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Le priorità interne di Biden, nonostante Russia e Ucraina

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Se si eccettua l’introduzione dai toni che rimandano a quella Guerra Fredda durante la quale Joe Biden è cresciuto dal punto di vista politico, ad ascoltare il secondo discorso sullo Stato dell’Unione (SOTU) del presidente democratico verrebbe da pensare che viviamo tempi normali. La crisi ucraina, il rapporto sul clima pubblicato in questi giorni dal IPCC dell’Onu, la pandemia, la commissione di inchiesta sull’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2020 sono lì a ricordarci che non è così e che la scelta retorica di Biden ha l’obbiettivo di tranquillizzare gli americani, promettere loro che si sta voltando pagina sul fronte della pandemia, su quello economico e persino dei rapporti politici.

La cupola del Congresso vista dall’Obelisco a George Washington

 

Fatte eccezione per l’Ucraina – a cui è stata dedicata la prima parte del discorso, e circa un quarto del tempo –  la politica estera è quasi assente dalle parole pronunciate dal presidente, che segnala e porta a casa la capacità della sua amministrazione di restituire vigore alle relazioni transatlantiche e con gli alleati del Pacifico. Il lavoro del Segretario di Stato Antony Blinken, che ha viaggiato e si è incontrato con decine di suoi omologhi, ha pagato nonostante il quadro geopolitico sia in grande movimento. Le decisioni della Russia e la maggior assertività cinese hanno senza dubbio aiutato lo sforzo diplomatico di Washington: il caso del Nord Stream 2, liquidato dal premier tedesco Olaf Scholz dopo l’invasione dell’Ucraina, è un esempio perfetto di questo “aiuto”.

 

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Ma è l’agenda interna a farla da padrona nel discorso. Biden elenca le cose fatte e promette che queste cominceranno a produrre risultati tangibili. Per mostrarli, il giorno dopo il discorso viaggerà in Wisconsin, uno swing state della Rust Belt, dove visiterà ponti che verranno ricostruiti con i finanziamenti dell’Infrastructure Investment and Jobs Act. L’altro punto importante, non certo, è la promessa del ritorno alla normalità dopo due anni di pandemia. Promuovere i risultati ottenuti sembra la priorità per questa amministrazione che affronta la campagna per le elezioni di metà mandato (novembre 2022) partendo da una posizione molto difficile.

Ma cosa promette e spera di fare Biden nell’anno che si concluderà politicamente con il voto degli americani per il rinnovo della Camera e di un terzo del Senato? Per certi aspetti questa è la parte interessante del SOTU, non tanto per l’elenco di cose da fare, ma per come questo viene proposto agli americani. Il presidente elenca alcune cose che sono già in dirittura d’arrivo ed otterranno un ampio consenso dal Congresso, altre che difficilmente vedranno la luce e altre ancora che potrebbero passare con il voto di qualche repubblicano in Senato.

Una misura importante è l’Innovation and Competition Act approvato dal Senato con 68 voti a favore che Biden ha chiesto alla Camera di approvare in fretta. La legge investe 250 miliardi in ricerca e sviluppo in materia di semiconduttori, intelligenza artificiale, biotecnologie, energia ed è vista come uno strumento per rilanciare la competitività dell’industria e della tecnologia americana e per ridurre la dipendenza dalla Cina. Il Dipartimento per l’Energia diretto da Jennifer Granholm (ex governatrice del Michigan, attenta alle necessità del settore auto) ha nel frattempo stanziato grandi risorse per le attività minerarie e la ricerca sulle terre rare.

La sottolineatura fatta più volte dal presidente sulla volontà di utilizzare le risorse pubbliche per “comprare americano” è pure un argomento che piace a segmenti ampi di entrambi gli schieramenti politici. Il “decoupling”, lo sganciamento della produzione americana dalle filiere globali influenzate dal sistema produttivo cinese, è un obbiettivo introdotto da Donald Trump e ripreso da Biden la cui popolarità è cresciuta con gli imbuti generati dal blocco del Canale di Suez prima e dalla pandemia poi. Inutile sottolineare come quella di riportare alcune attività produttive in America è una operazione complessa che tra l’altro ha bisogno di cooperazione internazionale – le filiere produttive passano per altri Paesi, Europa compresa.

