international analysis and commentary

Oltre il 2%: la guerra in Ucraina e la spesa militare italiana

386

In Italia, è noto, si fatica a strutturare un dibattito sulla politica estera e di difesa. Nonostante le apparenze, lo scoppio della guerra in Ucraina, ancora una volta, lo ha dimostrato. Benché i media diano rilievo al conflitto, alla lunga, l’impressione è che gli argomenti, anche quando fondati, tendano a volgere al gossip o, comunque, che l’incapacità di approfondire in quelle sedi il nesso tra politica estera e politica interna veda prevalere l’attenzione sulla seconda. Di fatto, l’attenzione dovrebbe concentrarsi sul tema strutturale delle relazioni tra fini e mezzi, o meglio il grado di coerenza tra gli uni e gli altri. A mancare, tuttavia, in questo processo di razionalizzazione è proprio una chiara definizione degli scopi che, attraverso i dispostivi militari, lo Stato intende perseguire.

Soldati ucraini montano armi inviate dall’Italia

 

Al di là dell’interesse momentaneo per un particolare conflitto o alcuni aspetti che lo riguardano, infatti, i temi della politica estera, delle sue relazioni con la politica di difesa e delle implicazioni, date le partnership e i processi che si associano a queste politiche, in termini di ricadute sugli assetti industriali e sull’economia, rappresentano purtroppo una meteora nel dibattito pubblico italiano.

 

Leggi anche: Pro-Atlanticism and support for Kyiv: how the Italian people back Draghi’s foreign policy

 

Alla politica estera e di difesa si collegano politiche industriali nelle quali lo Stato opera come investitore di ultima istanza (risk taker), con implicazioni profondissime in termini di volumi di capitali investiti, occupazione e sviluppo di certi comparti, come quello tecnologico. Inoltre, a monte di quanto appena detto si collocano rapporti di amicizia, equidistanza o inimicizia con altri Stati – relazioni dalle quali derivano forniture di materie prime e accordi commerciali i cui effetti sugli assetti del sistema paese sono dirimenti.

In un mondo sempre più interconnesso, data la loro rilevanza sul benessere del Paese e la salute della nostra democrazia, le relazioni tra politiche di sicurezza e politiche industriali e di sviluppo vanno trattate come questioni esistenziali, dunque con sistematicità. A maggior ragione nel caso di un Paese proiettato verso l’esterno come l’Italia – si pensi alla narrativa sull’immagine esterna della nazione e la vocazione all’export.

Un esempio assai chiaro dei limiti appena evidenziati è emerso del resto sotto la pressione degli eventi internazionali, in particolare con riferimento all’ipotesi di un innalzamento della spesa militare per fare fronte all’emergenza in Ucraina e ottemperare agli impegni assunti dall’Itala in sede NATO. Favorito, probabilmente, anche dalla localizzazione nella regione europea del conflitto in Ucraina e dalla circospezione degli Stati Uniti rispetto ad eventuali azioni ‘fuori area’ che potessero implicare il confronto con una grande potenza, l’eco mediatica prodotta dalle dichiarazioni del governo italiano di voler raggiungere la soglia del 2% nel rapporto spesa militare/PIL ha rapidamente infiammato il dibattito tra le parti politiche. In seguito, però, altrettanto repentinamente, ha perso di consistenza. Le ragioni alla base di questa progressione, è evidente, sono molteplici e composite. Tuttavia, secondo chi scrive, sono tre gli elementi che hanno maggiormente condizionato il trend del dibattito: 1) il pacifismo; 2) la decontestualizzazione dei dati; 3) il mito tecnologico

Come nel caso dell’energia, affinché si possano compiere valutazioni accurate, le decisioni concernenti la difesa e la spesa militare vanno trattate sulla scorta di conoscenze ampie e profonde – benché non meramente tecniche – e di un atteggiamento sostanzialmente deideologizzato. Nel caso dell’ipotesi di un aumento di spesa volto a rispettare gli accordi presi in sede NATO, di contro, il dibattito si è da subito polarizzato. In particolare, l’impropria, ancorché automatica, associazione tra difesa e guerra (azioni antitetiche, in effetti, perché lo scopo della prima è scongiurare la seconda) tende ad attivare quel pacifismo ideologico, comune tanto al mondo cattolico quanto alla sinistra, che fa sì che l’Italia possa partecipare a eventuali conflitti armati (quasi tutti del crollo del muro di Berlino in poi), ricorrere all’uso della forza e sostenere costi in tal senso, purché tale azione non sia etichettata, appunto, come guerra, oppure risulti riconducibile a categorie e azioni direttamente collegabili guerra stessa.

 

Leggi anche: La Germania e le sue scelte: un nuovo contesto internazionale per le democrazie europee

 

Se da un lato, infatti, le forze a sostegno del governo hanno avallato l’ipotesi di un aumento della spesa militare in funzione della difesa della democrazia e delle libertà, dall’altra figure come Giuseppe Conte hanno sostenuto una tesi contraria, definendo nel sostegno alla pace la ratio della loro posizione. Da ambo le parti, pur con metodi e ragioni diverse, il tentativo è stato quello di coagulare non tanto il consenso attorno ad un tema/tipo di decisione, ma di spostare a proprio favore masse più o meno imponenti di elettori facendo leva su valori universali quali democrazia, nel caso del governo, e pace, in quello di certe opposizioni (anche la Lega ha richiamato la centralità della pace). L’ipersemplificazione della questione e un approccio di tipo ideologico/valoriale hanno del resto favorito il travisamento sia del dato quantitativo (il famigerato 2 %) sia del concetto stesso di adesione a un trattato di mutua assistenza militare, ovvero di ciò che ultimativamente è la NATO.

