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La lunga marcia “green” della Cina

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La ricorrente immagine di una Pechino soffocata quasi perennemente da una spessa coltre di polveri inquinanti non rende giustizia agli sforzi che la leadership cinese sta compiendo per contrastare il degrado ambientale del Paese. La Cina sta facendo la propria parte nella lotta ai cambiamenti climatici. Un impegno, quello dell’ex Impero di mezzo, che ha preso forma ben prima della COP21, la Conferenza delle Nazioni Unite (Onu) sui cambiamenti climatici, tenutasi lo scorso dicembre a Parigi.

Dopo quasi 40 anni di vertiginosa crescita industriale, la Cina è divenuta il Paese più inquinato al mondo e il primo produttore di emissioni inquinanti. L’aggiustamento economico che ha intrapreso negli ultimi sei anni, però, sta progressivamente cambiando le sue prospettive ambientali. Pechino ha infatti assunto nel 2010 l’impegno di tagliare la produzione di anidride carbonica e ha fissato ambiziosi obiettivi nell’uso delle energie rinnovabili, che nel 2014 hanno coperto il 50% dei nuovi fabbisogni energetici nazionali. Il rallentamento riscontrato nella crescita globale dei livelli di gas serra è dovuto in larga parte alla scelta della Cina di ridurre l’uso del carbone come fonte energetica, come mostra ad esempio un recente studio del “Global Carbon Project”.

Alla COP21, la Cina è stata protagonista con gli Stati Uniti nel forgiare un accordo che prevede impegni vincolanti (però auto-definiti a livello nazionale) da parte di ciascun Paese firmatario a diminuire le emissioni inquinanti, in modo da poter mantenere in futuro il riscaldamento globale al di sotto dei due gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali. Ma è dalla conferenza Onu sul clima del 2009 (il Summit di Copenhagen) che in Cina si è diffusa una vera e propria coscienza ambientale. Un mutamento non solo di indirizzo politico, ma anche culturale, che ha segnato il passaggio da una strategia energetica nazionale che privilegiava l’uso degli idrocarburi fossili a una che guarda allo sfruttamento delle energie alternative come a una rivoluzione da cavalcare.

Nel giugno scorso, il governo cinese ha presentato un programma dettagliato per il contrasto ai cambiamenti climatici. In concreto, con questo testo la Cina si è impegnata a tagliare le proprie emissioni di anidride carbonica per unità di PIL del 60-65% – rispetto ai livelli del 2005 – entro il 2030, ad arrivare a un mix energetico con il 20% di utilizzo delle rinnovabili e a incrementare l’estensione delle aree boschive del Paese entro lo stesso arco di tempo.

A settembre, la leadership di Pechino ha poi approvato un piano integrato di promozione ecologica. Il documento prevede che lo Stato mantenga il controllo delle risorse naturali del Paese e ne regoli lo sfruttamento; considera la creazione di uno specifico dipartimento governativo per la protezione ambientale e delinea progetti integrati a livello centrale e locale per una corretta pianificazione urbanistica e la relativa salvaguardia delle aree protette. Tra le altre cose, il piano stabilisce la graduale eliminazione dei sussidi all’uso dei combustibili fossili, introduce un sistema per il controllo delle emissioni di anidride carbonica e promuove una maggiore cooperazione internazionale, specialmente con le nazioni più attrezzate tecnologicamente nel contrasto al cambiamento climatico.

La lotta agli squilibri climatici si è ormai trasformata in una questione di interesse nazionale per i leader cinesi. Anche perché il mercato delle rinnovabili si sta rivelando essere uno dei più profittevoli al mondo. L’industria cinese è sempre più orientata alla ricerca di pratiche maggiormente ecologiche, e quello delle energie alternative è un ambito che fa gola agli investitori stranieri disposti a finanziare progetti in loco, ad esempio Schneider Electric and Tesla Motors, molto interessati anche ai settori dell’efficienza energetica, gestione delle acque, smaltimento dei rifiuti, innovazione e automazione. Le tecnologie nel campo delle energie rinnovabili stanno facendo passi da gigante in Cina: uno sforzo che è riconosciuto anche dalle organizzazioni ambientaliste. Il parco solare di Huanghe, nell’altopiano occidentale del Quinghai, è ad esempio uno dei più grandi al mondo. Secondo dati della European Wind Energy Association, poi, nel 2015 la Cina ha superato l’Unione Europea in quanto a capacità di produzione energetica da fonte eolica. Pechino vuole dominare il mercato delle rinnovabili e la concorrenza tra le sue industrie del comparto sta spingendo verso il basso i costi di produzione non soltanto nel Paese, ma – data la loro competitività globale – anche all’estero.

Resta da verificare se l’attivismo ambientale della Cina, prima, durante e dopo la COP21, si trasformerà in un traino per gli altri Paesi in via di sviluppo. Al momento, Pechino si è impegnata ad assisterli. Nel corso della sua visita negli Usa, lo scorso settembre, il presidente cinese Xi Jinping ha promesso la creazione di un fondo di cooperazione, pari a 3,1 miliardi di dollari, per aiutare le nazioni del Sud del mondo a combattere il cambiamento climatico. Nel 2011, il governo cinese aveva già lanciato un progetto di cooperazione ambientale con piccole nazioni insulari e gli Stati africani duramente colpiti dagli effetti delle variazioni climatiche.

L’impronta ecologica delle nuove “Vie della Seta”, che Pechino punta a costruire per collegare via mare e via terra la Cina orientale con l’Europa occidentale, allo scopo di trovare uno sbocco alla sua sovrapproduzione manifatturiera e dare profondità strategica alla propria diplomazia, potrà dare in futuro altre indicazioni sulla capacità del governo cinese di assumere un ruolo di primo piano nelle politiche ambientali mondiali.

I grandi piani infrastrutturali che la Cina sta perseguendo potrebbero infatti avere un forte impatto ambientale se le singole iniziative non saranno il più possibile ecocompatibili, specie alla luce del fatto che spesso sono collocati in nazioni dove il rispetto dei parametri ambientali è piuttosto scarso. In questo senso, le autorità di Pechino (oltre ai gruppi ambientalisti) sembrano voler fissare regole stringenti sul modo in cui gli istituti finanziari cinesi concedono prestiti alle imprese interessate a investire in tali iniziative. Regole che dovrebbero vincolare la concessione di un finanziamento al rispetto di standard ambientali, e che dovrebbero essere applicate anche ai diversi fondi (AIIB, BRICS, Silk Road, ecc.) che il governo cinese ha creato per sostenere i suoi progetti infrastrutturali nel mondo.

La Cina è colpita da una massiccia fuga di capitali e cerca di puntellare la propria moneta scambiata fuori dai confini attingendo dalle sue riserve valutarie che, seppur immense, non sono infinite. In un quadro economico interno sempre più deteriorato, reperire investimenti esteri per andare avanti con la transizione energetica in corso diviene una esigenza fondamentale per Pechino. È una corsa contro il tempo, con forti dubbi sugli esiti ultimi. Ma la strada a Oriente sembra ormai tracciata, e i cinesi vogliono che sia sempre più “green”.