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La Russia in emergenza: il virus e le ambizioni di Putin

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Dopo aver esitato per giorni, Vladimir Putin ha deciso di privilegiare la lotta alla crisi rispetto al consolidamento della propria legittimità, rinviando a data da destinarsi il referendum sugli emendamenti costituzionali indetto per il 22 aprile. Un appuntamento al quale “tengo moltissimo, come sapete”, ha detto in un appello televisivo alla nazione il 25 marzo, e che avrebbe dovuto ratificare il suo progetto di “azzerare” i mandati precedenti del presidente e permettergli di ricandidarsi per altre due volte, nel 2024 e nel 2030.

Insieme al rinvio del voto, Putin ha mandato tutti i russi in ferie pagate di una settimana e ha annunciato una pioggia di misure economiche, vacanze fiscali, moratorie per i mutui, i crediti e i sussidi in attesa di rinnovo, erogazioni una tantum a diverse categorie vulnerabili: un dispositivo di provvedimenti abbastanza articolato e dettagliato da far pensare che il governo abbia deciso di prendere la minaccia dell’epidemia molto sul serio.

Il golpe costituzionale di Putin, che ha spostato la Russia dalla lista degli autoritarismi o “democrazie illiberali” in quella delle dittature-monarchie di stampo asiatico, è stato votato dalla Duma il 10 marzo scorso, poche ore prima che l’OMS proclamasse la pandemia di Covid-19, e la politica ha condizionato fortemente l’evoluzione dell’epidemia in Russia. In una situazione di crisi di consenso e di crisi economica – aggravata nelle ultime settimane dalla decisione del governo russo di rompere le trattative con l’OPEC sul controllo dell’estrazione del petrolio, con conseguente svalutazione del rublo del 25% e crollo dei prezzi sul greggio, fondamentali per il funzionamento del sistema russo – e il presidente russo ha un bisogno vitale di legittimazione popolare attraverso il voto (ufficialmente non viene definito referendum, ma “votazione nazionale”).

Un obiettivo che il Cremlino ha considerato una priorità, come si è visto dalla linea iniziale di contenimento dell’epidemia. Gli unici costretti alla quarantena rigida, con tanto di rischio di pene detentive fino a 5 anni e monitoraggio con il riconoscimento facciale, sono stati i cittadini giunti dall’Europa e altri Paesi a rischio. Le autorità hanno negato più volte l’ipotesi di un lockdown sul modello europeo e cinese, e le restrizioni sono state introdotte solo gradualmente e parzialmente e presentate come opzionali, in un’evidente riluttanza a spaventare la popolazione. I cinema e i teatri sono stati chiusi solo il 24 marzo, i ristoranti e i negozi sono stati soggetti soltanto a divieti parziali come l’utilizzo dei narghilè. La propaganda ha sminuito il pericolo del coronavirus, con la retorica della “comune influenza” e l’insinuazione che si tratta di un morbo straniero, e il crescente isolamento della Russia dall’Occidente non può che andare a beneficio della sicurezza dei russi: i collegamenti con il mondo esterno sono stati quasi interrotti.

Nello stesso tempo, il governo ha allestito reparti e ospedali dedicati ai contagiati di Covid-19 e alle quarantene di chi rientra dall’Europa. Putin ha visitato la struttura principale, alle porte di Mosca, impacchettato in una tuta gialla a protezione totale, e si è fatto dire dal primario che esiste il rischio che l’epidemia in Russia si evolva secondo uno “scenario italiano”. Questo episodio, trasmesso dalle televisioni, appare come la mossa finale nella lotta interna al Cremlino tra chi metteva in primo piano le necessità di consolidamento del potere e chi temeva un contagio a valanga.

Putin si prepara a visitare l’ospedale dedicato alla cura degli infetti da Covid-19 alle porte di Mosca

 

Si trattava di decidere se un “uomo forte” ignora i rischi o si presenta come colui che difende i cittadini dal pericolo. Alla fine, hanno vinto i pragmatici che hanno capito che una catastrofe sanitaria avrebbe messo la legittimità di Putin molto più a rischio di un rinvio del voto. Una chiamata ai seggi nel pieno dell’epidemia non solo avrebbe potuto provocare potenzialmente una strage, ma alterare sia l’affluenza che le intenzioni di voto in una direzione negativa per il Cremlino. Una gestione dell’emergenza sanitaria inefficace, o percepita come tale, rischia di sovrapporsi alle due crisi già in corso come uno tsunami perfetto. Una risposta presentata come efficiente rispetto a quella europea – anche se inevitabilmente non più tempestiva – potrebbe invece risollevare il rating del potere.

