international analysis and commentary

Punti forti e debolezze della ripresa europea

Dal numero 94 di Aspenia

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L’Unione Europea ha superato la crisi prodotta dalla pandemia da Covid-19 molto meglio di quanto si potesse inizialmente temere. Dopo le esitazioni e la sfiducia reciproca dei primi mesi del 2020, l’Ue ha reagito con una risposta comune varando il pacchetto Next Generation EU (NGEU), quasi 800 miliardi di euro di finanziamenti, destinati soprattutto ai paesi più duramente colpiti dalla pandemia, come l’Italia.

Il pacchetto NGEU ha segnato una svolta in termini politici e ha contribuito in maniera determinante a tranquillizzare i mercati finanziari. Ma non ci si può certo aspettare che una spesa aggiuntiva che equivale a pochi punti percentuali di PIL determini il futuro economico a lungo termine di un’economia continentale da quattordicimila miliardi di euro l’anno.

La crisi causata dalla pandemia ha prodotto nel 2020 la più grave recessione mai registrata in tempo di pace, ma nel 2021 stiamo assistendo a una ripresa rapidissima. Secondo la maggior parte delle previsioni odierne, l’ue dovrebbe tornare ai livelli pre-pandemia all’inizio del 2022. Il ciclo completo di recessione e ripresa potrebbe quindi esaurirsi nell’arco di soli due anni. Superare l’impatto immediato, però, è solo l’inizio. Vasti settori dell’economia ne usciranno profondamente trasformati. La pandemia ha agito come un potente acceleratore della digitalizzazione dell’economia, un processo che era già in atto da qualche tempo ma che non aveva coinvolto vaste aree dell’Europa finché la pandemia non le ha colpite. La sfida fondamentale, nel lungo termine, è quindi di accelerare la transizione verso l’economia digitale; qui l’Europa presenta punti di forza e di debolezza.

 

IL PUNTO DI FORZA: LA “VECCHIA INDUSTRIA”: L’economia dell’UE rimane forte nei settori più “vecchi” dell’economia, soprattutto in quello industriale. La quota europea delle esportazioni manifatturiere globali è un po’ calata nel corso dell’ultimo decennio, in concomitanza con la crescita di quella cinese, ma l’industria europea è riuscita meglio di quella americana a vendere i propri prodotti sul mercato globale. La quota di esportazione manifatturiera verso la Cina dei ventisette paesi dell’Unione è quasi doppia di quella degli Stati Uniti. E questo è vero anche in termini più generali: le esportazioni europee verso i cosiddetti brics e i mercati emergenti sono molto maggiori di quelle americane. L’industria europea è quindi ben posizionata per beneficiare della ripresa di economie emergenti o già emerse, come Brasile, India e Cina.

Anche se il focus a livello globale dovesse spostarsi sulla crescita ecologica, questo quadro non dovrebbe mutare. I produttori europei restano altamente competitivi in alcuni settori chiave dell’economia verde, come la produzione di turbine eoliche, o in potenziali settori del futuro come l’idrogeno. Anche nel comparto automobilistico le aziende europee stanno recuperando il ritardo rispetto a competitori americani come Tesla. L’Europa resta forte anche in ambito farmaceutico, come testimonia il ruolo fondamentale avuto dagli europei in due dei principali vaccini per il Covid-19 (Biontech-Pfizer e Astra Zeneca). I problemi iniziali di uno dei due (Astra Zeneca) appaiono ormai secondari nel quadro di una massiccia accelerazione della produzione interna, che rende l’Unione il maggiore esportatore mondiale dei vaccini più efficaci contro il Covid-19. L’industria è anche il settore che sta guidando la rapida ripresa seguita alla recessione.

Il successo dell’industria europea è in gran parte dovuto alla combinazione di una forza lavoro istruita, una buona rete infrastrutturale e la libera concorrenza, interna e globale, nella quale i produttori europei si trovano a operare. L’UE non ha bisogno di una “politica industriale” che selezioni vincitori e perdenti: questo ruolo lo svolge quotidianamente il mercato.

Uno stabilimento nel bacino della Ruhr

 

IL PUNTO DEBOLE: I SERVIZI DIGITALI. Se la forza industriale dell’Europa appare dunque indiscussa, la digitalizzazione dei servizi resta invece un punto debole, che acquisirà maggiore rilevanza via via che si digitalizzeranno altri settori. Uno dei motivi fondamentali di questa debolezza è la natura del mercato, o meglio dei mercati, in cui operano i fornitori di servizi digitali europei. Rispetto al settore merceologico, quello dei servizi è molto più soggetto alle normative stabilite dai singoli Stati, che di fatto frammentano il mercato interno in molti mercati nazionali che proteggono i propri fornitori. Il fenomeno è più evidente in settori chiave come quello delle telecomunicazioni: ogni Stato membro protegge il proprio campione in nome della sicurezza nazionale. Ne risulta che l’Europa ha troppi piccoli operatori di telecomunicazioni e una rete frammentata. Ancora peggiore è la situazione del mercato in molte aree “business to consumer”, perché la lingua costituisce una barriera naturale e la tutela del consumatore resta una prerogativa nazionale.

