international analysis and commentary

La Germania e l’arte della mediazione politica

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Ci ha provato in ogni maniera la Germania a rimuovere la figura di Helmut Kohl, ma alla fine la rivincita della Weltanschauung democristiana – la sua visione delle cose – si è imposta. Se la base della SPD (e nello specifico la corrente dei giovani, tra i più accesi oppositori di quella visione) avallerà l’accordo con la CDU-CSU, a metà febbraio sarà di nuovo Grande Coalizione a Berlino.

In Germania la chiamano ormai familiarmente GroKo (Große Koalition), ed è stata la cifra politica di due governi Merkel su tre: il primo (2005-09), e il terzo (2013-17). Il parallelo con la parabola di Kohl (Cancelliere tra il 1982 e il 1998), il quale invece aveva i socialdemocratici dell’SPD all’opposizione e poteva contare su vaste maggioranze quasi monocolore più l’appoggio dei liberali, nasce da due considerazioni. Primo: Angela Merkel è la sua erede politica. Secondo: Kohl è stato un democristiano popolare che guardava a sinistra, nel senso che l’abile impianto di un formidabile ma al tempo stesso sostenibile welfare tedesco lo si deve proprio a lui. La sintesi di cui si è reso storicamente il protagonista non è stata quindi parlamentare, ma sociale. La sua trasversalità ne ha fatto un leader di tutta la Germania, prima che lo scandalo al finanziamento del partito lo travolgesse e ne decretasse la fine politica – dopo aver realizzato anche la Riunificazione.

Helmut Kohl rappresenta ancora oggi un personaggio molto scomodo per la coscienza tedesca. E’ stato un politico che non ha avuto paura di portare il proprio privato alla luce, e per questo ha scandalizzato e messo a disagio un’opinione pubblica molto rigorosa, diciamo pure perbenista, nella concezione delle due sfere. La sua infedeltà coniugale, le sofferenze di salute della prima moglie, aliena ai riflettori della politica al contrario del marito, e infine il suo secondo matrimonio con la segretaria, di 35 anni più giovane, fanno di Kohl un’eccezione al profilo morale consono all’uomo di Stato. A causa delle sue scelte private e dello scandalo fiscale per finanziamento illecito la Germania ha vissuto pochi mesi fa il drammatico paradosso dei suoi funerali nel luglio 2017. Il padre della Riunificazione tedesca, la cui ultima volontà è stata quella di un funerale fuori dai confini della Nazione. Bruxelles gli ha tributato l’omaggio alcune settimane dopo la morte e Angela Merkel ha dovuto imporre la propria presenza alla commemorazione.

Per l’erede designata si è trattato di un passaggio non semplice. Ma quando pochi mesi dopo si è trattato di andare con le proprie gambe, Merkel ha capito (e certo glielo hanno suggerito gli elettori) che come Kohl non si vergognava delle proprie debolezze umane, così anche per la Cancelliera era giunto il momento dell’umiltà e del dialogo. Lo ha compreso soprattutto quando il giovane (al limite dell’arroganza politica) leader liberale di FDP (Freie Demokratische Partei) Christian Lindner, dopo il voto del settembre scorso, è andato via sbattendo la porta e facendo naufragare l’ipotesi Giamaica – tornata così nell’immaginario collettivo dei tedeschi a rappresentare un’isola caraibica dove svernare e non un’improbabile coalizione di governo.

Al momento i riflettori sono puntati, a ragione, sul travaglio della Socialdemocrazia. E’ un problema identitario le cui cause sono da ricercarsi anche negli svantaggi intrinseci al perdurare della Große Koalition, che hanno finito per logorare la spinta ideale dei progressisti, annacquandone la vocazione sociale. Le leve junior chiedono quindi il conto a quelle senior, e per questo il voto della base SPD rimane un passaggio cruciale e non scontato.

Tuttavia anche nel campo democristiano si sono avuti patemi. Perché se è vero che la SPD subisce i contraccolpi del mondo globalizzato come altre forze della sinistra europea, l’area popolare ben prima della GroKo, e quindi proprio nell’epoca di Kohl, ha sempre dovuto guidare il Paese guardando più alla sua sinistra che alla sua destra.

Le ultime elezioni, quindi, nonostante il clamore suscitato dall’ascesa delle destre – alcune anche con forti accenti xenofobi, e dei liberali di Lindner, più liberisti e più oltranzisti rispetto al passato – ci consegna una Germania con vocazione saldamente centrista. Ma lo fanno al termine di mesi di trattative, dove il primato della politica vecchia scuola, cioè l’arte della mediazione ha finito per prevalere sulle logiche di posizionamento. In altre parole, in una stagione politica dove i nuovi media amplificano gli aspetti simbolici e falsano in un certo senso la percezione dei valori e dei rapporti di forza in campo, alla resa dei conti la SPD di Martin Schulz – nonostante abbia ammesso la sconfitta elettorale di settembre 2017 ed escluso una riedizione della GroKo – ha finito per accettare l’idea di una responsabilità di governo.

Ad Angela Merkel è quindi toccato il ruolo salomonico di tradurre un accordo politico in stabilità sociale: e questo è Kohl a ventiquattro carati. Nel merito c’è un miglioramento del welfare, c’è una mini-patrimoniale, c’è uno sgravio fiscale, e sui migranti c’è l’introduzione di quote mensili e di una quota annua (a meno di emergenze). Tutte misure che non fanno della Germania un Paese più chiuso ma semplicemente più armonico, senza rinunciare ai suoi pilastri: inclusione, crescita, stato sociale, ambiente, e ultima (ma mai ultima) l’Europa.

Insomma, i palati fini volevano un governo di minoranza, quelli grossolani il voto, e davvero pochi erano favorevoli alla GroKo, a partire dalle due forze designate per convolare per la terza volta a nozze. Ma il bene pubblico, un’idea sorta in Francia e oggi declinata al meglio dal pragmatismo teutonico (ora che anche il Regno Unito naviga in acque sconosciute), sembra aver prevalso.

Di certo se la GroKo dovesse nascere, nascerà per durare. In Germania i progetti schnell und schmutzig, cioè quick and dirty, non piacciono a nessuno. Nemmeno alle destre che ora, sia dal punto di vista dei liberali FDP sia da quello più estremo di AfD (Alternative für Deutschland), hanno bisogno di tempo per metabolizzare lo sperato ma mancato ritorno alle urne e per costruire le future strategie d’opposizione.

Nel frattempo Schulz si prepara a governare controvoglia, quasi da non credere, e Merkel si prepara a riconciliarsi finalmente con l’idea di politica come mediazione, come sintesi, lasciandosi alle spalle le idiosincrasie innescate dall’austerità professata dal suo ex super ministro Wolgang Schäuble. Ne avrà bisogno l’Europa e ne aveva bisogno, prima di tutto, la Cancelliera stessa.