L’idea americana di acquistare un territorio e la sua lunga storia
L’idea trumpiana di “acquistare” la Groenlandia può sembrare bizzarra, ma in realtà si ricollega a uno dei principi fondanti della geopolitica degli Stati Uniti. Durante il XIX secolo, e anche all’inizio del successivo, gli USA assunsero la loro forma geografica attuale soprattutto grazie a un lungo processo di acquisizioni territoriali mediante transazioni economiche, più o meno pacifiche. Acquisti, o meglio pagamenti: il consenso sia degli abitanti, sia degli attuali “proprietari”, non è mai stato strettamente indispensabile.
Il primo caso fu quello della Louisiana, comprata nel 1803 dalla Francia: non però soltanto il territorio dell’attuale stato attorno a New Orleans, o Nouvelle Orléans come si chiamava allora, ma praticamente tutto l’immenso bacino occidentale del Mississippi, che oggi corrisponde a circa 11 Stati. Fu battezzata “Louisiana” dai primi esploratori francesi che vi arrivarono proprio in onore dei tanti re Luigi di Francia, stato molto presente nel Nord America all’epoca.
Ma nel 1803 a Napoleone servivano soldi, tanti soldi per combattere la Gran Bretagna – idea che di certo non dispiaceva agli Stati Uniti, freschi di indipendenza da Londra – e così l’immenso territorio con cui a Parigi non sapevano bene cosa fare fu venduto a Washington. Una transazione da 15 milioni di dollari, semi-sconosciuta, ma il colpo di pistola che lanciò l’espansionismo americano verso il West. Thomas Jefferson, il presidente dell’epoca, voleva che la nuova Nazione fosse composta di coloni e fattori indipendenti e autonomi: quale occasione migliore. Naturalmente, nessuno chiese il parere di chi popolava quelle terre.




Il sistema dell’acquisto era molto funzionale ai nuovi Stati Uniti. Intanto evitava il ripetersi di conflitti con le potenze europee, che potevano costare addirittura la sopravvivenza, al nuovo Paese. Tutte le forze della popolazione americana potevano così concentrarsi, invece che sulla conquista militare, sull’espansione e l’insediamento verso Occidente, fattore-chiave nell’immigrazione dei decenni successivi e nella crescita impetuosa degli USA.
E poi confermava l’eccezionalismo proclamato nella Costituzione: il colonialismo era visto come un sistema vecchio e ingiusto, tipico delle potenze europee, mentre gli Stati Uniti potevano confermarsi nel ruolo di liberatori e civilizzatori – liberatori e civilizzatori dell’uomo bianco attraverso la terra. “Crescete e moltiplicatevi”, diceva la Genesi, “riempite la terra!” – e così secondo il precetto biblico fu fatto.
E le terre che mancavano per completare la marcia verso il Pacifico facevano gola. Il presidente Polk (1845-49), che aveva già consentito all’annessione del Texas, contro il volere del Messico di cui faceva parte, ordinò perciò all’esercito di andare alla frontiera, cercare lo scontro, “far scorrere sangue americano”, e avere così un pretesto per rispondere, cioè attaccare.
La guerra fu conclusa con un’altra transazione economica, con cui gli USA incamerarono in un colpo solo i futuri Utah, Nevada, Arizona, New Mexico e California: era importante rimarcare il principio che gli Stati Uniti non “conquistavano”, ma risarcivano per ciò che prendevano. Nel 1850 l’insediamento chiamato “Pueblo de Nuestra Señora la Reina Virgen de los Ángeles del Río de la Porciúncula de Asís”, come l’avevano battezzata i missionari francescani spagnoli in nome della Madonna di Assisi, entrò ufficialmente nell’Unione come “Los Angeles”. Come sappiamo, al patrono titolare, San Francisco, dedicarono più a Nord un altro luogo destinato a diventare celebre.