Come se non bastasse, l’intero cyberspazio è soggetto alla supervisione dei singoli Stati. Naturalmente questo ha poco senso all’interno di una rete globale, ma i paesi membri sentono la necessità di mantenere il controllo sulle reti di telecomunicazione, sulla cybersicurezza e persino quando si tratta di applicare standard europei comuni come il gdpr (General Data Protection Regulation). Per gli innovatori europei che sviluppano consumer software è molto difficile crescere in una situazione del genere, e questo rende improbabile che in Europa nascano dei campioni globali.

La pandemia è stata una spinta per l’economia digitale

 

ALCUNE IDEE SUL LAVORO. I mercati frammentati non sono l’unico ostacolo alla competitività dell’economia europea dei servizi digitali. Un ostacolo ancora più grande potrebbe derivare dal fatto che l’economia digitale rende non competitiva buona parte di quella analogica. Il problema fondamentale di ogni governo, nella situazione attuale, è capire come favorire i cambiamenti strutturali dell’economia durante il passaggio dall’analogico al digitale.

Nel resto del mondo questo cambiamento strutturale si sta verificando molto rapidamente. Negli Stati Uniti, la crisi provocata dalla pandemia di Covid-19 ha determinato grandi trasformazioni nel mercato del lavoro. All’inizio del 2020 più di venti milioni di persone hanno perso il posto di lavoro, ma la maggior parte di loro ne ha già trovato uno nuovo e ormai in certi settori dei servizi, come la ristorazione, c’è scarsità di manodopera. È un buon segno, perché significa che chi ha lasciato settori a basso reddito è oggi impiegato altrove; parallelamente, un più rapido aumento dei salari in settori tradizionalmente poco remunerativi potrà ridurre le disuguaglianze di reddito. In Cina, la nuova classe media urbana ha già fatto il salto verso un mondo altamente digitalizzato. L’Europa rischia quindi di diventare il fanalino di coda nella digitalizzazione dei servizi.

La maggior parte dei governi europei è ancora impegnata a proteggere persone e aziende dall’impatto della recessione provocata dalla pandemia. La sfida che dovranno affrontare è di favorire un adattamento delle economie post-Covid mantenendo un sostegno mirato al reddito. I regimi di riduzione dell’orario lavorativo adottati dalla maggior parte dei governi europei non favoriscono questo obiettivo perché danno sostegno a imprese che mantengono a libro paga i lavoratori anche quando non ne hanno più bisogno. Questa operazione ha senso quando si verifica una flessione temporanea della domanda e ci si aspetta che l’economia si riprenda mantenendo la stessa struttura che aveva in precedenza; ma questa volta non sarà così. In molti settori dei servizi, come la vendita al dettaglio, i viaggi e forse la ristorazione, il passaggio al digitale subirà un’accelerazione, determinando cambiamenti strutturali.

Questo significa che i governi europei dovranno ripensare le proprie reti di sicurezza sociale. Gli economisti sostengono da tempo che l’approccio ideale dovrebbe puntare a proteggere i lavoratori, non i posti di lavoro. È più facile a dirsi che a farsi, ma qualche passo concreto è comunque possibile. Per esempio, si potrebbero modificare i regimi di riduzione dell’orario lavorativo. Un modo per raggiungere questo obiettivo potrebbe essere di consentire ai lavoratori di mantenere il reddito sostitutivo se svolgessero un secondo lavoro a tempo parziale mentre mantengono ancora quello a orario ridotto. Per molti lavoratori “messi a zero ore” dai datori di lavoro è il governo a pagare la maggior parte dello stipendio. Si dovrebbe permettere a queste persone di continuare a percepire tale sostegno anche quando trovano un altro lavoro, magari in un altro settore. Se le persone producono qualcosa invece di stare a casa senza svolgere nessuna attività lavorativa, il paese può solo guadagnarci.

 

CONTERA’ LA QUALITA’ DELLA SPESA PUBBLICA. La sfida più grande – quella in cui si rilevano le differenze maggiori fra i vari Stati membri – è il ruolo più ampio assunto dal governo, o più in generale dal settore pubblico, nell’economia. La crisi prodotta dalla pandemia ha senza dubbio dimostrato che il settore pubblico è importante per stabilizzare l’economia e proteggere la salute dei cittadini. I vaccini non sarebbero stati disponibili in così breve tempo senza un massiccio investimento di fondi pubblici nella ricerca, ed è stato inevitabile aumentare il deficit per evitare che milioni di persone scivolassero all’improvviso nella povertà. Inoltre, il programma NGEU mette nelle mani dei governi nazionali centinaia di miliardi di euro finalizzati ad affrontare le sfide della transizione digitale ed ecologica.