La pioggia di aiuti a famiglie e imprese – il cui impatto su un’economia in crisi è ancora tutto da valutare – promessa da Putin vorrebbe attutire l’impatto di un lockdown, percepito come misura estremamente impopolare. Anche il sindaco di Mosca Sergey Sobyanin – la capitale è la città più a rischio e il suo primo cittadino uno dei candidati principali a un’eventuale successione a Putin – ha scommesso sull’incentivo (o il disincentivo) economico: gli over-65 che rimarranno a casa avranno un bonus monetario, quelli che usciranno si vedranno negare (insieme agli studenti e ad altre categorie agevolate) l’uso gratuito dei trasporti urbani.

Alla Duma però sta arrivando anche un progetto legge che inasprirà le pene per la violazione della quarantena fino a 7 anni di carcere, segno che le autorità non sperano di limitarsi all’uso della carota e preparano il bastone. La gestione della quarantena resta peraltro poco chiara: Putin ha invitato i russi a “stare a casa”, ma ha promesso che tutti i servizi, i trasporti e il commercio resteranno in funzione.

I politici che gestiranno bene la corona-crisi ne usciranno rafforzati, una regola che hanno compreso anche in Russia. Per raggiungere questo obiettivo però mancano una serie di strumenti. In primo luogo, la sanità russa è stata oggetto negli ultimi anni di una “ottimizzazione” che ha quasi dimezzato i posti letto e provocato decine di proteste e scioperi del personale medico. Insieme alla riforma delle pensioni, la riforma della sanità – formalmente aperta a tutti – è stata uno dei principali motivi di aumento dello scontento in ampie fasce della popolazione che nel ventennio precedente avevano costituito il bacino principale dell’elettorato putiniano.

Il miglior giudizio sulla sanità russa è la corsa dei superricchi ad acquistare ventilatori polmonari per uso privato. Le notizie che giungono dalle strutture speciali, allestite per i contagiati di coronavirus a Mosca, sono preoccupanti: i reparti sono moderni e puliti, ma i malati in fase acuta e i soggetti potenzialmente sani in quarantena vengono tenuti insieme, senza essere informati sulle diagnosi e le terapie. Il personale denuncia la carenza di dispositivi di protezione. L’invio di aiuti e medici in Italia ha suscitato un’esplosione di scontento sui social, ma non è escluso che la missione umanitaria non abbia come scopo soltanto un’operazione di immagine: i virologi militari da Mosca potranno così acquisire esperienza sul campo. L’apparato medico dell’esercito e della protezione civile è cospicuo e ben organizzato, e potrebbe rivelarsi cruciale nella gestione di una crisi.

La seconda vulnerabilità russa riguarda il rapporto con lo Stato e le autorità. Mentre in molti Paesi europei l’emergenza del coronavirus ha rinsaldato la fiducia dei cittadini nei loro governi, e perfino aumentato la domanda di misure forti e gestione severa, in Russia il rapporto tra cittadini e governo è caratterizzato da distacco e diffidenza. Le manifestazioni ordinate dal potere all’epoca di Chernobyl sono vive nella memoria di tutti, e la sfiducia nelle comunicazioni ufficiali alimenta una girandola di voci su migliaia di contagi censiti come “infezione respiratoria” o “polmonite extraospedaliera” e centinaia di morti che il governo avrebbe occultato.

La risposta delle autorità è stata la censura: la legge “anti-fake news” e un esercito di “cybervolontari” hanno portato a una pioggia di denunce di testate e blogger che denunciavano sospetti di casi di Covid-19 ignorati o addirittura messi a tacere dalla burocrazia sanitaria. Una misura che invece di contenere il panico rischia di ottenere l’effetto opposto, oltre che di privare il governo di un feedback importante sulla situazione.

I russi sono molto meno disciplinati delle nazioni asiatiche, e hanno anzi elaborato nei secoli una radicata cultura di inganno ed elusione delle disposizioni delle autorità, una tattica di sopravvivenza che l’opinione pubblica non solo non condanna, ma spesso applaude. Mentre in Occidente si stanno elogiando i vantaggi di un sistema autoritario nella lotta all’epidemia, la Russia si scontra con i limiti dell’autoritarismo. La polizia, come nota Alexandr Baunov di Carnegie Moscow, è estremamente impopolare, ed eventuali abusi di repressione, insieme all’inevitabile corruzione, “rischiano di portare lo scontento dei cittadini oltre la soglia critica”. Non è un caso che un politico accorto come il sindaco Sobyanin scommetta sull’incentivo economico invece che sulle minacce.

Infine, un lockdown colpirebbe pesantemente buona parte la popolazione russa: più della metà dei cittadini sono privi di risparmi e la rete di protezione sociale è estremamente fragile. Il fatto che la crisi si potrebbe attribuire all’impatto della recessione globale non la renderebbe più lieve. La generosa pioggia di aiuti promessa dovrà essere finanziata da uno Stato le cui entrate rischiano di contrarsi sia per il crollo dei prezzi del petrolio e del lockdown mondiale che per lo stop alla produzione nazionale. E il malessere economico renderebbe anche l’opinione pubblica estremamente suscettibile a una gestione maldestra dell’epidemia, e a eventuali casi di corruzione o mancanza di cure per i ceti meno abbienti.