La linea Trump-Netanyahu
Ad oggi non è dato sapere con precisione il motivo per cui Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran – o meglio, ci è stato detto che le ragioni sono molteplici e impellenti, ma essendo alcune mutuamente contraddittorie la spiegazione semplicemente non ha convinto quasi nessuno. Si capirà di più nelle prossime settimane, quando arriverà il momento inevitabile delle scelte difficili e dei trade-off, come è accaduto per l’offensiva condotta da Israele a Gaza con l’obiettivo dichiarato di eliminare Hamas nel corso di circa due anni.
E’ ormai piuttosto assodato che quasi l’intera sostanza della politica estera della seconda amministrazione Trump contraddice la piattaforma elettorale del presidente, e che l’agenda MAGA è stata stravolta se non ribaltata. Ma questo è francamente un problema che gli elettori americani dovranno risolvere per conto loro, forse salvando le loro istituzioni o forse no; è una questione tutta interna su cui gli europei faranno bene a tenersi a distanza.
Intanto, ciò che davvero conta sul piano internazionale è che Washington ha lanciato una guerra di ampia portata che – come ampiamente prevedibile e previsto – sta coinvolgendo, volenti o nolenti, molti altri Paesi. Comprendere il senso delle scelte americane è comunque importante, anche se quel “senso” non risultasse buono né pienamente razionale.
Si può formulare una prima valutazione: Trump sta adottando quello che potremmo definire “metodo Netanyahu” (ovviamente, su una scala rapportata all’unica vera superpotenza globale, dunque con effetti ben più vasti). Vediamo in cosa consiste questa convergenza di vedute strategiche.

Come il presidente americano ha spiegato innumerevoli volte, gli USA sono assediati da tutti i lati: migranti indesiderati dal confine con il Messico e dal confine con il Canada, penetrazione russo-cinese in Groenlandia e nell’Artico, minaccia cinese nell’Emisfero Sud (Panama, ma non solo), ex-alleati europei dediti alla truffa commerciale e alla circonvenzione di leader americani, ex-alleati asiatici che puntano solo a farsi difendere contro la Cina. In questa condizione di emergenza permanente, sembra non resti altro a Washington che minacciare avversari e alleati a ritmo incessante, in particolare con lo strumento a tutto campo delle tariffe, e perfino lanciare periodicamente azioni militari preventive senza preoccuparsi del “dopo” (il “prima” è insopportabile, dunque l’esito non potrà comunque essere peggiore). Sfruttando le armi commerciali/finanziarie e la superiorità militare, si spostano equilibri politici e si valuta poi volta per volta come gestire nuovi equilibri. Intanto si indebolisce l’avversario, poi si vedrà cosa fare in dettaglio.
Proprio come nel caso della politica estera israeliana sotto Netanyahu, gli obiettivi sono all’inizio vaghi e difensivi, poi diventano rapidamente massimalisti (Hamas come gli Ayatollah, da estirpare totalmente), poi incompleti ma accettabili perché di fatto irraggiungibili. I nemici sono numerosi, e se un conflitto resta aperto ce ne sono altri da affrontare, e ogni fronte si può sempre riaprire più avanti.
Nel perseguire questa linea, non soltanto il diritto internazionale – che in fondo è da sempre e per sua natura uno strumento debolissimo – ma anche le alleanze multilaterali e stabili vengono totalmente superati o accantonati, perché troppo vincolanti. Intanto, c’è inevitabilmente un impatto anche sull’assetto interno del Paese, visto che lo stato di emergenza quasi permanente richiede o giustifica una forzatura degli equilibri costituzionali a vantaggio del capo dell’Esecutivo.
Come si vede, le similitudini sono tali che si fatica a distinguere quale dei due leader si stia descrivendo – Trump o Netanyahu. Ci sono però macroscopiche differenze di taglia, oltre che di contesto storico e geografico, tra i due Stati, che comunque appaiono sfumate nella nebbia della guerra in corso e delle guerre che probabilmente verranno nel prossimo futuro.
