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Le monarchie del Golfo sotto attacco e gli interessi europei

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Fino a quando l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo potranno sostenere, militarmente, economicamente e politicamente, il lancio di missili e droni contro i propri territori da parte dell’Iran? Il trend appare – per frequenza – in decrescita da un paio di giorni. L’attacco però continua e ne paralizza le economie. Il 1° marzo, la riunione d’emergenza dei ministri degli Esteri delle sei monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), si è conclusa con un comunicato fermo, che sottolinea “il diritto legale all’autodifesa”.

Per le capitali arabe del Golfo, l’opzione di risposta militare rimane una extrema ratio, che avrebbe più un valore simbolico che effettivo e potrebbe oltretutto innescare scenari ancora peggiori. I sei paesi si sono nuovamente impegnati a non concedere l’utilizzo delle basi militari sul loro territorio per attaccare l’Iran. Ecco perché, al momento, la contro-strategia di Riyadh e vicini mette al centro il rafforzamento delle capacità di autodifesa e, ancora, la diplomazia.

Fumo da uno stabilimento industriale colpito a Dubai

 

Una guerra che danneggia gli interessi delle monarchie

Nove mesi e una guerra dopo, l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo si trovano nella stessa, scomoda, condizione di vulnerabilità del giugno 2025, quando Israele e Iran si combatterono per dodici giorni. La situazione, però, è ora molto più difficile per le capitali arabe del Golfo, perché i limiti impliciti della ritorsione di Teheran sono saltati, ancor di più dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei. L’Iran non sta più colpendo ´soltanto` le basi militari americane nelle monarchie, come poteva essere forse immaginabile, ma anche le ambasciate statunitensi e vari obiettivi civili, soprattutto infrastrutture aeroportuali e impianti energetici. Un fattore nuovo che può cambiare la lettura di un conflitto che Riyadh e le altre monarchie volevano scongiurare proprio perché ne intuivano i rischi economici e d’immagine, nella stagione di trasformazione economica e sociale delle “Vision”.

L’attacco che Israele e Stati Uniti hanno lanciato insieme contro l’Iran il 28 febbraio – di nuovo mentre i negoziati sul nucleare erano in corso – è un’operazione su vasta scala, dalla durata incerta e, dichiarazione dopo dichiarazione americana, dagli obiettivi confusi se non altro perché troppo numerosi: neutralizzare “solo” il programma nucleare (l’obiettivo non era già stato raggiunto a giugno?), oppure anche l’arsenale missilistico, o infine far saltare anche l’intera struttura  del regime di Teheran?

La certezza, finora, è la ritorsione iraniana che, immediata, sta colpendo (oltre a Kurdistan iracheno e Azerbaijan) nel Golfo Bahrein, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi, Arabia Saudita, e in misura minore persino il mediatore Oman. Per Riyadh e le monarchie, che fin qui hanno sempre sostenuto la via diplomatica con Teheran proprio per evitare di subire le tante possibili conseguenze non solo belliche di un’escalation, le priorità ora sono: fermare gli attacchi iraniani sul proprio territorio; ripristinare la sicurezza dei confini e la mobilità aeroportuale; rendere lo Stretto di Hormuz, diventato una zona di guerra, nuovamente navigabile per il commercio.

Le monarchie del nord (Kuwait, Bahrein, Qatar) dipendono totalmente da Hormuz per l’export, mentre Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno vie alternative per il petrolio (rispettivamente Mar Rosso e Fujairah nel Golfo dell’Oman), ma per l’export di LNG Abu Dhabi deve passare comunque per lo Stretto. Rotte che al momento presentano comunque dei rischi: Fujairah (Emirati), Duqm e Salalah (porti omaniti sull’Oceano Indiano) sono stati oggetto di attacchi e, nel Mar Rosso, gli Houthi alleati dell’Iran non hanno ancora deciso se e come unirsi alla guerra.

 

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Alla luce degli obiettivi colpiti in Iran e delle ripetute dichiarazioni di Trump e Netanyahu sul “cambio dei regime”, per la Repubblica Islamica il momento è esistenziale: sopravvivenza o caduta. Questo implica, per Teheran, l’opzione di un conflitto di logoramento senza regole contro Israele e Stati Uniti: proprio quello che Riyadh, che per geografia si trova nel mezzo, non può permettersi di subire.

Per l’Arabia Saudita e le monarchie, la guerra che colpisce anche dentro i confini, per di più nel mese sacro islamico del Ramadan, è uno shock in parte previsto ma d’impatto, anche emotivo, che dà vita ai peggiori scenari di una regione che attinge la propria forza dall’essere un’oasi di sicurezza e di connettività, quindi un moltiplicatore di scambi e investimenti.

