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Le politiche ambientali della UE: perché cresce il rischio di un cortocircuito democratico

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 L’insieme delle politiche ambientali della UE sembra aver raggiunto un punto di svolta, e non nel senso auspicato dalle leadership e dai vari movimenti che le hanno spinte nella direzione di una profonda trasformazione sostenibile. In altre parole, le modalità di contrasto ai cambiamenti climatici dovranno probabilmente essere ripensate, con tempistiche più lunghe. Anche perché siamo nei mesi cruciali per la definizione della nuova Commissione europea.

 

Vediamo quattro vicende recenti, apparentemente sconnesse tra loro ma orientate nello stesso verso.

La protesta “transnazionale” degli agricoltori di inizio 2024, al di là delle valutazioni di merito sulle ragioni di chi guida i trattori per manifestare nelle città invece che per arare i campi, segnala un forte dissenso sulle misure volute dalla Commissione per limitare l’uso di fertilizzanti e pesticidi ad alto contenuto di CO2. In sostanza, le nuove norme che impongono vincoli per ragioni ambientali si traducono in un costo diretto per tutta la filiera agricola e dell’allevamento. E va notato che, se pure quei costi fossero “assorbiti” dai produttori in prima battuta, finirebbero per essere scaricati sui consumatori finali con un ovvio effetto inflattivo. Entrambe le opzioni sono dunque problematiche in chiave di consenso popolare, e le critiche alla Commissione si riversano, come sempre, sui governi nazionali che hanno comunque approvato l’impostazione legislativa di Bruxelles.

Insomma, la questione è diventata immediatamente e chiaramente politica anche a livello nazionale nei maggiori Paesi membri – il che spiega probabilmente il dietrofront quasi repentino della Presidente von der Leyen. Ricordiamo però che le politiche agricole sono il settore in cui le tutele comunitarie sono tra le più alte e costose per la UE: la famosa PAC (Politica Agricola Comune) è da sempre oggetto di polemiche proprio per il suo carattere fortemente protezionistico. Si può dunque solo immaginare cosa accadrà quando altri settori, meno tradizionalmente protetti dalle misure europee, saranno colpiti dalle nuove regole ambientali che progressivamente stanno entrando in vigore.

Seconda vicenda sintomatica: il governo tedesco ha manifestato dubbi crescenti sull’attuale applicazione dei “criteri ESG” (Environmental, Social and Governance) imposti alle imprese per documentare il rispetto di vincoli in larga parte ambientali. Si tratta di incombenze percepite quasi ovunque come eccessivamente complesse in termini burocratici, e in realtà neppure troppo efficaci perché aggirabili per chi voglia davvero farlo. In breve, questa normativa – in continuo aggiornamento – è vista quasi unanimemente come un ulteriore costo, a fronte di benefici non troppo evidenti né garantiti. E’ vero, come sostengono i suoi ideatori e ormai anche alcune aziende, che l’approccio regolamentare della UE può definire dei nuovi standard globali e dunque spingere intere filiere e mercati ad adattarsi a criteri più sostenibili; ma c’è una crescente preoccupazione che intanto le imprese europee finiscano per perdere competitività.

 

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Terza vicenda degna di nota: uno tra i primissimi produttori mondiali del settore automotive, la giapponese Toyota, ha confermato la scelta di non puntare tutto sui motori elettrici ma invece su varie tipologie di motorizzazioni ibride. Lo stesso sembra intenzionata a fare Nissan. Non è detto che questo diventi il trend dominante per i maggiori produttori (compresi quelli cinesi), ma è quantomeno uno scenario plausibile, soprattutto se si accetta la stima di massima (presa a riferimento da Toyota) secondo la quale i veicoli a motore elettrico si fermeranno a circa il 30% del totale.

L’elettrificazione massiccia resterà forse un pilastro delle politiche per la transizione sostenibile, in particolare nei grandi centri urbani, ma potrebbe essere ripensata e tarata diversamente anche alla luce delle tecnologie alternative (comunque sostenibili) che stanno emergendo e delle preoccupazioni per l’attuale ruolo di poche materie prime “strategiche” e per le implicazioni infrastrutturali delle reti elettriche potenziate. Se si guarda in una prospettiva storica alle scelte energetiche (dunque industriali e di modello di sviluppo) compiute dai maggiori Paesi europei, appare prudente adottare la diversificazione (delle fonti e dei fornitori, dunque delle tecnologie) come stella polare.

Infine, il tumultuoso sviluppo dell’economia digitale nelle sue molte articolazioni sta incontrando un ostacolo: il carattere energivoro della gestione dei big data, mediante i famosi “mega-server” e “data center”. La questione si lega alle politiche ambientali da vari punti di vista, se si pensa che la UE ha impostato la sua visione industriale (nella misura in cui ve n’è una realmente condivisa da tutti i Paesi membri) proprio sulle “transizioni gemelle”, appunto quella verde e quella digitale. Se però i due gemelli prendono strade incompatibili è evidente che anche questo pilastro concettuale va progettato diversamente.