L’altro dato che emerge da questa analisi è che, soprattutto nel caso degli Stati Uniti, una visione messianica/transattiva è mascherata da Realpolitik (che certamente non è messianica ma neppure è transattiva, essendo semmai pragmatica e orientata a creare condizioni favorevoli anche nel medio-lungo periodo): la tendenza che sta prevalendo è a spostare gli obiettivi sempre in avanti, presentando il prossimo caso di uso della forza come il più decisivo per produrre un nuovo “deal” vantaggioso per gli USA. A ben guardare, nessun concetto più articolato di questo è stato proposto fin qui dall’amministrazione in carica.
Sembrano esistere, in questa impostazione, soltanto gli obiettivi di brevissimo termine (la distruzione di capacità militari dell’avversario di turno, cioè la “vittoria” definita in modo minimalista) e di lunghissimo termine (la destinazione messianica, appunto, cioè “grande America”, proprio come “grande Israele”). Manca, dunque, il percorso per viaggiare dal punto di partenza al punto di arrivo; nessuna pietra miliare a segnare il movimento, nessun risultato intermedio che possa essere misurabile e valutabile, nessun ordine di priorità tra obiettivi. Ciò che conta è la vittoria immediata, il vantaggio relativo che se ne può forse trarre, e la direzione di marcia.
Siamo così di fronte a una sorta di America “israelizzata”, ma solo se si adotta la visione di Israele che viene perseguita da Benjamin Netanyahu e dalle componenti più conservatrici dell’elettorato israeliano. E si può aggiungere, in effetti, che il Segretario di Stato Marco Rubio ha praticamente ammesso la sudditanza americana alle decisioni prese a Gerusalemme, dichiarando che una delle (molte e contraddittorie) ragioni per l’attacco all’Iran sarebbe stata che Israele stava per attaccare comunque a sua volta; in altre parole, gli USA hanno lanciato un’azione preventiva nei confronti dell’alleato (Israele), più ancora che contro il nemico (l’Iran). Una strana sequenza logica che forse meriterà un nuovo capitolo ad hoc nei testi di studi strategici.
Peraltro, questa particolare interpretazione del ruolo regionale di Israele – come guida o sherpa dell’azione americana – distorce in modo interessante l’approccio alla base dei famosi “Accordi di Abramo”: dal loro annuncio nel settembre 2020 (prima amministrazione Trump), una vera intesa tra Gerusalemme e Riyad è stata prospettata come l’architrave di un nuovo Medio Oriente che avrebbe perfino spianato la strada a futuri legami più stretti tra la regione europeo-atlantica e quella indo-pacifica.
Un progetto realmente visionario che merita di essere costruito con pazienza, ma forse non a colpi di bombardamenti contro l’Iran con la loro coda (prevedibile) di rappresaglie disperate e conflitti sub-regionali. Al momento attuale, l’Arabia Saudita e gli altri Paesi arabi del Golfo si vedono sotto attacco militare a seguito di un’iniziativa decisa a Gerusalemme e a Washington – non propriamente la base più solida per un sistema regionale funzionale e altamente interdipendente per produrre condizioni di pace e prosperità.
Ci si può infine chiedere cosa implichi per gli europei questa nuova fase di convergenza Trump-Netanyahu. Se dal Regno Unito è arrivata un’inattesa freddezza, mentre una netta contrarietà dalla Spagna, la reazione più sintomatica e rivelatrice è stata quella del Cancelliere tedesco, Friedrich Merz: con una presa di posizione certamente ragionata e sofferta, in occasione della sua visita già programmata a Washington ha affermato in sostanza che la Germania sostiene l’azione americana pur riconoscendo il prezzo da pagare in termini di coerenza con il diritto internazionale e pur non avendo alcuna voce in capitolo né alcuna influenza sull’intervento militare. Un’ammissione molto lucida ma anche rassegnata, che lascia agli europei ben poche buone opzioni.
Come ha sinteticamente dichiarato il Primo ministro canadese, Mark Carney, non resta che appoggiare in qualche modo l’attacco, ma “con rimpianto”. ![]()