può non considerare, però, le due maggiori criticità ancora presenti in India, entrambe non di rapida soluzione. In primo luogo, la struttura manifatturiera che in India è caratterizzata dalla catena di montaggio e non da distretti industriali. Questo è penalizzante nel sistema di supply chain contemporaneo costituito da una struttura multilivello. In secondo luogo, la tipologia di forza lavoro: il sistema educativo cinese ha provato negli anni di poter creare una classe nutrita di addetti altamente specializzati (tecnici, ingegneri etc..) permettendo a quest’ultima di adattarsi al cambiamento nelle componenti dell’esportazione: il 27 % è costituito da apparecchi elettronici ed elettrici, il 17% da macchinari e reattori nucleari (dati aggiornati al 2018). Questo non risulta vero per l’India che nel 2017 è stata oggetto di un programma quinquennale della Banca mondiale proprio per aiutare la giovane forza lavoro indiana a ottenere le competenze necessarie per adeguarsi al sistema economico internazionale.

Per quanto riguarda la Cina, attualmente la preoccupazione maggiore è il controllo dei danni. Da un punto di vista diplomatico-sanitario, Pechino vuole ricreare un’immagine di affidabilità e credibilità internazionale attraverso aiuti economici e di know-how per sostenere i paesi colpiti dalla pandemia, e cercare di allontanare l’immagine negativa disegnatale addosso negli ultimi mesi. Ne è esempio la decisione della Cina agli inizi di marzo di inviare indumenti di protezione individuale in Liberia, 100.000 kit per i test covid-19 nelle Filippine, gruppi di medici specializzati in Iraq, Iran ed Italia. Con lo stesso obiettivo, Xi Jinping ha annunciato lo scorso mese di volere contribuire con 2 miliardi alla battaglia contro il covid-19 dell’OMS.  Da un punto di vista economico è necessario riguadagnare la fiducia degli investitori e delle multinazionali che operano in Cina.

Innanzitutto, è arrivata la conferma che la terza Esposizione Import-Export internazionale della Cina (CIIE) si svolgerà a Shanghai così come programmato dal 5 al 10 Novembre, dando l’opportunità alle aziende straniere di riavvicinarsi alla Cina e ritrovare l’ottimismo che caratterizzava la loro collaborazione. Ma non solo iniziative informali: il ministro del Commercio Zhong Shan, in una conferenza stampa a margine della sessione annuale dell’Assemblea nazionale, ha dichiarato che il paese è pronto ad energizzare ulteriormente l’ambiente industriale supportando le imprese estere con politiche di tassazione più accomodanti, finanziamenti diretti, assicurazioni e innovazioni nella struttura della supply chain. Shan ha affermato che vi sono circa 300.000 entità tra aziende estere private, possedute dallo stato e società a partecipazione estera e tutte sono state colpite dalla crisi del covid-19. Ha inoltre ricordato la grande l’importanza degli investimenti e delle aziende estere per l’economia cinese: costituiscono il 25% del gettito fiscale, e contribuiscono alla creazione di più di 200 milioni di posti di lavoro.

Insomma, la Cina, seppur preoccupata, vuole dimostrarsi positiva e sicura della sua posizione nel sistema economico globale. Pechino poi può contare, a differenza di altri paesi, di apparente infinita liquidità, e capacità di adattarsi in tempi rapidi alle mutate necessità del mercato.

In questo quadro, cruciale è l’atteggiamento degli Stati Uniti. Il rapporto tra Pechino e Washington, già in crisi prima della pandemia, è ora profondamente incrinato anche a causa delle accuse mosse dal governo americano sul ruolo della Cina nella gestione dell’epidemia (soprattutto nelle fasi iniziali).

Il Sottosegretario USA per la Crescita Economica, l’Energia e l’Ambiente, Keith Krach, lo scorso 20 maggio ha aperto una conferenza stampa affermando che “la pandemia è nata dalla triplice strategia della Cina di occultamento, coercizione e cooptazione. I paesi e le imprese si stanno risvegliando dal pericolo e stanno cercando di allinearsi con partner si cui si possono fidare”. L’obiettivo è quello di favorire la migrazione imprenditoriale delle aziende americane verso altri paesi, se non addirittura riportare la produzione in patria. Il direttore del Consiglio Economico Nazionale, Larry Kudlow, ha affermato che gli USA dovrebbero finanziare le aziende che decidono di riportare la produzione dalla Cina all’America. Il 13 aprile è stato proposto un disegno di legge alla Camera, che rimane in attesa di approvazione.

Ad oggi ciò che manca è la formulazione di un più articolato piano di rilocalizzazione per le imprese che tenga conto dei vari livelli delle difficoltà connesse. Lo sganciamento degli Stati Uniti dal sistema produttivo della Cina è sicuramente l’obiettivo, poco velato, del presidente Trump, che in un’intervista a Fox News ha affermato in modo sibillino “Potremmo tagliare completamente i rapporti”. Eventualità che gli analisti trovano improbabile se non addirittura impossibile, ma che avrebbe epocali ripercussioni sull’economia globale.

Non così decisa è però la scelta di uno sostituto. Gli USA stanno ancora sondando il terreno, e anzi muovono i primi passi verso un progetto multilaterale: l’Economic Prospect Network. Il progetto è descritto da Krach come la volontà di unire paesi, aziende e società civile attorno ad una rete di cooperazione economica basata sulla fiducia e che operi attraverso valori comuni. Il Segretario di Stato Mike Pompeo a fine aprile ha svelato che gli USA stanno lavorando con Australia, India, Giappone, Nuova Zelanda, Sud Corea e Vietnam, ma nessuna negoziazione formale è stata ancora avviata.

Ad oggi, non c’è assoluta certezza che l’India riesca ad affermarsi come valida alternativa alla Cina. Il fattore tempo però è determinante: l’India potrebbe riuscire a proporre un sistema alternativo. Ma è cruciale che ci riesca prima che la Cina torni sulla strada maestra e continui a essere unico possibile competitor di se stessa.