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Le economie transatlantiche: un oceano di differenze

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Le elezioni presidenziali statunitensi sono importanti. Quelle del 2020 più di altre. Anche gli sviluppi sotterranei della politica americana contano, per il loro impatto sia sugli Stati Untiti che sulle relazioni internazionali del paese. Lo stesso vale per l’Europa, le cui contese elettorali nazionali affollano il calendario. C’è sempre un qualche voto importante dietro l’angolo e le infinite distrazioni rendono arduo tenere traccia delle potenti ma più lente dinamiche sociali ed economiche.

Il punto è se questi cambiamenti più profondi, strutturali, in corso negli Stati Uniti e in Europa stiano avvicinando le due sponde dell’Atlantico, o se invece le allontanino.

Guardando all’agenda economica delle due aree, vi sono fondate ragioni per propendere verso la seconda ipotesi. Le economie europea e statunitense sono strettamente interconnesse e lo resteranno a lungo, ma nell’ultimo decennio sono emerse significative divergenze in svariati ambiti e ciò fa presagire che, nel breve e medio periodo, le tensioni aumenteranno. Non viceversa.

 

LA TRISTE SORTE DEL TTIP. La silenziosa morte del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è un buon esempio delle forze all’opera[1]. Quel negoziato, lanciato nel 2013, mirava a promuovere occupazione e crescita sulle due sponde dell’Atlantico armonizzando normative e linee guida. Una maggiore cooperazione transatlantica in questo ambito avrebbe abbassato i costi sostenuti dalle aziende per adeguarsi a standard regolamentari oggi differenti, ma avrebbe anche disciplinato maggiormente la Cina e altre economie emergenti, inducendole ad adottare gli standard euro-americani per accedere a quei lucrosi mercati.

La nozione di “partenariato” si fondava sulle pratiche standardizzanti e di armonizzazione che tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta avevano contribuito a completare il Mercato unico europeo. Tale nozione traeva origine dalla constatazione che buona parte delle grandi multinazionali è operativa sia in Europa che negli Stati Uniti e rifletteva il comune interesse dei due partner a ribadire la leadership economica “occidentale”. Le condizioni per il successo di quest’approccio non potevano essere migliori.

Eppure, la fortuna non ha arriso al TTIP. Alcune difficoltà sono sorte in ambiti dove le differenze tra Europa e Stati Uniti risultano antiche e marcate, come il comparto agricolo in generale e gli standard (fito)sanitari in particolare. Altre erano meno scontate: sulla scia della crisi economico-finanziaria indotta dai mutui subprime, ad esempio, il Tesoro statunitense era restio a includere nei negoziati la regolamentazione dei servizi finanziari, perché dubitava che le autorità europee potessero resistere alla pressione delle banche.

Ancor più sorprendente la reazione degli europei alla proposta di includere nel partenariato un meccanismo indipendente di risoluzione delle dispute tra Stati e investitori privati. Anche se in Europa simili fori esistono dal secolo scorso, nell’Unione diverse voci si sono levate contro qualsiasi ipotesi di esautorare i tribunali nazionali dal rappresentare l’interesse pubblico. Il Parlamento europeo ha insistito affinché ogni cornice di risoluzione delle dispute fosse trasparente e pubblica, sicché i negoziatori europei hanno espunto il meccanismo indipendente dalla bozza di accordo.

I negoziati sul TTIP sono andati avanti nel corso della seconda amministrazione Obama, ma le controversie non sono diminuite. Alla vigilia delle presidenziali 2016 era chiaro che anche in America l’appoggio popolare al trattato andava scemando. L’insoddisfazione non riguardava aspetti specifici, bensì la nozione generale di libero commercio. In realtà la frustrazione riguardava in buona parte il Trans-Pacific Partnership (TPP), il partenariato transpacifico che l’amministrazione Obama stava parallelamente negoziando, ma presto ha investito anche il dossier transatlantico. Di conseguenza, Obama ha accantonato con discrezione il TTIP e Donald Trump non ha fatto nulla per resuscitarlo.

 

LUCI E OMBRE DELL’AZIONE REGOLATRICE DELL’UE. È difficile che i leader sulle due sponde dell’Atlantico possano recuperare la nozione di partenariato alla base del fallito accordo. Non solo il libero commercio ha perso smalto nel dibattito sempre più ampio sui danni delle delocalizzazioni industriali; è pure diminuita la fiducia del pubblico nell’armonizzazione dei regolamenti, man mano che si è fatta strada la consapevolezza che le normative riflettono importanti valori sociali.

