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La Cina di fronte alla vicenda venezuelana

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“La Cina è profondamente sconvolta e condanna fermamente l’uso sfacciato della forza da parte degli Stati Uniti contro uno Stato sovrano”. Ma, prosegue la nota del ministero degli Esteri, “indipendentemente dai cambiamenti nella situazione politica interna, continuerà ad approfondire la cooperazione pragmatica con il Venezuela in vari settori”.

Un incontro tra Maduro e Xi Jinping a Caracas nel 2014

 

I profondi legami tra Caracas e Pechino

Dopo lo shock iniziale, la Cina mantiene una posizione attendista mentre il mondo cerca di capire i piani futuri di Donald Trump dopo il clamoroso rapimento dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro e consorte. Un evento inaspettato che rischia di compromettere notevolmente gli interessi economici di Pechino in America Latina, ma che al contempo potrebbe avvantaggiarne i piani strategici di lungo periodo.

La Repubblica Popolare si è ritrovata immischiata fino al collo. Per una pura coincidenza o forse no, una folta delegazione cinese, guidata dal rappresentante speciale di Pechino per l’America Latina, si trovava a Caracas nelle ore che hanno preceduto il raid statunitense. Una visita mirata ufficialmente a concordare nuovi progetti economici e investimenti, ma che nel mezzo degli attacchi di Washington contro i presunti narcotrafficanti e il sequestro delle petroliere doveva al contempo servire non troppo velatamente a dimostrare il supporto di Pechino per Maduro. Secondo fonti del China Global South Project, anche ad avvertirlo dell’imminente minaccia.

Se sia stato davvero così conta poco. Il rapporto con Caracas – definito da Xi Jinping “forte come l’acciaio” – solo pochi mesi fa era stato elevato “a partenariato per tutte le stagioni”, uno dei riconoscimenti più importanti concessi solo a Paesi con storiche relazioni con la Cina, come il Pakistan. Termine che nel linguaggio della politica cinese esprime la natura strategica del legame. E infatti negli ultimi vent’anni, dal governo di Hugo Chavez in poi, la comune fede nel socialismo autoritario aveva reso il Venezuela la pietra angolare della penetrazione cinese in Sudamerica. Complice la distrazione di Washington, che per decenni ha trascurato dal punto di vista economico il cortile di casa. Alle richieste di sostegno dell’isolato regime chavista ha risposto la Repubblica Popolare.

Tutto è cominciato nel tipico spirito “win-win”: la Cina aveva bisogno di petrolio, il Venezuela di soldi. Dal 2000 al 2023, Pechino ha fornito a Caracas oltre 100 miliardi di dollari per la costruzione di ferrovie, centrali elettriche e altri progetti infrastrutturali. In cambio, il Venezuela ha ripagato la Repubblica Popolare con il petrolio necessario ad alimentare la sua economia in una fase di forte espansione. Tanto che nel 2025 più del     l’80% del greggio venezuelano esportato è stato destinato proprio alla Cina.

Ma se davvero in futuro saranno gli Stati Uniti a gestire l’industria petrolifera venezuelana, sembra improbabile che Pechino potrà continuare a rifornirsi dal Paese sudamericano liberamente come in passato. Solo nell’ultimo mese Washington ha sequestrato diverse navi utilizzate in passato nei commerci “clandestini” tra il Venezuela e la Repubblica Popolare. Davanti alla possibilità di una nazionalizzazione dell’industria energetica, ancora più incerto è il futuro degli investimenti cinesi, compreso un raro accordo ventennale per lo sviluppo di due giacimenti petroliferi nell’ambito di un progetto da 1 miliardo di dollari che coinvolge la società privata China Concord Resources Corp.

A complicare il quadro si aggiunge la situazione debitoria del Venezuela nei confronti della Cina. Stando ad AidData, oltre 60 miliardi di dollari sono credito garantito in petrolio, di cui circa 10 miliardi nel 2025 risultavano ancora da ripagare, pari a un terzo delle forniture petrolifere concordate con Caracas. Secondo Bloomberg, dopo l’attacco americano, il 5 gennaio l’Agenzia di stato cinese per la regolamentazione finanziaria ha avviato accertamenti sull’esposizione creditizia rispetto al Venezuela.

Va detto che negli ultimi anni lo stato disastroso dell’economia venezuelana aveva già spinto la Cina a ridimensionare il proprio impegno nel Paese. Soprattutto a partire dal 2016 quando il rallentamento dell’economia cinese, il crollo dei prezzi del greggio e le sanzioni occidentali contro Caracas hanno messo fine all’epoca dei prestiti facili. D’altro canto, il Venezuela ha bisogno della Cina più di quanto la Cina non abbia bisogno del Venezuela: la Repubblica Popolare dipende dal Venezuela solo per il 4% delle sue importazioni petrolifere via mare.