L’altro aspetto importante del discorso di Biden è la modalità con cui ripropone una parte della sua agenda: concentrandosi sul significato economico, prima che su quello politico, delle misure. Nel chiedere di rendere permanenti alcuni benefici dell’American Rescue Plan, nel proporre incentivi alla produzione di auto elettriche o la possibilità che l’assicurazione medica pubblica possa contrattare il prezzo delle medicine per far spendere meno al contribuente, il presidente democratico sottolinea la necessità di combattere l’inflazione. La produzione di auto elettriche diviene lo strumento per far risparmiare soldi in benzina, non la strada per ridurre drasticamente le emissioni. O ancora, “abbassiamo il costo dei servizi all’infanzia”, che è una misura di welfare contenuta nel pacchetto di “infrastruttura sociale” che non ha speranza di essere approvato in Congresso, è un modo per far risparmiare, non per consentire alle donne di partecipare al mercato del lavoro e dare eguali opportunità ai bambini provenienti da famiglie a basso reddito. L’agenda è in parte ridimensionata ma non cambia; il modo di proporla al pubblico americano è molto cambiato.

Popolare, ma senza possibilità di farcela è l’idea di far pagare le misure proposte da una riforma fiscale che faccia pagare più tasse ai ricchi e alle grandi aziende. Biden sottolinea come nessuno con un reddito sotto i 400mila dollari pagherà un dollaro di tasse in più”. Guadagnare 400mila dollari in America oggi significa collocarsi all’incirca tra il 2% più ricco della popolazione in un Paese dove la pandemia ha fatto crescere in maniera esponenziale la ricchezza dei più ricchi e di conseguenza le disuguaglianze e dove il costo della sanità rimane da anni la priorità numero uno nei sondaggi. In un clima politico normale votare una riforma fiscale in questo senso non dovrebbe essere difficile, tanto più che una parte considerevole dell’elettorato repubblicano appartenente agli scaglioni più bassi delle classi di reddito sarebbe favorevole. Il problema è che gli Stati Uniti non vivono un clima politico normale da diversi mandati presidenziali. Dalle tribune del Congresso, gli unici rumori di dissenso ascoltati durante il discorso presidenziale arrivano infatti proprio mentre Biden parla di tasse.

Molto moderato è anche l’approccio al tema della riforma della polizia: “Non tagliamo i fondi, finanziamo la polizia!”, dice il presidente promettendo più controlli sui comportamenti, telecamere sulla divisa, addestramento in condivisione con le comunità locali. Di nuovo, queste sono le proposte dell’amministrazione, ma proposte con lo slogan “finanziamo la polizia”. Basterà a tranquillizzare gli elettori indipendenti in fuga dai democratici e a non far arrabbiare quella parte della comunità nera che vive in luoghi nei quali la polizia ha atteggiamenti e comportamenti razzisti?

Di buon senso e moderate anche le richieste al Congresso di approvare quelle leggi sul diritto di voto, i maggiori controlli per chi compra armi da fuoco e una riforma dell’immigrazione che garantisca certezza ai giovani entrati in America prima della maggiore età, agli stagionali, ai lavoratori essenziali. Tre misure che però non vedranno la luce in questo Congresso. È invece probabile che le idee su come combattere la diffusione degli oppiacei, il sostengo alla salute mentale, alcune regole per la pubblicità e la raccolta di dati dei minori da parte dei social media e il sostegno ai veterani possano passare. Non si tratta delle riforme epocali promesse a inizio mandato, ma lo stallo politico non permette di più. La scommessa di Biden è che la moderazione e l’appello alla cooperazione tra partiti paghino in termini elettorali da qui a novembre e poi dopo, quando con ogni probabilità il Congresso passerà nelle mani di una maggioranza repubblicana, impedendo alla Casa Bianca qualsiasi grande manovra che non sia possibile attraverso gli ordini esecutivi e pratiche amministrative.

Il problema di Biden è che, segnala il Pew Research Center, “quasi la metà dei democratici (48%) vuole che Biden “si opponga” ai repubblicani su questioni importanti per i suoi elettori e tre quarti dei repubblicani (72%) vogliono che i leader del loro partito tengano testa a Biden”.

 

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È la società americana, dunque, a essere polarizzata in forme che potremmo definire identitarie: le divisioni sulle priorità politico-economiche sono minori rispetto a quelle sull’uso delle mascherine o su cosa sia stato il 6 gennaio. È per questo che Biden prova a riguadagnare consensi utilizzando un tono moderato e riduce al minimo le polemiche con il partito di opposizione.