international analysis and commentary

La fine del New START e il nuovo equilibrio nucleare

46

Dal crollo dell’Unione Sovietica la Russia, che ne ha ereditato le strutture centrali ma non la potenza ideologica, ha avuto un ruolo sostanzialmente più ridotto sulla scena internazionale. Meno territorio, meno potere finanziario e meno influenza a livello globale, con una sola grande eccezione: il suo status di superpotenza nucleare, pressoché alla pari con gli Stati Uniti, le ha infatti garantito il mantenimento di un posto di rilievo al tavolo dei vertici della diplomazia internazionale.

Nel 2010, l’allora presidente americano, Barack Obama, e il suo omologo russo, Dmitrij Medvedev, concordarono un nuovo Trattato per la riduzione delle armi strategiche (New START), che all’epoca fu salutato dalla Casa Bianca come “storico”. Il nuovo trattato, che estese e rimodulò quello siglato nel 1972 (SALT), limitò entrambi i Paesi a un massimo di 1.550 testate nucleari a lungo raggio dispiegate su vettori, inclusi missili balistici intercontinentali, missili balistici lanciati da sottomarini e bombardieri.

Vladimir Putin tiene un discorso al Cosmodromo della regione di Amur.

 

L’accordo New START senza successori

La durata decennale del New START era stata estesa per altri 5 anni dall’amministrazione Biden, ma il 5 febbraio scorso l’accordo ha cessato di valere e così, almeno per il momento, oltre mezzo secolo di reciprocità nella non proliferazione nucleare è arrivata al capolinea. Secondo Axios, che ha citato fonti presenti ai recenti negoziati di Abu Dhabi, Stati Uniti e Russia sono vicini a un accordo per prorogare il trattato sul controllo degli armamenti, ma il vuoto momentaneo in termini di non proliferazione nucleare si colloca nel più ampio e preoccupante contesto di tensioni internazionali. La proposta di estendere senza modifiche i termini del New START, secondo il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, è stata finora accolta con il silenzio da parte degli Stati Uniti. Parole che trovano conferma anche nelle dichiarazioni dell’amministrazione Trump, secondo cui si può trovare un accordo migliore, ignorando la terrificante prospettiva di un mondo senza limiti nucleari.

L’ingresso in questa nuova epoca nella gestione delle armi nucleari è stato segnato da due approcci tanto diversi quanto significativi delle rispettive posizioni e quindi degli interessi nazionali. Naturalmente, gli Stati Uniti hanno le loro ragioni per consentire che il controllo degli armamenti nucleari con la Russia venga meno, non ultimo il desiderio di includere la Cina, una potenza nucleare emergente, nei futuri accordi. Pechino sta infatti incrementando il proprio arsenale nucleare, con buone probabilità di raddoppiarlo entro il 2030. In questo caso però Mosca vorrebbe coinvolgere anche le potenze nucleari europee, complicando molto l’equilibrio tra i diversi arsenali.

 

Leggi anche: La Russia e gli scenari nucleari

 

In questo vuoto momentaneo tutte le strade sono percorribili. La Casa Bianca ha già rilanciato l’idea di corazzate nucleari “classe Trump”, una politica risalente all’epoca della Guerra Fredda e abbandonata decenni fa, ripresa ora, più che per modernizzare la flotta, per dimostrare che la forza americana è tornata sul palcoscenico mondiale con un impegno generazionale di tutto il Pentagono, come ha dichiarato il segretario della Difesa americano, Pete Hegseth, in occasione della presentazione. Oltre a essere privati ​​di una piattaforma di riduzione degli armamenti, che ostentava una delle ultime vestigia rimaste del potere dell’era sovietica, Mosca si trova ora ad affrontare un futuro di espansione nucleare statunitense potenzialmente senza vincoli. Inoltre, con un’economia e un bilancio della difesa che sono una frazione di quelli di Washington, il Cremlino non ha praticamente alcuna speranza di tenere il passo, ampliando il divario di potere e influenza con il vecchio rivale.

Come è stato riconosciuto anche da molti esperti, qualsiasi nuovo trattato senza l’inclusione della Cina e di un aggiornamento sulle nuove armi che alcuni Paesi stanno sviluppando nascerebbe già obsoleto. Il rapporto annuale del Pentagono sulla potenza militare cinese menziona 600 testate nucleari, destinate a superare le 1.000 entro il 2030. Attualmente, la Russia dispone di 4.309 testate nucleari e gli Stati Uniti di 3.700. Per questo Pechino nella sua rincorsa non è affatto interessata a trattare. Il problema posto da Trump è quindi reale. “Non si negozierebbe di nuovo lo stesso trattato”, ha dichiarato Rafael Grossi, il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), in un’intervista al New York Times. Perché esistono nuove tecnologie che non sono contemplate dal trattato: missili ipersonici, armi nucleari sottomarine, armi spaziali. E ci sono molti altri Paesi che, per un motivo o per l’altro, ora ritengono di avere bisogno di un proprio arsenale nucleare.