Se le cose dovessero mettersi male, a farne le spese saranno soprattutto le piccole raffinerie (“teapot”), quelle fino a ieri disposte a rischiare le sanzioni pur di accaparrarsi petrolio a basso costo. Ma nell’immediato, la Cina sembra avere le spalle coperte. Secondo la società di analisi dati Kpler, attualmente quasi 82 ​​milioni di barili galleggiano nelle acque tra Cina e Malesia. Certo, le cose potrebbero complicarsi nel caso Trump riuscisse a replicare il blitz in Iran del giugno scorso nel contesto delle proteste in corso contro il regime di Teheran: il Paese  è uno dei maggiori fornitori di greggio per la Cina, contando per il 13,6% di quanto Pechino ha importato nel 2025.

Se Pechino potrà mantenere i propri interessi in Venezuela dipenderà innanzitutto da come evolverà il rapporto tra gli Stati Uniti e la “nuova” amministrazione venezuelana. Per ora il supporto statunitense alla vicepresidente Delcy Rodríguez, già numero due di Maduro, sembra escludere drastiche sterzate nella politica estera di Caracas. Sicuramente non nella misura ventilata dall’opposizione guidata dalla premio Nobel per la Pace María Corina Machado, di dichiarato orientamento anti-cinese e filo-trumpiano.

 

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Ma il caso venezuelano ha ramificazioni che debordano ben oltre i confini nazionali, a riprova di come quello tra Caracas e Pechino sia un rapporto che supera di molto l’esclusivo aspetto economico, e si è ormai consolidato su una profonda collaborazione politica e strategica.

 

Il confronto con gli Stati Uniti sull’America Latina

Per la Cina è la conferma della crescente aggressività di Washington in America Latina, dopo le pretese del presidente sui porti cinesi a Panama, la sfida dei dazi al Brasile di Lula, le profonde divergenze con la Colombia di Petro, e le ingerenze in favore di Milei nell’ultima campagna elettorale in Argentina, le minacce rivolte a Cuba e Messico. Sul Canale, l’acquisizione americana dei due scali panamensi di Balboa e Cristóbal non è stata ancora ultimata, ma le pressioni di Trump hanno già indotto il governo di José Raúl Mulino a uscire dalla Belt and Road Initiative, il mega progetto commerciale e infrastrutturale a guida cinese.

 

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Va da sé che se gli avvertimenti della Casa Bianca agli altri Paesi latinoamericani dovessero concretizzarsi, Pechino potrebbe dover schivare contraccolpi economici e strategici ben più pesanti. L’America Latina è diventata una delle destinazioni favorite per l’export cinese, soprattutto in risposta alle barriere commerciali erette da Stati Uniti e Unione Europea contro i veicoli elettrici cinesi a basso costo. La regione è inoltre ricca di minerali e risorse naturali e rappresenta un prezioso osservatorio su quanto succede più a nord: secondo un rapporto del Congresso la Repubblica Popolare starebbe intensificando la sua cooperazione con Cuba per presunte attività di spionaggio in Florida.

D’altronde le mire cinesi non sono un mistero. Lo scorso 10 dicembre Pechino ha pubblicato il terzo libro bianco sull’America Latina. Un documento che, constatando come “l’equilibrio di potere internazionale stia cambiando in maniera significativa”, riafferma la solidarietà della Repubblica Popolare per il Sud del mondo “nella buona e nella cattiva sorte”. Non c’è menzione esplicita degli Stati Uniti, ma l’allusione al “bullismo internazionale” non necessita chiarimenti. Così come il tempismo della pubblicazione: solo pochi giorni dopo l’annuncio della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Trump, che rivendica la preminenza di Washington nell’Emisfero Occidentale.

Ampliando i settori di interesse rispetto al precedente documento del 2016, una sezione del libro bianco cinese è dedicata alla sicurezza, nonché alla cooperazione nell’anticorruzione e nel controllo delle esportazioni sensibili. Ma con un approccio che – a differenza di quello americano – contrappone all’uso della forza la “risoluzione pacifica” delle controversie internazionali. Una differenza soltanto retorica, certo, ma comunque significativa.

È troppo presto per stabilire se e come gli eventi venezuelani cambieranno i calcoli cinesi. Ma nella Repubblica Popolare il dibattito è già in corso. Secondo Ding Yichao, ricercatore ed esperto di relazioni internazionali, la Cina dovrebbe cominciare a riflettere sui limiti del suo “modello basato puramente sull’efficienza economica”. Per l’esperto, è giunto il momento di “passare dall’efficienza alla ‘sicurezza’ e alla capacità di resistere ai rischi”. Anche lontano dai propri confini. Un pensiero condiviso negli ambienti ufficiali. Tanto che a dicembre la tv di Stato cinese ha trasmesso un servizio sulle prime simulazioni militari tra Cuba, Golfo del Messico e Mar dei Caraibi.

 

Le conseguenze globali, dal Pacifico a Taiwan

Ma se gli smottamenti in America Latina preoccupano Pechino, il vero incubo è rappresentato dai riverberi nell’Asia-Pacifico. Lunedì la Corea del Nord ha dichiarato di aver testato due missili ipersonici per fare fronte alla “crisi geopolitica”, chiara allusione alla caduta del regime Maduro. Per Kim Jong-un – che ha sempre temuto una “decapitazione” per mano americana – potrebbe essere l’occasione per pretendere un riconoscimento internazionale del proprio Paese come “potenza nucleare”.

