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La scelta spagnola: il Paese meno euroscettico

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Gli elettori spagnoli hanno scelto la tranquillità: questa forse la prima considerazione da fare riguardo alla ripetizione del voto spagnolo – dopo che le elezioni del dicembre scorso si erano chiuse con l’impossibilità di costruire una maggioranza di governo. I partiti tradizionali, i vincitori Popolari e i secondi classificati Socialisti, ancora contano 222 dei 350 seggi in parlamento. Tuttavia, sono numeri ben lontani da quelli a cui la democracia spagnola postfranchista ci aveva abituato fino all’anno scorso. Fino al dicembre del 2015 infatti, il PP e il PSOE raccoglievano più dell’80% dei consensi, rispetto al 55% scarso attuale. Il sistema bipartitico ereditato dal cosiddetto “regime del 1978” (dall’anno di approvazione della costituzione) perde dunque colpi, ma resta in piedi.

Nel dettaglio, il voto ha sancito un rafforzamento dei conservatori di Mariano Rajoy al potere (che passano da 123 a 137 seggi), e una flessione ulteriore dei Socialisti (da 90 a 85). Ma a sinistra Podemos ha mancato il sorpasso su questi ultimi, obiettivo centrale della sua campagna. La formazione di Pablo Iglesias, che stavolta andava in coalizione con i postcomunisti di Izquierda Unida, non è andato al di là della somma dei seggi che le due formazioni avevano già (71). Infine Ciudadanos, il partito nato per rigenerare il centro-destra spagnolo, è arretrato da 40 a 32 seggi: i suoi elettori, in parte, sono tornati a sostenere l’”usato sicuro”, cioè il PP di Rajoy.

Ma c’è una seconda considerazione da fare, che sembra decisiva: l’instabilità europea e il Brexit hanno impattato sul voto spagnolo. In un contesto in cui sempre più elettori decidono il loro voto negli ultimi due o tre giorni, è chiaro che il meteorite dell’uscita della Gran Bretagna dall’Europa ha avuto un ruolo importante nel far decantare le preferenze degli elettori, in molti modi. Nonostante le dure critiche alle politiche di austerità infatti, ancora oggi la Spagna è probabilmente il paese meno euroscettico del continente: mai dimenticare che l’entrata nella CEE nel 1986 è probabilmente ancora oggi il risultato piú importante raggiunto dalla classe politica del postfranchismo nel suo insieme. Far parte del club europeo per molti spagnoli ha significato la modernizzazione politica ed economica ed un miglioramento sostanziale delle condizioni materiali di vita.

La terza considerazione fa riferimento ai sondaggi, che hanno sbagliato in maniera clamorosa (come del resto in Gran Bretagna, pochi giorni prima): da quando, in maggio, Podemos e Izquierda Unida avevano firmato l’accordo per andare in coalizione (con il nome di Unidos Podemos, Uniti Possiamo), tutti gli istituti demoscopici avevano sopravvalutato la capacità di moltiplicazione del nuovo spazio político dando per sicuro l’agognato sorpasso sul PSOE. Questo dato ha condizionato tutta la campagna, perchè il dibattito ha finito per ruotare intorno alla contrapposizione fra Unidos Podemos e il PP – viste come le due possibili alternative forze di governo.

Questo porta ad una quarta considerazione, che investe il ruolo di Podemos e le sue prospettive nel futuro. La sensazione di sconfitta che si respira oggi nel quartiere generale della formazione emergente ha a che vedere in buona parte con le aspettative create nelle ultime settimane: l’idea di sostituire rapidamente il PSOE come forza egemone della sinistra si è rivelata sbagliata, almeno nei ritmi previsti. Le sconfitte – percepite o reali – sempre generano convulsioni interne alle forze politiche; in questo caso è ancora presto per valutare i contraccolpi del responso delle urne, ma sicuramente ci sarà una redifinizione della strategia del partito.

Detto questo, se si guarda il quadro con più tranquillità, resta il fatto che la formazione di Iglesias è stata capace di consolidare uno spazio politico di rinnovamento che in Spagna non era mai stato così grande. La sua proposta socialdemocratica ed europeista, che aspira a canalizzare il consenso di quei soggetti che “hanno perso” durante la lunga crisi economica, resta in piedi: e chiama in causa direttamente il PSOE – a dividere le due forze, nonostante il mancato sorpasso, c’è solo l’1,7% dei voti.