Ciò che collega queste e altre vicende specifiche è il rapporto – spesso frainteso o sottovalutato – tra produttori, consumatori, ed elettori. Nei Paesi democratico-liberali di mercato, e nella UE come espressione parzialmente integrata di 27 sistemi politici di questo tipo, gli organi esecutivi interagiscono con quelli legislativi per regolare i mercati e a volte indirizzare (se possibile senza forzarle) le scelte industriali verso obiettivi socialmente e collettivamente vantaggiosi. Nel farlo, però, devono “ascoltare” e interpretare i segnali che arrivano dai mercati, cioè dal luogo dove si incontrano produttori, investitori, risparmiatori, consumatori. Intanto, i governi devono anche preoccuparsi di rimanere al potere ed essere rieletti, curando gli interessi espressi dagli elettori, che sono simultaneamente lavoratori (cioè parte essenziale delle catene produttive) e consumatori.

Se tutti questi pezzi del puzzle non vengono tenuti assieme, il quadro si frantuma, e la democrazia va in cortocircuito. La sostenibilità ambientale deve per forza essere compatibile con la sostenibilità economica e democratica – altrimenti non ci saranno, semplicemente, politiche ambientali lungimiranti perché nessun governo avrà il mandato popolare per perseguirle.

La soluzione non sta probabilmente nella scelta binaria tra “fare di più” o “fare di meno”, ma nel cercare le modalità per “fare meglio”. Ad esempio, evitando di confondere le misure per la sostenibilità ambientale con quelle (assai più specifiche) per la riduzione dell’inquinamento nelle grandi città. O riducendo il peso del “fattore etico” nell’applicazione dei criteri ESG (Environmental, Social, Governance) per le imprese, concentrandosi maggiormente sugli effetti pratici in modo che quei criteri non siano di fatto aggirati – visto che condannare moralmente un’azienda che fa “greenwashing” può forse avere un effetto deterrente verso altre aziende ma intanto non modifica il quadro ambientale.

In generale, un ingrediente di moralismo è forse inevitabile nel riorientare i comportamenti quotidiani, oltre che le grandi scelte energetiche o industriali; se però questo si combina a una forte burocratizzazione – come sta accadendo a molte misure attivate a livello europeo – aumentano i rischi di rigetto. Altra trappola da evitare è, a maggior ragione, quella di perseguire una trasformazione radicale del capitalismo (o addirittura un suo superamento) attraverso le politiche ambientali, inseguendo obiettivi di redistribuzione della ricchezza: queste andrebbero lasciate ad altri interventi e ad altri dibattiti, visto che la chiave di volta per la transizione verde non è la riduzione delle disuguaglianze ma l’innovazione.

 

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La sfida europea sta nel trovare un punto di equilibrio – che per forza di cose sarà precario e temporaneo – tra obiettivi e ambizioni diversi, articolando per l’opinione pubblica i costi e i benefici delle varie opzioni possibili, invece di fornire un’unica strada percorribile e sperando quasi che nessuno si accorga degli svantaggi connessi. Questa dinamica è ormai già avviata, in effetti, se si pensa che il presidente della Commissione uscente, Ursula von der Leyen, è sembrata negli ultimi tempi spostare l’enfasi dagli obiettivi della transizione verde a quelli della competitività e della sicurezza (anche in riferimento alle politiche industriali nel settore della difesa). E’ un cambiamento di tono significativo, anche se ancora ad uno stadio preliminare e non del tutto riempito di contenuti operativi.

Sullo sfondo, rimane naturalmente il problema irrisolto delle maggiori economie emergenti, in testa Cina e India, che non intendono affatto subordinare le priorità della crescita agli obiettivi ambientali che pure sottoscrivono in linea di principio. La grande scommessa della UE è di diventare uno “standard setter” a livello globale, garantendosi così una sorta di ruolo privilegiato all’intreccio tra regole giuridiche, tecnologie e mercati. Il rischio insito nella scommessa è che gli altri grandi attori, a cominciare dagli Stati Uniti e dai Paesi asiatici più avanzati per arrivare proprio alle economie al momento meno ricche, acquisiscano intanto un vantaggio incolmabile in termini di competitività proprio nei settori più innovativi e “verdi”. In quel caso, il costo della transizione finirà per essere scaricato soprattutto sui consumatori e sui lavoratori, che però sono anche elettori con libertà di scelta. Se si dovesse delineare questo scenario, di cui vediamo già i contorni negli sviluppi disparati che abbiamo sopra ricordato sommariamente, allora gli elettori europei fermeranno il percorso verso la sostenibilità esercitando i loro fondamentali diritti politici. E’ arrivato il momento di ripensare alcuni aspetti delle politiche ambientali per renderle politicamente sostenibili, prima che sia troppo tardi.

C’è naturalmente un’importante obiezione che si può muovere a questo approccio: i cambiamenti climatici non attendono, e le loro conseguenze tendono a diventare più costose ogni giorno che passa. La risposta all’obiezione è duplice. In primo luogo, la scienza del clima non può, di per sé, indicare la scala rispetto alla quale dovremmo misurare la tempistica dei mutamenti in atto; siamo cioè in presenza di cicli climatici di varia durata che si sovrappongono e si intersecano, uno dei quali è di origine antropica, e dunque non possiamo stabilire con precisione in quale misura l’intervento delle politiche ambientali farà la differenza. In secondo luogo, anche applicando il ben noto “principio di precauzione” va ricordato che è responsabilità della politica intervenire prima possibile – il che implica però una valutazione di cosa sia politicamente possibile senza distruggere il consenso politico su cui si reggono le società libere e democratiche.