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La legacy di Obama che prende forma

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Alcuni commentatori hanno letto l’articolo di Jeffrey Goldberg sulla politica estera di Barack Obama pubblicato da The Atlantic principalmente come un mea culpa sulla Libia e come un siluro verso Hillary Clinton. A parte il fatto che le due interpretazioni sono inesatte e frettolose, questo lunghissimo testo merita invece una lettura attenta; non è propriamente un’intervista, ma il riassunto di numerose conversazioni del giornalista con il Presidente e con alcuni suoi collaboratori e ne traccia una specie di bilancio.

Obama è anzitutto fiero dei risultati raggiunti in Asia che considera sempre la principale priorità per la politica estera del paese: il consolidamento delle alleanze con la conclusione del TPP (Trans Pacific Partnership), il contrasto alle folli ambizioni della Corea del nord e la politica prudente tesa a evitare un aperto confronto con la Cina spingendola a integrarsi maggiormente nel sistema internazionale. Inoltre riafferma la necessità di liberarsi dell’eredità del suo predecessore, di spiegare agli americani i limiti della potenza del paese e di disimpegnarsi da guerre insostenibili; aggiunge di doversi battere contro le convinzioni consolidate di un establishment prigioniero dell’illusione che per ogni problema ci sia una soluzione militare e troppo sensibile alle sollecitazioni degli alleati. Nello stesso tempo però, Obama ha la profonda convinzione che nulla può avvenire senza che “l’agenda” sia fissata dall’America. Ribadisce anchela convinzione che il Medio Oriente non sia il problema centrale per la sicurezza del paese. Alla domanda su quale sia la sua filosofia, non ha difficoltà a prendere le distanze sia dagli isolazionisti, sia dai liberali interventisti, e risponde che si considera un realista internazionalista; non a caso, una delle persone per cui dichiara più ammirazione è Brent Scowcroft, stretto collaboratore di Bush padre.

Tuttavia, anche la visione dei leader più potenti è condizionata da fenomeni che non erano stati previsti: nel caso di Obama, il rinnovato attivismo di Putin e il ritorno prepotente del Medio Oriente al centro dell’agenda. Di Putin Obama dice che “sa ascoltare”, ma anche che pagherà caro un avventurismo che il suo paese non si può permettere. C’è sicuramente del vero, ma l’Obama con gli occhi rivolti al lungo periodo probabilmente sottovaluta il tempo che sarà necessario prima che Putin debba fare i conti con la debolezza strutturale del suo paese e i danni che può ancora provocare nel frattempo.

La parte dell’articolo di Goldberg dedicata al Medio Oriente è la più interessante e la più dettagliata. Ripercorrendo il lungo percorso fra il discorso pronunciato da Obama al Cairo nel giugno 2009 e oggi, emerge una serie continua di esitazioni, di ripensamenti e d’indecisioni. Una cosa è la riluttanza a impegnarsi in nuove avventure militari, un’altra è dare continui segnali contraddittori. Da sola basta la lettura dei passaggi dedicati all’atteggiamento verso il regime di Bashar al-Assad in Siria: dalla dichiarazione che “deve partire”, alla convinzione che i suoi giorni fossero contati, all’esitazione nell’armare gli oppositori, alla proclamazione della “linea rossa” sull’uso delle armi chimiche nell’estate 2012, alla quasi decisione (così tutti la percepirono) di procedere con i bombardamenti un anno dopo, salvo poi desistere all’ultimo momento. Obama si sfila dalla polemica spiegando che alla fine, con l’aiuto della Russia, Assad ha dovuto rinunciare alle armi chimiche e quindi il risultato è stato raggiunto. Questo è un giudizio che può soddisfare gli storici, ma non elimina nella percezione dei contemporanei la catena d’incertezze che hanno preceduto la conclusione. Alcuni possono desiderare un’America cauta, altri la vorrebbero forte e assertiva, ma a nessuno può piacere un’America esitante. Goldberg riporta una frase attribuita a Joe Biden: “una grande potenza non bluffa”.

La principale vittima di tutto questo è stato il rapporto con gli alleati, genericamente definiti “free rider”. L’insofferenza verso gli europei soprattutto a proposito della Libia era scontata; non tanto per aver promosso l’intervento nel 2011 –  responsabilità che Obama sa di condividere – ma per non aver fatto abbastanza per stabilizzare il paese dopo la caduta di Gheddafi. Le critiche più dure, ma colpisce il silenzio su Israele, sono riservate a Turchia, Arabia Saudita e Pakistan. Lo si può capire, ma resta il fatto che una grande potenza non può perdere la capacità di influenzare il comportamento degli alleati. Obama sembra incapace di parlare con loro, un po’ come è stato accusato di essere incapace di parlare con il Congresso di cui pure aveva bisogno per attuare il suo programma interno. Obama il realista spiega che prima di decidere deve valutare se sono in gioco gli interessi degli Stati Uniti. E’ legittimo chiedergli se essi includano anche quelli della coalizione di cui è a capo; incaso contrario, non può sorprendersi se gli alleati agiscono da “free rider”.

Goldberg ci fornisce il quadro di un uomo affascinante, lucido e intelligente, capace di visione, ma quasi a disagio nel suo ruolo. Affermare che il cambiamento climatico rappresenta un pericolo più grave dell’ISIS, può andare in un’aula universitaria, non nello studio ovale. Un giudizio malevolo ci parlerebbe di un Presidente che ha aumentato la sensazione d’insicurezza degli americani, ha scontentato gli alleati e incoraggiato gli avversari.

C’è però anche un’altra lettura. Nel giudicare un leader importa capire se i successi siano più duraturi degli errori. Quando Obama fu eletto, molti si chiesero se sarebbe stato un nuovo Kennedy o un nuovo Carter. La lettura dell’articolo di Goldberg può far propendere per la seconda ipotesi. È tuttavia bene ricordare che Carter, ricordato per il disastro iraniano, fu anche l’uomo della pace fra Israele e l’Egitto. Nessuno può dire oggi se l’accordo sul nucleare iraniano che Obama considera uno dei suoi più grandi successi, porterà i frutti sperati. Se fosse il caso, oscurerebbe in parte gli errori commessi in Siria e in Libia. Ugualmente, nessuno può oggi sapere se la prudente politica di dialogo con la Cina riuscirà a evitare una deriva nazionalista della seconda potenza mondiale.

Restano tre lezioni importanti che possiamo trarre da questo bilancio. L’America può criticare Obama, ma deve comunque imparare a fare i conti con i limiti della sua potenza e dell’uso della sua supremazia militare. Inoltre, il mondo ha nonostante tutto sempre bisogno dell’America. Infine, noi europei non possiamo in nessun caso fare a meno del nostro maggiore alleato, ma non possiamo più darlo per scontato e dobbiamo imparare ad assumerci le nostre responsabilità.