Il dibattito sulle norme a protezione dei dati personali ne è un esempio. L’Unione Europea ha approvato una direttiva in materia (il GDPR) sul finire del secondo mandato di Obama e ha cominciato ad applicarla un paio d’anni fa, in piena amministrazione Trump. L’adozione delle nuove regole è avvenuta sullo sfondo di eclatanti furti di dati ai danni di Adobe, eBay, Linkedin, MySpace e Yahoo. Nel tempo intercorso tra approvazione e applicazione sono scoppiati gli scandali sulle interferenze nel referendum britannico sulla Brexit, nelle presidenziali americane del 2016 e in quelle francesi del 2017. La sicurezza informatica è così assurta a priorità di governo, con importanti differenze sui due lati dell’Atlantico. Una volta entrato in vigore il gdpr, infatti, è diventato chiaro a europei e americani che l’UE aveva la capacità di fissare e far rispettare standard globali.

La questione, al pari delle divergenze tra Europa e Stati Uniti circa la protezione dei dati personali, non è nuova. Sin dagli anni Novanta gli europei hanno svolto un ruolo guida nel fissare standard internazionali, e da altrettanti anni discutono con gli americani sui criteri di protezione dei dati. Si consideri, ad esempio, l’acceso dibattito sul registro dei nomi dei passeggeri dei voli civili sorto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e protrattosi durante la guerra al terrorismo.

La posta in gioco è divenuta più concreta agli occhi dell’opinione pubblica quando si è diffusa la consapevolezza che gli Stati Uniti detengono il primato mondiale nel campo delle nuove tecnologie. E quando è divenuto chiaro che aziende come Alphabet, Amazon, Apple o Facebook dipendono pesantemente dalla capacità di incamerare e rivendere dati personali, non pagano il dovuto in tasse nei paesi dove operano e adottano pratiche scorrette per controllare il mercato. Peggio, che i governi nazionali appaiono impotenti verso i giganti tecnologici, se non loro complici. Quando nell’agosto 2016 la Commissione europea provò a sanzionare Apple per aver eluso le tasse in Irlanda, il governo irlandese e l’amministrazione Obama si schierarono a fianco della multinazionale.

Il successo del GDPR stride con il buco nell’acqua della Commissione su Apple. Mentre ogni azienda operante online ha dovuto modificare le pratiche di raccolta dati per uniformarsi al regolamento comunitario, a luglio 2020 la Corte di giustizia europea ha ribaltato in appello il provvedimento fiscale di Bruxelles nei confronti di Apple. Difficilmente una più stretta collaborazione transatlantica correggerebbe tale asimmetria.

L’alternativa è rafforzare sovranità e autonomia strategica europee, sia nell’ambito digitale (come la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha inteso fare incaricando la sua vice Magrethe Vestager di costruire “un’Europa adatta all’era digitale”), che in termini generali e più strategici (da cui il riferimento di von der Leyen a una “Commissione geopolitica”).

 

EUROPA PIU’ FORTE, ATLANTICO PIU’ LARGO. Nemmeno il dibattito sull’autonomia strategica dell’Europa è una novità. Esso percorre tutta la storia dell’integrazione europea, in modo a tratti più visibile (come negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta) e a volte meno (negli anni Ottanta). Il punto è quali corrispondenze sussistano tra queste oscillazioni e le fasi di tensione nel rapporto transatlantico. Ogni qualvolta gli europei percepiscono che gli Stati Uniti abusano della loro centralità – in termini economici o di sicurezza militare – tendono a usare il processo d’integrazione come contrappeso al potere americano. I risultati non sono sempre brillanti, come attesta l’incapacità europea di creare negli anni Settanta un’unione economica e monetaria per contrastare lo strapotere del dollaro, o l’irrilevanza della strategia di sicurezza comune elaborata nei primi anni Duemila. Eppure, la dinamica persiste.

Come mostrano Henry Farrell e Abraham Newman in un recente studio sulla “interdipendenza armata”, gli ultimi vent’anni hanno dato agli europei ampie ragioni per preoccuparsi delle asimmetrie nei rapporti transatlantici.[2] Le amministrazioni di George W. Bush hanno sfruttato il ruolo centrale dell’America nel campo di Internet e della telefonia mobile per combattere i finanziatori del terrorismo, ma anche per spiare alleati come la Cancelliera tedesca Angela Merkel. Successivamente, le amministrazioni Obama hanno premuto sull’Europa affinché escludesse dal circuito Swift le banche iraniane e hanno imposto inedite sanzioni agli istituti di credito europei che fornivano a imprese iraniane (o ad aziende in affari con l’Iran) accesso a servizi finanziari denominati in dollari, come la compensazione. Trump ha usato vari strumenti per sabotare l’accordo sul nucleare iraniano negoziato dal suo predecessore con il concorso degli europei, obbligando questi ultimi a reimporre sanzioni all’Iran, nuovamente escluso dallo Swift.