Invece, le immagini del missile – forse schegge di un proiettile intercettato – che incendia un noto albergo a Palm Jumeirah, Dubai (Emirati Arabi), del grattacielo residenziale di Manama (Bahrein) colpito da un drone, come accaduto agli aeroporti di Kuwait City, Dubai, Abu Dhabi, Riyadh, gli attacchi al grande porto di Jebel ‘Ali (Dubai) -per citarne solo alcuni – feriscono non soltanto la sovranità nazionale delle monarchie del Golfo, ma anche l’immagine di Paesi sicuri che, insieme al petrolio, è la loro vera ricchezza.

 

Israele e Arabia Saudita: priorità e modelli ormai divergenti

In questo contesto, la grande paura della guerra ha già prodotto un risultato politico: i dirigenti di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono tornati a parlarsi, dopo settimane di gelo e accuse reciproche a cause delle aspre divergenze in Yemen, Sudan e Somalia. La telefonata tra il saudita Mohammed bin Salman Al Saud e l’emiratino Mohammed bin Zayed Al Nahyan congela la crisi tra alleati-rivali ricompattando, temporaneamente, le monarchie di fronte alla comune minaccia iraniana.

 

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Il 28 febbraio, nel primo comunicato stampa dell’Arabia Saudita dall’inizio della crisi, non c’è stato alcun riferimento all’attacco sferrato da Tel Aviv e Washington, ma solo la condanna della ritorsione iraniana. Senza l’intervento militare israeliano-statunitense, Riyadh, Abu Dhabi, Doha e le altre non sarebbero, però, state colpite dai missili di Teheran: il precedente, seppur gravissimo, dell’attacco iraniano a Saudi Aramco nel 2019 non è paragonabile – per portata strategica e implicazioni – a ciò che sta accadendo ora. Quando l’emergenza sarà finita, questo elemento non potrà che pesare nelle analisi delle leadership del Golfo, insieme alla scelta di Trump di assecondare ancora la strategia israeliana, come già nel dibattito arabo seguito alla guerra dei dodici giorni.

Una strategia regionale, quella di Tel Aviv, che dopo il massacro del 7 ottobre è guidata dall’uso della forza per ridisegnare il Medio Oriente sulla base delle proprie percezioni di sicurezza. Guerra dopo guerra, è una strategia che appare sempre meno compatibile con l’approccio dell’Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo, che mettono l’economia, dunque la stabilità regionale, al centro delle proprie strategie. I sauditi hanno molto da guadagnare se Teheran si indebolisce; ma hanno molto da perdere se l’Iran diventa un Paese instabile.

 

La difesa del Golfo e gli interessi europei

Finora, le monarchie hanno dimostrato di essere in grado di limitare le vittime civili grazie ai sistemi di difesa aerea, soprattutto di fornitura americana, in grado di intercettare missili e droni (i detriti rimangono però un pericolo), e al sostegno militare difensivo americano, inglese e francese, che lì hanno basi militari. Emirati Arabi, Kuwait e Qatar sono i più bersagliati. Gli Emirati Arabi hanno chiuso l’ambasciata a Teheran e ritirato l’ambasciatore. Il confinante Kuwait rischierebbe molto se l’Iraq, dove le milizie sciite filo-Iran detengono di fatto il potere politico, economico e militare, si unisse agli attacchi verso il Golfo.

Sostenere la difesa delle monarchie del Golfo rientra negli interessi strategici dell’Unione e dei Paesi europei. Quell’energia e quelle rotte marittime ci riguardano molto: la missione EUNAVFOR Aspides attivata nel 2024 nel Mar Rosso è stata un primo segnale politico. Complice l’instabilità internazionale, Paesi europei e del Golfo sono diventati, di crisi in crisi, partner sempre più assidui: prima la ricerca europea di fonti di gas e petrolio dopo l’invasione russa dell’Ucraina (2022), poi il ruolo del Golfo come mediatore nelle guerre mediorientali (Gaza dal 2023; Israele-Iran nel 2025), infine i dazi di Trump a spingere le imprese europee,  nei mercati del Golfo (2025).

Il punto adesso è: l’Europa è concretamente in grado di aiutare le monarchie del Golfo a difendersi meglio – e soprattutto più a lungo – visto che sta già sostenendo militarmente l’Ucraina aggredita e ha appena iniziato a potenziare – anche se ognuno per sé – le capacità di difesa? Quale consenso esiste tra i Paesi europei, e anche a livello di opinione pubblica, sull’impegno più assiduo in un nuovo quadrante? Legare l’aiuto al Golfo alla stessa sicurezza europea, come nei fatti è (vedi Cipro, membro dell’Unione che è già stato direttamente colpito), avrebbe senso politico e geopolitico, ma rischia al contempo di esporre troppo la UE in una regione altamente instabile e in cui sono Israele e Stati Uniti a dare le carte.

Mentre i missili e i droni iraniani tengono sotto scacco le monarchie del Golfo – nessuna esclusa – l’attacco di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran sta portando l’Arabia Saudita e le monarchie in un territorio inesplorato. Vale lo stesso per l’Europa.