Relativamente al dato quantitativo, trattare il 2% del PIL come valore soglia in base al quale desumere un atteggiamento internazionale aggressivo oppure, invece, volto alla conciliazione e alla promozione della pace attraverso strumenti diplomatici, evidentemente, costituisce una distorsione.

Machiavelli affermava che le parole senza la spada sono vuote. Dunque, se in base a un calcolo comparativo con le altre potenze, allocare il 2% del PIL sulla difesa costituisse un livello di spesa adeguato a rendere credibili tanto le minacce agli occhi dei nemici, quanto il proprio sostegno nei riguardi degli alleati, qualunque Stato intendesse avere una politica estera non avrebbe alternativa se non quella di ottemperare. In estrema sintesi, stanti le regole del gioco della politica internazionale, un valore percentuale come quello in questione non può essere caricato di una connotazione morale o incorporare uno scopo. Al massimo, si tratterà di un livello di spesa adeguato o meno rispetto agli scopi della politica estera di un governo. Su quelli, tuttavia, la politica tutta non appare così lucida – a partire dal fatto che proprio durante i due governi guidati da Giuseppe Conte la direzione intrapresa era stata quella di un aumento consistente di spesa per la difesa nell’ottica, appunto, di raggiungere il target del 2%.

Passando al secondo degli aspetti sui quali si è arenato il dibattito relativo a un maggiore impegno dell’Italia in materia di difesa, adeguare la spesa militare al livello del 2% rappresenterebbe un segno di coerenza (attualmente mancante) tra dimensione formale e sostantiva dei vincoli contratti dall’Italia in sede multilaterale; la decisone in sé, tuttavia, non costituisce necessariamente un segno di allineamento con Washington. Al contrario, come hanno spiegato alcuni studiosi di alleanze, proprio il rafforzamento dell’apparato militare nazionale costituisce una delle principali strategie di emancipazione in un contesto di grande asimmetria di risorse con il Paese leader della coalizione – nel nostro caso, la NATO.

Insomma, spendere in base a quanto convenuto in sede NATO non si traduce automaticamente in un maggiore atlantismo e in un rafforzamento della partnership con gli Stati Uniti. Di certo, sia che per il futuro l’Italia intendesse essere più atlantica, più europea o, addirittura, più nazionale, portare la spesa militare verso una soglia individuata come efficiente da parte di un consesso costituito dalle maggiori potenze occidentali ne migliorerebbe il potere di contrattazione o la capacità di sostegno, a seconda della strategia politica perseguita.

Infine, un terzo elemento attorno al quale si è polarizzato il dibattito sulla rilevanza di un maggiore impegno militare italiano il seno alla NATO è stata la diade spesa/sviluppo tecnologico. In questo caso, alcune forze politiche hanno spinto sul fatto che investire maggiori denari pubblici nel comprato militare determinasse, quasi automaticamente, ricadute positive sul piano dello sviluppo del Paese.

La spese militare, è noto, si ripartisce anzitutto in costi per sistemi d’arma e costi per il personale. L’Italia, attualmente, spende molto di più per il mantenimento dell’apparato che per i primi. Un aumento di spesa, dunque, per produrre effettivo avanzamento tecnologico dovrebbe primariamente presupporre una redistribuzione in seno al comparto. In secondo luogo, perché ci sia quel genere di progresso è necessario che si produca innovazione. Un aspetto cruciale della questione, dunque, riguarderebbe non tanto l’ammontare dell’investimento, ma la ripartizione dei maggiori investimenti tra R&D oppure sviluppo di sistemi d’arma esistenti. Infine, rimane la questione dei ruoli all’interno dei diversi consorzi della difesa. Benché in genere sia positivo sul piano occupazionale fare parte di progetti multinazionali di quel tipo, non tutti i ruoli che si possono ricoprire all’interno di quelle cordate generano un maggiore sviluppo sul piano tecnologico. In generale, politiche che vedono lo Stato come investitore rientrano nella categoria delle misure neokeynesiane le quali – a seconda dei settori e dei metodi con i quali sono esse in atto – non sono tuttavia esenti dal rischio di evolvere in forme camuffate di assistenzialismo. Nel caso della difesa non sarebbe la prima volta, del resto.

Anche in questo caso, l’assimilazione della questione spesa militare a un tema, quello dello sviluppo tecnologico, connotato da un’inequivocabile valenza positiva (perché assunto come fonte di progresso e ricchezza futuri) ha di fatto appiattito il dibattito, pendendo l’opinione pubblica di fronte all’opinione se abbracciare il progresso oppure no. Ancora una volta, insomma, si tratta di una questione mal posta e, soprattutto, di una modalità che ignora come dalla problematizzazione di tematiche come queste e dalla capacità del dibattito di cogliere i reali pro e contro di ciascuna politica estera e di difesa la democrazia tragga effettiva linfa vitale. Razionalizzare la spesa militare, anzitutto, è una questione di metodo, ovvero di esercizio del metodo razionale.

È privo di senso, infatti, interrogarsi su quanto spendere o se aumentare la spesa sia una mossa efficace se, prima, non si è chiarito quali siano gli scopi che la politica estera intende perseguire e in che modo (ovvero con che mix di strumenti diplomatici, economici e militari) intende farlo.