Un’ulteriore considerazione ha a che vedere con le questioni territoriali interne, che hanno rappresentato negli ultimi anni uno dei grandi dibattiti della politica spagnola. La vittoria dei conservatori, tradizionalmente centralisti, sembra aver sopito la questione; ma allo stesso tempo, un semplice sguardo alla mappa elettorale rivela che la “periferia” continua a reclamare un modelo territoriale diverso. Non solo in Catalogna le forze favorevoli all’indipendenza (Esquerra Republicana con 9 deputati e Convergència Democràtica de Catalunya, con 8 deputati) sono riuscite a mantenere la loro forza elettorale, ma proprio in questa comunità e nel Paese Basco Podemos e i loro alleati risultano le forze più votate. Nella Comunitat Valenciana e nelle Baleari sono chiaramente al secondo posto dopo il PP, e in Galizia al terzo, ma praticamente alla pari con i Socialisti.

Per qualsiasi governo si insedi a Madrid, dunque, ripensare le forme dell’organizzazione territoriale interna e i modi del riconoscimento delle diverse identità sarà comunque una grande questione politica. La “periferia” spagnola, dicono le urne, chiede con forza e accenti diversi un cambiamento: lo spostamento da una concezione della costruzione dello stato chiaramente centripeta e basata su Madrid a una visione “a rete”, che valorizzi i nodi urbani ed economici del resto del Paese. Da questo punto di vista, sarà particolarmente importante il dibattito sulle infrastrutture dell’arco mediterraneo: ne è un chiaro esempio la connessione ferroviaria costiera, da Almeria alla Francia senza passare per Madrid, che tutte le regioni interessate rivendicano con forza da anni.

Si può ora fare qualche riflessione d’insieme sui possibili scenari di governo. Almeno in teoria, numeri alla mano, i risultati permettono diverse combinazioni: grande coalizione PP-PSOE (con o senza partecipazione di Ciudadanos), governo PP-Ciudadanos che potrebbe contare sull’astensione dei Socialisti, governo a tre PSOE-Ciudadanos con l’astensione di Podemos (la scelta che fecero i socialisti dopo le elezioni di dicembre e che non fu possibile realizzare per l’incompatibilità fra Ciudadanos e Podemos). Ancora possibile, infine un patto di sinistra PSOE-Podemos, che però dovrebbe contare sull’astensione di tutte le forze nazionaliste basche e catalane presenti nell’emiciclo.

Questo almeno sulla carta. In realtà ci sono due elementi che condizioneranno in maniera determinante i negoziati.

Il primo è la vittoria del PP, che smentendo i pronostici è stato in grado di incrementare i consensi. A differenza di quanto accadde a gennaio, quando si rifiutò per affrettare il ritorno alle urne, Mariano Rajoy sembra intenzionato ad accettare l’incarico del re, dunque a guidare in prima persona i negoziati. E gli altri partiti – anche i Socialisti che, nel corso della campagna hanno giurato e spergiurato di non volere la grande coalizione – per forza di cose saranno più ricettivi alla prospettiva di un governo guidato dall’attuale Primo Ministro. Le formule potranno essere diverse (dalla coalizione all’appoggio esterno), ma non c’è dubbio che si comincerà da qui e che tutte le forze politiche, con l’eccezione di Podemos, accetteranno questo schema per procedere.

L’altro elemento, che sembra aver condizionato fin qui il processo elettorale ed è rilevante anche per anticipare quanto accadrà nei prossimi giorni, è la pressione europea per avere uno scenario di stabilità a Madrid – come dimostra la crescita dei numeri della borsa spagnola alla notizia della vittoria del PP. Il Brexit ha spinto l’elettorato spagnolo a un comportamento piú conservatore, piú legato al mantenimento dell’Europa realmente esistente, pur con tutti i suoi difetti. Sembra ragionevole pensare che questo stesso impulso guiderà le mosse dei due grandi partiti nel momento in cui cominceranno i negoziati per la formazione del governo.