international analysis and commentary

La tenacia di Hillary

751

Se Hillary Clinton diventerà Presidente degli Stati Uniti, dovrà ringraziare Donald Trump. La sensazione molto netta, infatti, è che Hillary avrebbe perso contro un altro candidato.

Un po’ perché il ciclo politico, dopo otto anni di Obama, spinge in teoria verso i Repubblicani – se solo il loro partito continuasse ad esistere. Un po’ perché Clinton è poco amata dalla gente. Ma Trump ha sconvolto la normalità delle cose: coi toni estremi del suo appello populista e nativista alle classi medio/basse dell’America bianca e virile, si è tenuto stretto una parte molto rilevante dell’elettorato e al tempo stesso ne ha sacrificata un’altra, dai latinos alle donne. Queste ultime non guardano con particolare indulgenza a Hillary – lo si è visto nel 2008, quando alle primarie le hanno preferito Barack Obama. Tuttavia, di fronte al tasso di misoginia riemerso con Trump, hanno cominciato a spostarsi verso Hillary, inclusa una parte delle donne repubblicane.

Qui, la candidata democratica deve ringraziare una seconda persona: Michelle Obama, che è riuscita a presentare una delle più brutte campagne elettorali della storia americana come una scelta di civiltà e dignità degli Stati Uniti, contro “The Donald” e nel nome delle donne. Attraverso le parole di Michelle, Hillary Clinton – la vecchia esponente della “casta”, troppo amica della grande finanza, troppo poco trasparente e sempre a rischio di imputazione – è tornata ad essere semplicemente una donna dedicata e competente: la guida giusta per un’America che possa ancora tenere in piedi la coalizione delle minoranze ereditata da Obama, liberandosi di troppi stereotipi, inclusi quelli sessisti.

Hillary deve infine ringraziare se stessa. Solo una persona con una dose assolutamente straordinaria di “tenacia” (la sua prima dote è la resilience dicono tutti quelli che l’hanno conosciuta in mezzo secolo di carriera politica) avrebbe retto alla sconfitta nelle primarie del 2008 e avrebbe poi usato quattro anni durissimi come Segretario di Stato per prepararsi di nuovo alla Casa Bianca.

Ma se Hillary ce la facesse davvero, che Presidente sarà? Rispondere è meno semplice di quanto sembri. Hillary è un personaggio pubblico da una infinità di tempo ma ha sempre tenuto nascosti i suoi istinti. E per un Presidente l’istinto conta. Proviamo a fare qualche ipotesi, collegando scelte passate e sfide future.

Hillary Clinton sarà – per vocazione – un presidente domestico. Nel senso che la sua vera propensione sarà quella di lasciare il proprio segno sull’America, prima che sul sistema internazionale. Da questo punto di vista, avrà un peso decisivo la nomina del successore di Antonin Scalia, il giudice di tendenza conservatrice scomparso quest’anno lasciando vacante uno dei nove seggi della Corte suprema. E conteranno le riforme interne.

Dai tentativi di riforma sanitaria compiuti (e falliti) come First Lady negli anni ‘90 fino alle primarie contro Bernie Sanders, Hillary è consapevole che il tasso di disuguaglianza interna alla società americana sta superando limiti di guardia. Trump è il sintomo di una patologia. Che va curata per salvaguardare la democrazia. L’elenco degli impegni presi, anche per tenere a bordo i voti (giovanili) di Sanders, è lungo: dalla riforma fiscale, all’aumento del salario minimo, alla reintroduzione del Glass Steagall Act (la separazione fra banche di risparmio e di investimento), ai finanziamenti alle infrastrutture, a interventi sull’immigrazione. In breve, Hillary tenderà a distaccarsi almeno in parte dalla eredità economica liberale di Bill: sarà meno clintoniana di quanto sia mai stata.

Il problema di fondo è che, se i democratici non riusciranno a recuperare almeno il Senato, avrà ben poche leve per riuscire. L’America del dopo 2016 rischia di essere bloccata, oltre che drammaticamente polarizzata.

Sul piano internazionale, il disimpegno parziale degli Stati Uniti è una tentazione potente. La realtà, tuttavia, è che i presidenti americani sono regolarmente risucchiati dalle crisi esterne. E Clinton, rispetto ad Obama, tenderà a non lasciare troppi vuoti. Nella sua famosa intervista a The Atlantic, Obama ha definito se stesso un “realista”. Hillary, come formazione e come segretario di Stato, è considerata piuttosto una “wilsoniana”, propensa all’interventismo. Si può prevedere che l’America cambi registro in Siria e che Hillary decida per un confronto più duro con Putin. Gli europei della NATO saranno messi sotto pressione. 

Tuttavia – questa la terza previsione possibile – la prima donna presidente degli Stati Uniti guarderà verso il Pacifico, prima che verso l’Atlantico. L’errore che facciamo regolarmente, come europei, è di pensare che il “nostro” candidato sarà anche interessato a gestire le sorti del vecchio Continente. La tensione con la Russia costringerà l’America a non trascurare un’Europa che, vista da Washington, è poco vitale sul piano economico, sta perdendosi per strada Londra e non contribuisce abbastanza alla difesa comune. Ma Hillary è convinta della priorità del Pacifico. E dovrà decidere, come presidente, se riportare in vita il TPP (il trattato commerciale con i paesi del Pacifico, concepito anche per contenere la Cina) o se confermare la linea di “nazionalismo economico” tenuta nella campagna elettorale.

Questo sarà uno dei dilemmi principali per la presidenza Clinton. Paradossalmente Hillary si troverà a gestire, un paio di decenni dopo, i costi sociali e politici della globalizzazione economica promossa da Bill Clinton.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata su La Stampa il 7 novembre 2016.