Uno scenario che la Cina contempla ormai con rassegnazione ma che, se preceduto da nuove provocazioni missilistiche, rischia di destabilizzare ulteriormente la penisola coreana e il vicinato asiatico. Non solo. Nella confusione del momento, un punto appare chiaro: l’America di Trump è disposta a usare la forza per tutelare i propri interessi all’estero. Quelli nell’Indo-Pacifico sembrano scivolare un gradino sotto l’Emisfero Occidentale. Ma nessuno può escludere che la rinnovata muscolarità di Washington possa tradursi in un sostegno militare a Taipei, anche oltre l’usuale “ambiguità strategica”.

Allo stesso tempo, diventa anche chiaro come per l’America di Trump il “regime change” non sia più un tabù. Fattore che solleva nuove perplessità sulle rassicurazioni del Segretario alla Difesa Peter Hegseth che a settembre, incontrando la controparte cinese, smentì la veridicità dei presunti piani americani per un “cambio di regime o lo strangolamento” della Cina. Esperti militari consultati dal tabloid nazionalista Huanqiu Shibao (Global Times) hanno attribuito il successo dell’operazione americana ai “possibili attacchi di guerra elettronica che hanno sabotato le capacità dell’aeronautica e della difesa aerea venezuelana, consentendo agli elicotteri statunitensi con a bordo unità della Delta Force di condurre operazioni aviotrasportate e penetrare nella residenza di Maduro”. Ma altrove c’è anche chi ha messo in dubbio l’efficacia dei sistemi radar JY-27A di fabbricazione cinese in dotazione della difesa aerea venezuelana.

A questo si è aggiunto il lavoro di intelligence. Secondo l’esperto di affari militari Zhang Junshe “gli Stati Uniti hanno una storia di utilizzo delle proprie agenzie, come la CIA, per raccogliere informazioni, incluso l’acquisto di comandanti militari o funzionari a conoscenza dell’obiettivo della missione”. Nell’ultimo decennio Pechino ha in buona parte sbaragliato la rete di spionaggio americana, ma gli accadimenti di questi giorni mettono in discussione la sicurezza dell’infrastruttura tecnologica cinese. Pensare che solo a settembre fu proprio il presidente venezuelano a definire “inintercettabile dai gringos, dagli aerei spia, e dai satelliti” il cellulare Huawei donatogli proprio da Xi.

Nonostante gli interessi in gioco, è improbabile che la Cina interverrà concretamente in aiuto del Venezuela. D’altronde, non lo ha fatto nemmeno in Iran dopo il bombardamento americano del 22 giugno 2025. È invece lecito attendere un maggiore protagonismo di Pechino in sede ONU. Magari assieme alla Russia, l’altro storico alleato di Maduro. La retorica è quella ormai nota: è Washington che piccona l’ordine mondiale, non la Cina che invece promuove la non ingerenza e il rispetto della sovranità nazionale. “Ciò che hanno fatto gli Stati Uniti ha completamente ignorato i vincoli del diritto internazionale, riportando il mondo all’era coloniale del saccheggio barbarico”, ha affermato l’agenzia di stampa Xinhua in un commento del 4 gennaio.

E’ il genere di monito che normalmente trova ampio ascolto nel Sud globale, dove la Repubblica Popolare è solita proporsi come attore responsabile. Eppure, contro ogni aspettativa, i fatti di Caracas potrebbero rendere meno credibile il messaggio di Pechino. Non è escluso che l’impotenza della Cina davanti alla cattura di Maduro finisca per     incrinare la fiducia di quei Paesi che spesso cedono alle sue scomode richieste auspicando in cambio una qualche tutela. Soprattutto in merito al riconoscimento della sovranità cinese su Taiwan, che in America Latina ha sette dei suoi dodici alleati.

 

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In Occidente invece, dove l’operazione statunitense è stata accolta con imbarazzata connivenza, Pechino viene sempre più vista come un interlocutore necessario ma sgradito. Qui il doppio standard delle paternali lascia il tempo che trova. Basta confrontare la reazione del ministero degli Esteri cinese, che si è detto “profondamente scioccato” dall’uso della forza in Venezuela, laddove dopo l’invasione russa dell’Ucraina si è limitato a invitare “tutte le parti a dar prova di moderazione”.

Eppure non tutto rema contro i piani strategici di Pechino. L’attacco americano in Venezuela giustifica l’utilizzo della violenza contro uno Stato sovrano. Figuriamoci una (ri)unificazione di Taiwan, che Pechino considera già sua. Sul web gli internauti cinesi hanno invitato Xi Jinping a imitare Trump e rapire il presidente taiwanese Lai Ching-te, considerato un “separatista”. Certo, sono principalmente i costi economici e umani a trattenere la Cina da un’invasione armata. Ma la cattura di Maduro fa del diritto internazionale carta straccia. Il che potrebbe rendere più accettabili future modifiche dello status quo, nel mar Cinese meridionale, al confine con l’India o nello Stretto di Taiwan.