Anche in questo caso, gli Stati Uniti rifiutarono l’impostazione coloniale classica. Le terre che occuparono erano “semi-vuote” – a parte i soliti nativi di cui non c’era bisogno di preoccuparsi. Non avevano nessuna intenzione di annettere l’intero Messico, popolato da milioni di persone di cui occuparsi, e che avrebbero rappresentato una spesa insostenibile, nonché un obbligo di assistenza che i Paese dei liberi coloni autosufficienti non aveva alcuna intenzione di accollarsi. Questo “errore”, così definito dagli stessi americani, fu fatto soltanto nel 1898 con le Filippine, comprate per 20 milioni alla Spagna, di cui da subito cercarono di liberarsi, senza trovare però nessun acquirente di “seconda mano”. L’indipendenza fu concessa nel 1946.
All’epoca, gli strateghi dell’espansionismo americano pensavano che la contemporanea acquisizione dell’Alaska a Ovest e della Groenlandia a Est avrebbe fatto pressione sul Canada – il loro vero obiettivo. Ancora colonia britannica, anch’essa quasi disabitata, il Canada aveva tutte le caratteristiche per permettere l’espansione degli Stati Uniti a tutto il Nord America. Proprio Donald Trump ci ha confermato che questa idea continua a suscitare interesse, a Washington.
Leggi anche:
L’importanza strategica della Groenlandia
La Groenlandia e il suo sottosuolo
Ma nel 1867 lo shock dell’Alaska fu tale che questi piani furono accantonati. A Washington, l’acquisto per 7,2 milioni $ (160 attuali) dalla Russia fu definito una follia, per un territorio oscuro, lontano, non colonizzabile: uno “scatolone di ghiaccio” che i cercatori di pellicce russi avevano sentito chiamare Alaxsxaq dai nativi – significava “terra“. Non se ne intravedeva ancora il valore geopolitico, né tantomeno i giacimenti di petrolio, trovati tra gli anni ‘50 e ‘60 del ‘900, né i filoni d’oro dello Yukon e del Klondike, che fecero la fortuna di Zio Paperone e di altri cercatori soltanto una trentina d’anni dopo l’annessione.

La Groenlandia fu così lasciata al controllo danese, ma da Copenaghen gli Stati Uniti comprarono comunque qualcosa: tre di quelle che oggi sono conosciute come Isole Vergini – un paradiso fiscale e anche naturale nei Caraibi. Nel 1917 Washington pagò 25 milioni di dollari in lingotti d’oro alla corona danese per averle – la storia è raccontata qui.
Il valore strategico era evidente. Theodore Roosevelt, presidente dal 1901 al 1909, aveva appena esposto la sua “teoria del grosso bastone”. Arricchendo la Dottrina Monroe, che già nel 1821 stabiliva che gli Stati europei e il resto del mondo non avrebbero dovuto immischiarsi negli affari del continente americano, Teddy Roosevelt aggiunse a corollario che in quello stesso emisfero gli Stati Uniti avrebbero avuto l’esclusivo diritto di fungere da “agenti di polizia”.
Chiarì subito ciò che significava, intervenendo in Repubblica Dominicana, Haiti, Cuba, Nicaragua. Inoltre appoggiò (con successo) i secessionisti panamensi che volevano separarsi dalla Colombia, per gestire “da soli” il passaggio transoceanico allora in costruzione. Nell’agosto del 1903 Roosevelt staccò un assegno da centomila dollari al Waldorf-Astoria di New York in favore dei secessionisti. In tre mesi l’indipendenza fu proclamata, e pochi giorni dopo gli Stati Uniti acquistarono il diritto esclusivo di passaggio e gestione della zona del Canale.
Leggi anche: Il senso strategico di Panama per l’amministrazione Trump
Nel ‘900, soprattutto con la Prima guerra mondiale, la politica di Washington cambiò: influenza internazionale, un dosaggio di soft e hard power, cooperazione, costruzione istituzionale, un sistema di alleanze. Fine delle annessioni.