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Le economie mediorientali: meno petrolio è più diversificazione

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Le cause del prezzo straordinariamente basso degli idrocarburi sono molteplici, ma almeno in parte devono essere ricondotte a uno scontro economico globale in corso. Si tratta dell’altra faccia di un ampio confronto politico e militare che in molte aree del pianeta punta a ridisegnare le principali egemonie regionali.

L’attuale situazione geopolitica dell’area mena (Maghreb, Mashrek, penisola arabica e Golfo Persico, confini e sistemi politici inclusi) è in larga parte, in modo diretto o indiretto frutto degli effetti del post-colonialismo occidentale. Indubbiamente, inoltre, i flussi migratori che stanno devastando i paesi arabi e scuotendo l’Europa sono conseguenza di una serie di fattori di cui povertà e guerra sono solo l’epifenomeno più evidente. In tutte queste dimensioni, come si vede, i fattori economici e politici si intrecciano in modo strettissimo.

La crescita economica nella regione mena è proseguita fino al 2010 a un tasso medio del 4% annuo, ben al di sotto del potenziale stimato dalle principali istituzioni internazionali. Questo perché alla contrazione delle garanzie democratiche e al mancato progresso verso lo stato di diritto non è corrisposto un incremento dell’efficienza dei sistemi e della produttività industriale; inoltre, all’inadeguata capacità istituzionale e alla frammentazione dei mercati si sono aggiunti insufficienti investimenti diretti esteri e un eccessivo sfruttamento delle risorse.

Nonostante questo, prima del 2011 era comunque ipotizzabile che i paesi del Mediterraneo meridionale e orientale avrebbero continuato a crescere allo stesso ritmo, con un aumento del pil da 1.610 miliardi di dollari a 3.564 miliardi nel 2030, un valore pari a circa il 3% del pil globale. Risultato deludente per una delle regioni più vaste e ricche di risorse naturali dell’intero pianeta.

Oggi, invece, dopo le Primavera arabe e soprattutto con l’arrivo sullo scenario globale dell’Isis, il futuro appare molto più incerto, e questo rende necessario un significativo cambiamento delle politiche delle istituzioni internazionali, in particolare dell’Unione Europea.

L’offerta di energia è ormai da anni in fase di progressiva diversificazione, mentre rallenta rapidamente la crescita della domanda rispetto alla produzione. Il consumo di petrolio a livello globale è in netta stagnazione, mentre carbone e gas vedono espandere le proprie quote di mercato all’interno di un settore minacciato dal successo delle fonti rinnovabili.

A tale evidente contrazione della domanda di greggio si aggiunge l’affacciarsi degli Stati Uniti sui mercati internazionali quale paese esportatore. Il Congresso, infatti, nel 2014 ha abrogato il divieto di esportazione di greggio e catapultato gli usa in una partita che sino ad allora avevano giocato a debita distanza. C’è poi la scelta dell’Arabia Saudita di non limitare la produzione e di abbandonare la politica dei prezzi alti per invadere i mercati con un’offerta di greggio senza precedenti. Poca domanda e molta offerta hanno quindi abbattuto il prezzo del petrolio e del gas al di sotto della soglia di sostenibilità per molti paesi produttori, come Russia, Egitto, Algeria, Venezuela, Libia e forse anche Iran.

Le banche internazionali, inoltre, sono impegnate a ricostituire le proprie riserve e non forniscono credito a questo settore, in generale fuggendo dalla regione. Così, se in passato l’area deteneva una quota del 10% degli investimenti nel settore energetico mondiale, nel 2013 la quota non superava il 2,2%.

Tutti questi fattori avevano – da molto prima delle Primavera arabe e del crollo della domanda di petrolio – convinto alcuni paesi della regione a prendere contromisure strategiche per rendersi autonomi dal petrolio. Una di queste è lo sfruttamento dell’energia prodotta dal sole e dal vento. Persino Gheddafi, già nel 2008, aveva messo allo studio, proprio con l’Italia, grandi progetti per trasformare il deserto a sud di Tripoli in un’immensa centrale fotovoltaica.

La consapevolezza dell’imminente fine dell’età del petrolio e della necessità per i paesi arabi di rimanere ai vertici della produzione di energia, quale ne fosse la fonte, era dunque ampiamente diffusa da Algeri a Teheran, ben prima che lo scenario attuale rendesse impossibile per molti di quei paesi convertire per tempo la loro capacità produttiva.

Un dato è illuminante: nel solo 2015 gli investimenti mondiali in energia rinnovabile sono stati pari a circa 328 miliardi di dollari; gli investimenti stanziati da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU) negli ultimi anni su progetti a energia solare ammontano a circa 163 miliardi di dollari, posizionando questi paesi tra i principali investitori nel settore delle nuove fonti energetiche.

L’Arabia Saudita punta infatti a raddoppiare la produzione di energia rinnovabile entro il 2032, raggiungendo quota 54 gw, 41 dei quali da energia solare. Considerando che nel 2011 la capacità installata a livello mondiale per il fotovoltaico era 69,4 gw, è quanto mai chiaro che Riyad intende conquistare la leadership mondiale del settore. Gli Emirati, dal canto loro, prevedono di generare il 7% dell’elettricità da fonti rinnovabili entro il 2020. A Dubai sono stati investiti 3,2 miliardi di dollari per la costruzione del Al Maktoum Solar Park, che entro il 2030 fornirà 1 gw di energia. Gli stessi paesi, poi, si stanno fortemente impegnando nel miglioramento dell’efficienza dei consumi energetici; alcuni degli esempi più significativi sono l’aeroporto di Dubai, attrezzato con pannelli fotovoltaici, e il US Green Building Council negli eau, che rifornisce acqua calda a 40.000 studenti grazie a un impianto termale solare di oltre 36.000 mq.

Appare evidente che i paesi produttori di petrolio non interessati sul loro territorio da guerre o rivolte e che stanno cavalcando – se non contribuendo a causare – l’era dei prezzi bassi, contemporaneamente si stanno rapidamente costruendo un futuro non più dipendente dal petrolio, lasciandosi indietro i paesi produttori – arabi e non – con un livello di stabilità politica, risorse finanziarie e sicurezza insufficiente alla svolta epocale della regione. Epocale dal punto di vista della sostenibilità ambientale a livello globale e da quello strettamente industriale, ma anche estremamente significativa sotto il profilo della struttura economica di quei paesi.