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Putin e la psicologia della guerra

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 Più di dieci anni fa ho scritto un libro intitolato “Mondo Privato e altre storie”, che secondo Giuliano Ferrara avrebbe dovuto chiamarsi in modo diverso, certo più efficace: “La Geopolitica dei fatti miei”. Il libretto, così lo chiamo io, parla del rapporto fra psicologia e politica estera. E si conclude con una parte sulla guerra e la possibilità di evitare nuovi conflitti violenti in Europa. Venivamo, nel 2009, da decenni di pace nel vecchio continente. Ma era una pace apparente, rotta dai conflitti nel nostro cortile di casa, i Balcani. E messa già a rischio dalla fragilità dei rapporti con la Russia di Putin. Avevo concluso – ricordando il famoso carteggio sulla guerra fra Einstein e Freud (1932) – che non si poteva che essere pessimisti: nei rapporti fra Stati, come fra gli individui, le pulsioni allo scontro sarebbero rimaste decisive.

Questo antico interesse per la psicologia delle nazioni mi ha spinto a prendere sul serio, un anno fa, gli avvertimenti dell’intelligence americana sulle scelte di Putin. Il capo del Cremlino si preparava a invadere l’Ucraina, sulla base di percezioni sbagliate e di frustrazioni accumulate. Putin era convinto che l’Occidente stesse ormai lasciando campo libero, dopo il disastroso ritiro dall’Afghanistan; e voleva recuperare, controllando Kyiv, una grandezza imperiale ormai perduta. La cosa sarebbe stata rapida e semplice, si pensava a Mosca: gli autocrati vivono spesso in una bolla cognitiva. L’Ucraina era già cosa “propria”, nella visione di Putin: un non-Stato e un non-popolo, ma piuttosto un pezzo del vagheggiato Ruskiy Mir.

Putin alle celebrazioni del Natale ortodosso al Cremlino, il 7 gennaio 2023

 

Per cancellare la “catastrofe geopolitica del XX secolo”, ossia l’auto-affondamento dell’URSS, Vladimir sceglieva la guerra, definendola operazione militare speciale. E così dimostrava, compiendo una serie clamorosa di errori di valutazione, quanto la frustrazione imperiale può appannare un calcolo freddo degli interessi nazionali. Ragionando in termini razionali, la Russia non avrebbe mai dovuto invadere l’Ucraina. Il guaio è che la politica estera non funziona così, non risponde a criteri freddi e previdenti. Contano le emozioni, pesa il gioco di azione-reazione con gli altri attori del sistema internazionale. E si compiono sbagli fatali. La Russia, il 24 febbraio scorso, ha lanciato una guerra che era convinta di vincere facilmente ma che in realtà aveva perso dall’inizio.

Nonostante che fossi preparata a “pensare” la guerra, a ritenerla probabile, non ero tuttavia preparata a vedere ciò a cui abbiamo assistito nel 2022: la violenza terribile e la tragedia estrema di una guerra vecchia e nuova al tempo stesso. Vecchia perché questa lunga fase di attrito ricorda la Prima guerra mondiale; probabilmente assisteremo, nella parte di inverno che resta, a un parziale trinceramento dell’esercito russo, combinato ad altri attacchi diretti e brutali contro le infrastrutture strategiche ucraine. Nuova per il peso dell’intelligence americana e britannica a sostegno delle forze di Kyiv, per la commistione fra armi occidentali e popolo in armi, per l’uso di energia e cibo come strumenti di coercizione da parte di Mosca.

L’Ucraina che si difende deve anche riuscire ad offendere, per vincere. Ma l’Occidente che teme la escalation è deciso a non varcare la linea sottile che separa il conflitto fra la Russia e l’Ucraina da una guerra diretta fra la Russia, gli Stati Uniti e la NATO. Le forze russe che hanno invaso l’Ucraina, annettendosi sulla carta quattro regioni, non riescono a controllare interamente il territorio che sostengono di avere (ri)conquistato. Lo scenario più probabile – con migliaia di vittime militari e civili, e con milioni di rifugiati – è quindi uno stallo sostanziale: Ucraina e Russia non possono concepire di perdere ma non riescono a vincere. Per l’Ucraina si tratta di salvare l’indipendenza nazionale; per Putin di salvare il proprio potere. Per entrambe le parti, in modo molto diverso, si tratta di un conflitto esistenziale.

Questo spiega perché un negoziato sia praticamente impossibile, nelle condizioni di oggi: la guerra continuerà. Ma spiega anche perché è difficile pensare a una soluzione puramente militare. Quali sono le alternative possibili, escludendo variabili estreme (un cambio drastico e rapido delle fortune delle forze in campo, un colpo di Stato a Mosca, un’intesa vera fra USA e Cina)? La prima è che l’Ucraina sia messa in grado di negoziare da posizioni di forza e non alle condizioni di Mosca, che equivalgono a una resa e alla perdita del 20% circa del proprio territorio. Ciò significa che gli alleati occidentali, e non solo gli Stati Uniti, dovranno aumentare la qualità e quantità delle forniture militari a Kyiv: sta cominciando a farlo la Germania, con una svolta che era stata annunciata ma non praticata.

Gli alleati dovranno anche mantenere una forte coesione politica in appoggio all’Ucraina, non cedendo alla “war fatigue” che cresce nell’opinione pubblica di USA ed Europa. Solo di fronte a uno scenario del genere, Mosca potrebbe forse decidere di trattare, tornando ai confini del 24 febbraio. In sostanza: gli equilibri militari sul terreno dovranno nel tempo modificarsi perché un negoziato diventi possibile. E affinché un accordo si concluda, decisiva sarà la Crimea, come posta in gioco che Kyiv dovrà a un certo punto mettere sul tavolo.

Una seconda possibilità, forse più realistica, è che le posizioni restino comunque troppo distanti per immaginare qualcosa di simile a una trattativa di pace. Piuttosto, si andrebbe gradualmente verso un congelamento del conflitto, fino a un armistizio che evoca il precedente della Corea negli anni ‘50. I combattimenti prima o poi si ridurranno di intensità e finiranno per “esaurimento” delle parti; ma senza un accordo di pace. L’Ucraina, in un’ipotesi di armistizio alla coreana, perderebbe parte del suo territorio ma sarebbe garantita direttamente dalla NATO e disporrebbe di notevoli capacità militari; comincerebbe la sua ricostruzione economica come parte del sistema euro-occidentale. La Russia manterrebbe qualcosa sul piano territoriale, risultato che Putin cercherà di “vendere” all’interno per giustificare i costi, per la Russia, dell’operazione militare.

Ma la realtà è che il capo del Cremlino ha già perso la sua scommessa iniziale: la Russia, ridotta a junior partner di Pechino, ne soffrirà comunque le conseguenze interne e internazionali. Non certo le premesse per un potere che duri.