Tali azioni incentivano fortemente gli europei a pensare l’autonomia strategica in termini soprattutto economici. L’obiettivo non è tanto fare marcia indietro sull’integrazione con l’economia statunitense, quanto ridurre la vulnerabilità di banche e imprese europee alle pressioni economiche americane. Nonché schermare i politici europei dallo sgradito scrutinio di Washington e da altre forme d’interferenza.

All’orizzonte, l’Europa punta a garantire da sé la propria sicurezza, il che vuol dire non solo operare senza il supporto statunitense, ma anche sopravvivere in un mondo dove gli Stati Uniti potrebbero non fornire più una valida garanzia di sicurezza al vecchio continente. L’amministrazione Trump ha rimarcato l’importanza di non dare per scontata tale garanzia; la questione per gli europei è come supplire all’assenza dell’America, se questa prospettiva dovesse rivelarsi concreta.

Un’effettiva “sovranità europea”, come il presidente francese Emmanuel Macron ama chiamarla, implica inevitabilmente un indebolimento dei legami tecnologici ed economici tra le due sponde dell’Atlantico. Ciò non andrebbe necessariamente a vantaggio dell’Europa in termini di competitività. Una maggiore cooperazione transatlantica sarebbe la soluzione migliore, ma essa presuppone fiducia reciproca, oltre che valori comuni. Su entrambi i piani Europa e America sono più vicine tra loro di qualsiasi altra area del globo, eppure si sono andate allontanando: in modo lento e impercettibile forse, ma tangibile e progressivo.

 

L’EFFETTO PANDEMIA. Il Covid-19 ha acuito le tensioni transatlantiche. L’impatto della pandemia sul commercio ha accentuato i timori per le delocalizzazioni produttive e sta alimentando il dibattito sull’opportunità di politiche industriali che creino catene produttive più “sicure” – cioè più locali. La pandemia ha inoltre rafforzato – tanto in Europa quanto negli Stati Uniti, resisi conto di essere divenuti troppo dipendenti dal commercio internazionale in comparti vitali – gli appelli all’autonomia strategica, concetto ora esteso alle forniture mediche, ai farmaci e all’approvvigionamento alimentare.

Gli enormi profitti registrati dai giganti tecnologici in questi ultimi mesi hanno reso più stridente il contrasto tra primato industriale americano ed efficacia normativa europea. Mentre il governo statunitense tenta di esercitare un maggiore controllo sull’uso dei dati personali e sui contenuti mediatici, le autorità europee studiano nuovamente come tassare il commercio online, stavolta mediante strumenti comunitari inseriti nel Recovery Plan (Next Generation EU) invece di mettere sotto pressione le autorità fiscali nazionali. La diversità di orientamento non mancherà di ripercuotersi sul rapporto transatlantico: laddove gli sforzi americani e quelli europei di tassare e regolamentare i giganti tecnologici dovessero confliggere, è assai probabile che Washington si schieri con le “sue” aziende, piuttosto che con gli alleati europei.

Un’ultima preoccupazione concerne l’ambito finanziario. L’impatto della pandemia non si è ancora esteso al comparto dei servizi finanziari, ma i danni del virus ai bilanci aziendali e familiari si tradurranno in forti contraccolpi per il settore. Inoltre, prima o poi i governi su entrambi i lati dell’Atlantico dovranno cominciare a ridurre gli ingenti debiti contratti per far fronte all’emergenza e allora le banche centrali dovranno contrarre i loro bilanci, ridimensionando gli stimoli monetari. Se l’ultima crisi (quella dei subprime) insegna qualcosa, il processo non sarà indolore.

Non c’è modo di prevedere come si svolgerà la ripresa. L’unica certezza è che ogni provvedimento preso su una sponda dell’Atlantico avrà immediate ripercussioni sull’andamento economico dell’altra. Difficile che questa matassa di problemi finanziari possa essere dipanata senza creare tensioni tra Europa e America. È improbabile che la relazione bilaterale ne risulti totalmente compromessa, ma certo le prospettive di breve e medio termine restano difficili. Per ragioni che non hanno a che fare tanto con le elezioni, quanto con sviluppi socioeconomici di più lungo periodo.

 

 


Note:

[1] Questa parte dell’articolo deve molto ad Alasdair Young, The New Politics of Trade: Lessons from ttip, Agenda Publishing, 2017.

[2] Henry Farrell e Abraham L. Newman, “Weaponized interdependence: how global economic networks shape state coercion,” International Security, estate 2019.

 

 


Questo articolo è stato pubblicato sul numero 91 di Aspenia