international analysis and commentary

Occidente in dissolvenza

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Papa Francesco non è “contro le moschee”. Il suo gregge è cristiano e cattolico, ma questo Pontefice rispetta profondamente i greggi altrui. Da tempo il messaggio dell’Angelus di San Pietro è interconfessionale. Il dolore di Jorge Bergoglio per la riconversione di Santa Sofia in luogo di culto musulmano discende invece dal significato valoriale della decisione di Recep Tayyip Erdogan: un altro strappo della Turchia dall’alveo identitario dell’Occidente. Ed Ankara non è sola a cercare il futuro nell’isolamento.

Un Occidente sempre meno unito, con pezzi importanti alla deriva, è musica per le orecchie di rivali e concorrenti – che non mancano. Xi Jinping e Vladimir Putin non devono far niente, tranne un po’ di disinformazione: i semi della discordia occidentale gli vengono serviti su un piatto d’argento. Quando i casi si moltiplicano, per quanto diversi fra loro fanno tendenza. I più vistosi sono la crescente eccentricità della Turchia nell’orbita NATO e l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Ma sono la punta dell’iceberg; i sintomi sono ben diffusi di qua e al di là dell’Atlantico.

Hagia Sophia è il simbolo di Istanbul, ex-Costantinopoli, moschettone storico che aggancia l’Anatolia all’Europa. E’ la grande metropoli senza cui la Turchia sarebbe solo Medio Oriente. Con Istanbul è anche Europa – e Atlantico. La secolarizzazione di Hagia Sophia in museo mise una pietra sopra a secoli di ostilità fra Sublime Porta musulmana ed Europa cristiana; il ritorno confessionale è l’equivalente culturale dell’acquisto da parte di Ankara delle batterie anti-missile S-400 russe. Il fossato psicologico che si riapre con l’Europa è come quello militare e tecnologico che gli S-400 hanno aperto nella NATO, tant’è che la Turchia ha dovuto rinunciare agli F-35 americani.

Alla deriva mediorientale-ottomana di Ankara fa riscontro quella atlantico-globalista di Londra. Il negoziato Brexit potrebbe ancora concludersi con un accordo di libero scambio che mantenga flussi commerciali senza dazi e quote (ma non senza procedure doganali).  Questo risultato ottimale – l’alternativa, non escludibile, del non accordo comporterebbe il caos dei traffici fra UE e UK – non impedirà che la Manica torni ad allargarsi. Il tunnel continuerà a funzionare ma troverà orizzonti politici, economici e regolamentari profondamente diversi dall’una e dall’altra parte. L’attuale governo britannico non fa mistero di voler divergere da Bruxelles e di puntare su una cooperazione con l’UE à la carte persino in settori di evidente interesse comune come difesa e sicurezza. Né l’Unione, punta sul vivo, fa sconti. Al momento il negoziato è uno scontro fra rigidità, anche a scapito del buon senso.

Fra Brexit di Boris Johnson ed eccentricità della Turchia di Erdogan c’è un parallelismo di motivazioni, dinamiche e conseguenze. In entrambi i casi la molla psicologica del distacco è un ritorno identitario al passato, non a caso tinteggiato delle nostalgie vagamente imperiali del “Commonwealth 2.0” britannico o del respiro neo-ottomano della politica estera turca in Medio Oriente e in Mediterraneo (vedi Libia). In entrambi i Paesi le scelte fondamentali sono frutto della tirannia della maggioranza impostasi democraticamente ma con margini risicati (poco più della metà dei voti) via referendum. Infine, entrambi i corsi portano alla stessa destinazione di disunione dalla compagine europeo-occidentale.

Non illudiamoci. Una UE senza UK è una UE diminuita in statura internazionale; forse – molto forse – più coesa, ma più debole nel mondo. La Turchia, che flirta con la Russia e si riconosce sempre meno nei valori atlantici, incrina la NATO. Ankara e Londra non mancano di seguaci. In Europa c’è chi strizza l’occhio a Mosca, chi è sensibile alle lusinghe di Pechino specie sul nodo, presto al pettine, di Huawei. D’altra parte, gli ordini di scuderia d’oltre Atlantico sono chiari: ognuno deve pensare prima di tutto a sé stesso. “America first” si polverizza poi ancor più nella Babele linguistica europea, ma a Donald Trump gli alleati stanno bene divisi. C’è da stupirsi se Mosca e Pechino sorridono?