 

Il quadro più ampio dei rapporti USA-Russia

È chiaro quindi che Mosca voglia inserire un nuovo accordo sulla deterrenza nucleare in un più ampio discorso con Washington, ben oltre la questione ucraina. Secondo il Cremlino il ripristino di un dialogo fra i due PPaesi aprirebbe orizzonti favorevoli e promettenti di cooperazione, dalle risorse energetiche ai minerali di importanza critica, nonché il lavoro congiunto nell’Artico, sull’intelligenza artificiale e sull’esplorazione spaziale, temi appunto considerati da Mosca di interesse per l’amministrazione di Donald Trump.

In quest’ottica va interpretata la nomina a marzo 2025 di Alexander Nikitich Darchiev, già ambasciatore in Canada ed esperto di America del Nord al ministero degli Esteri, a rappresentante della Federazione Russa negli USA. Nell’agosto successivo il presidente americano e l’omologo russo Vladimir Putin si sono incontrati ad Anchorage, in Alaska. La prima, vera apertura che ha portato a un canale diretto. Si è tornato a parlare di buoni rapporti tra i due Paesi e di negoziati produttivi, elogiati anche da Putin. I ripensamenti successivi o meglio l’ondivago comportamento, secondo Mosca, della politica di Washington hanno generato incertezza e alimentato la naturale diffidenza del Cremlino. Da segnalare inoltre che la sede diplomatica statunitense in Russia è senza una guida dal giugno 2025, quando ha cessato le sue funzioni l’ambasciatrice Lynne M. Tracy, nominata dal presidente Biden.

Nei vertici decisionali russi, ad oggi, prevale la convinzione che gli obiettivi strategici del Paese debbano essere perseguiti anche in assenza di progressi negoziali, in quanto la questione ucraina e l’eventuale espansione della NATO vengono considerate minacce esistenziali alla sicurezza nazionale. Questa linea di pensiero è rafforzata dalla percezione che il contesto internazionale attuale offra condizioni vantaggiose: il sostegno strategico della Cina, l’allargamento dei BRICS, l’indebolimento dell’Europa, e la crescente influenza in diversi PPaesi africani vengono interpretati come segnali favorevoli. D’altro canto, gli Stati Uniti non rinunciano ad approfondire i rapporti con alcuni vicini della Russia, come Armenia e Azerbaijan, ritenuti importanti per mantenere la presenza americana nel quadrante, anche in chiave anti-iraniana.

 

Il dossier nucleare in una fase di incertezza strategica

Il recupero del rapporto con Mosca è visto quindi dall’amministrazione Trump come uno strumento nella più ampia sfida con la Cina, non come un traguardo fine a sé stesso. Per la Russia, al contrario, si tratta non solo di una legittimazione del proprio status internazionale, lontano anni luce dalla proiezione globale sovietica, ma di una vera e propria questione vitale. Per il Cremlino un oblast’ ucraino non vale l’altro, per il valore incomparabilmente diverso che Kharkiv, Odessa o Kherson assumono nella strategia e nella simbologia storica dei russi. Ciò che per gli Stati Uniti è un momentaneo elemento di disturbo, per la Russia è la guerra della vita, il coronamento o la catastrofe della prima metà del XXI secolo.

 

Leggi anche: La nuova età nucleare

 

Al di là di questo, la differente profondità dell’impegno in Ucraina mina le basi elementari di una comprensione reciproca sulla questione, così come su tutto il resto, dal nucleare a tutte le altre tematiche, dall’Artico alle risorse energetiche, che interessano i due Paesi. Con ogni probabilità, la speranza di Mosca di vedersi riconosciuta come “pari” è destinata a infrangersi sulla realtà della geopolitica, che prevale sempre su desideri e ideologie, e soprattutto sulla volontà dei singoli. A frustrare la possibilità di un accordo fra Mosca e Washington sul nucleare, ma anche oltre, è la distanza tra le visioni di fondo dei russi e degli statunitensi.

Mentre i primi utilizzano il nucleare per un accordo ad ampio raggio, ai secondi basta una stabilizzazione temporanea, del dossier nucleare così come del conflitto in Ucraina, per assecondare una strategia in costante evoluzione verso la Cina. L’obiettivo statunitense, infatti, non è di riportare al proprio rango la Russia, ma di convincerla a prendere parte al contenimento di Pechino, prima che sia troppo tardi. Un obiettivo ben distante da quello del Cremlino.