international analysis and commentary

Metodo British per l’Europa

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Il consiglio europeo del 18 e 19 febbraio pone due sfide sul tavolo: tenere la Gran Bretagna dentro e tenere il contagio medio-orientale fuori. O meglio: impedire che il dramma dei rifugiati, assai più del paziente inglese, finisca per lacerare l’Ue.  Si può aggiungere che le due grandi potenze della vecchia guerra fredda sono tornate a dividersi sulla sorte del Continente. L’America, nella fase finale della presidenza Obama, vuole un’Unione Europea più integrata e più forte: per questo tifa per il “Brexin”, la permanenza di Londra nell’Unione. La Russia, nella fase dominante della presidenza Putin, sembra invece volere un’Europa debole: per questo appoggia i partiti euro-scettici, ammiratori di Mosca, e vede nei rifugiati siriani una sorta di arma per indebolire la Turchia e per dividere il Continente.

Sia che si guardi la partita dal tavolo di Bruxelles, o che la si guardi dai tavoli dei Grandi (o di ciò che ne resta), l’Europa deve capire un punto essenziale: la disgregazione non è un’opzione. È un enorme rischio. Se i leader europei lo ammettessero, il dibattito nel Consiglio partirebbe proprio da qui: la sfida è una sola, come tenere insieme un’Unione in grado di rispondere alle sfide di oggi, non a quelle di ieri.

Partiamo dal dibattito sul “deal” richiesto da David Cameron, premier britannico, per riuscire a vincere il referendum del giugno prossimo sulla permanenza o meno della Gran Bretagna nell’Unione. Se la posta in gioco, per Londra, è chiarissima (tenere sotto controllo l’ala euro-scettica dei Tories e non perdere l’aggancio al Vecchio Continente), per gli altri europei i dilemmi sono tre. Primo: all’Europa conviene una Gran Bretagna parzialmente fuori dall’Ue (come di fatto è già) o conviene una Gran Bretagna del tutto fuori, che dovrà poi rinegoziare la sua posizione verso il mercato unico? La risposta di Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, di Angela Merkel – magna pars del negoziato – e di molti altri governi dell’UE, incluso il nostro, è che convenga mantenere ancorato un paese vitale economicamente, con un peso-chiave sul piano finanziario, che siede nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e con un peso innegabile quanto a capacità militari e di politica estera. Ma a quale prezzo?

La risposta prevalente – secondo punto – è che il prezzo del “deal” sia accettabile, per una ragione in particolare: con le sue richieste, la Gran Bretagna non intende impedire l’integrazione ulteriore dell’euro-zona e non ha in effetti ottenuto un potere di veto. Londra vuole piuttosto garantire – anzitutto a se stessa – che i paesi fuori dalla zona euro restino al riparo da  decisioni adottate dai paesi euro. Potrà essere un’illusione; ma il dato da cogliere è che Londra, a differenza del passato, non ambisce a bloccare l’Unione monetaria. Una delle lezioni tratte dal 2008, infatti, è che le fragilità strutturali dell’euro – in assenza di progressi verso l’Unione bancaria e fiscale – tendano a ripercuotersi negativamente anche sulla City. Cameron, quale premier di un paese già avviato su un binario più esterno e separato dell’UE, ha in fondo svelato la realtà materiale dell’Europa di oggi: l’esistenza, destinata a durare, di forme differenziate (più o meno strette) di integrazione o cooperazione. Nasce di qui, tuttavia, il terzo dilemma: se la Gran Bretagna otterrà quello che chiede entro domani sera – inclusa la discussa possibilità di graduare l’accesso al proprio welfare per cittadini europei – si innescherà un effetto contagio? Questo rischio, innegabile, sarà comunque minore dei possibili effetti di una uscita di Londra dall’UE (il primo passo verso la disgregazione, salutato con grande entusiasmo da partiti e forze anti-europee del Continente). Il Consiglio europeo punterà quindi a neutralizzare l’ipotesi di Brexit e a tenere sotto controllo il potenziale di un contagio: obiettivo possibile, anche perché l’accordo ricercato da Londra sarà comunque valido erga omnes.

L’interesse a un accordo, come dicevo, sarà più evidente se verrà tenuto conto del contesto generale. In una fase già così caratterizzata dalla ri-nazionalizzazione della dinamica europea, l’UE sta davvero rischiando il proprio futuro: non sul dossier inglese, tuttavia, ma sul dossier migrazioni/rifugiati. Si tratta in effetti del secondo punto all’ordine del giorno del Consiglio europeo, che include i rapporti con una Turchia colpita ieri da un nuovo, gravissimo attentato; la decisione di ricorrere al sostegno della NATO nel pattugliamento del Mar Egeo, il futuro di Schengen. E che sarà seguito da una discussione sulla Siria e sulla Libia. Come si vede: grandi sfide, intrecciate fra loro e ad alto potenziale distruttivo.

Sarebbe disperante, quindi, se il Consiglio europeo trattasse questi punti come una nota a margine del vertice sul Brexit. Il tempo dei rinvii è scaduto: il dramma dei rifugiati è ormai ostaggio dell’escalation di tensione fra Russia e Turchia sul fronte siriano, con il pericolo concreto di un allargamento ulteriore del conflitto. In modo molto diverso e con finalità opposte, sia Mosca che Ankara utilizzano quest’arma per premere su un’Europa divisa. Indebolendola ancora. Se lo scenario è questo, le tensioni su Dublino e su Schengen appaiono ridicole: un lusso che gli europei non si possono più permettere. Se i rischi sono questi, è inspiegabile che paesi membri dell’Est, da sempre preoccupati per l’influenza della Russia, pensino a ripiegarsi dietro muri illusori, mentre offrono così una sponda a Putin. L’Italia è particolarmente esposta, per ragioni geografiche. Ha, dalla sua parte, una visione diretta e non superficiale dell’entità del problema; e ha rafforzato nei mesi scorsi la sua credibilità (l’efficacia dei controlli in Italia è nettamente aumentata mentre non ha fatto passi avanti la “ricollocazione” – teorica – dei rifugiati).

È il momento per mettere di nuovo sul tavolo pochi punti concreti, nella convinzione (giusta) che rispondano sia all’interesse nazionale che a quello europeo: un metodo inglese, si potrebbe forse osservare, su questioni vitali per l’UE.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata su La Stampa il 18 febbraio 2016.