Tuttavia, se l’influenza del settore pubblico aumenta, aumenta anche, a maggior ragione, l’importanza di una buona governance. Se lo Stato estende la sua influenza sull’economia, i paesi che hanno una governance debole rischieranno di restare ancora più indietro. Si tratta, per una parte dei paesi europei, di una preoccupazione concreta.

In paesi ben gestiti, come quelli nordici, il governo può facilmente ampliare il proprio ruolo e favorire la crescita di settori industriali ad alta intensità di conoscenza. In questi casi, un approccio deciso e molto ambizioso potrebbe funzionare. Ma se ad ampliare il proprio ruolo è il governo di paesi afflitti dalla corruzione o da una cattiva amministrazione, è probabile che si verifichino maggiori sprechi e maggiore corruzione. Esistono molte prove del fatto che aumentare le risorse a disposizione di un governo lo rende un obiettivo appetibile per chi desidera avvantaggiarsene per il proprio tornaconto personale.

Il rischio non riguarda soltanto la corruzione diretta o la distrazione di fondi pubblici a favore di interessi privati. Un alto livello di corruzione potrebbe comportare un aumento del 20-30% del costo di un’autostrada o di una linea ferroviaria ad alta velocità. Se l’infrastruttura viene comunque costruita là dove era necessaria, questo fenomeno non sarà alla fine così grave. Il danno potrà essere molto maggiore, infatti, se si sprecheranno fondi pubblici per costruire una linea ferroviaria nel posto sbagliato (per esempio per collegare due città fra le quali non c’è molto traffico) o se non si costruirà nulla dove davvero ce ne sarebbe bisogno (per esempio a causa di proteste localistiche in zone altamente congestionate).

La qualità della spesa pubblica è ancora più importante in settori come l’istruzione. La ristrutturazione di vecchi edifici scolastici e universitari è una destinazione frequente e popolare dei fondi nazionali e comunitari. L’elemento chiave per migliorare il livello del sistema educativo , però, è avere insegnanti capaci. La selezione e la motivazione del personale docente sono molto più importanti della tinteggiatura di un’aula.

L’influenza dell’UE in tutte queste aree è limitata. Per alcuni degli Stati membri più poveri, i fondi erogati dal programma NGEU rappresentano quasi il 10% del pil. Se si sommano ai fondi della PAC (la Politica agricola comune) e a quelli strutturali, l’UE finanzia una parte tanto consistente della spesa pubblica che in certe aree del sudest europeo la funzione principale del governo è diventata quella di collettore e distributore dei fondi europei.

In alcune parti d’Europa, quindi, la sfida fondamentale finirà per essere il buon funzionamento dei sistemi politici (nazionali): realizzare una corretta allocazione dei fondi e una efficace distribuzione delle risorse, resistendo alla tentazione di tutelare i vecchi sistemi.

Un’industria di imbottigliamento nel Regno Unito, quasi completamente automatizzata

 

DUE SFIDE DA VINCERE. L’economia europea si sta riprendendo un po’ più lentamente rispetto alle altre economie ma ciò è dovuto principalmente al fatto che i governi europei sono più prudenti nelle riaperture, nonostante i progressi impressionanti delle campagne vaccinali negli ultimi mesi. Il settore industriale ha già reagito molto bene ed è rimasto competitivo a livello globale.

La necessità di prepararsi alla transizione digitale ed ecologica è il nuovo mantra dell’Europa. Centinaia di miliardi di euro sono stati destinati a sostenere questa transizione, e ciò è necessario e utile. La sfida reale però va oltre un aumento della spesa per il cablaggio in fibra ottica o la digitalizzazione delle amministrazioni locali. I cambiamenti strutturali non sono mai indolori. Milioni di posti di lavoro scompariranno per fare spazio a quelli nuovi. I governi devono cambiare approccio, devono smettere di cercare di proteggere i posti di lavoro esistenti e aiutare i lavoratori a trovarne di nuovi.

Come si è appena visto, una seconda sfida dipende dal fatto che un ruolo più attivo del settore pubblico e una spesa maggiore da parte dei governi metteranno in evidenza la grande differenza qualitativa che esiste fra le amministrazioni pubbliche dei vari paesi dell’Unione.

L’economia europea ha punti di forza e di debolezza. Per recuperare terreno, l’Europa ha bisogno di sistemi di previdenza sociale che favoriscano la transizione in corso; e deve concentrarsi sulla qualità del settore pubblico piuttosto che sulla pura quantità di denaro speso nell’economia verde e digitale.

 

 


Questo articolo è stato pubblicato sul numero 94 di Aspenia