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La battaglia tra i repubblicani per la “nomination”

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Ci sono pochi dubbi sul fatto che, al momento, Donald Trump sia il favorito per conquistare la nomination presidenziale repubblicana del 2024. Secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics, l’ex Presidente, l’8 settembre scorso, era al 52,7% dei consensi e sopravanzava i suoi rivali di quasi 39 punti. È interessante notare che il gradimento nei suoi confronti è cominciato a salire dalla fine di marzo: vale a dire negli stessi giorni in cui subiva la prima incriminazione su input della procura distrettuale di Manhattan. Da allora, l’ex Presidente ha conquistato quasi dieci punti percentuali. Non solo. Le quattro incriminazioni finora subite lo hanno rafforzato anche sul fronte della raccolta fondi: stando al suo comitato elettorale, Trump ha rastrellato oltre sette milioni di dollari nei giorni immediatamente successivi alla pubblicazione della foto segnaletica, scattatagli ad agosto nella prigione di Atlanta in riferimento all’incriminazione promossa dalla procura distrettuale di Fulton County.

Ron DeSantis, Nikki Haley, Donald Trump, Vivek Ramaswamy e Mike Pence, i principali candidati alle primarie repubblicane per la nomination presidenziale del 2024

 

Non è d’altronde un mistero che l’ex Presidente abbia ormai deciso di puntare gran parte della campagna elettorale sulla tesi della persecuzione politico-giudiziaria: una strategia che, almeno per il momento, sta evidentemente dando i suoi frutti. Non a caso, Trump si è rifiutato di prendere parte al primo dibattito televisivo tra i principali candidati repubblicani, organizzato da Fox News e tenutosi a Milwaukee lo scorso 23 agosto: l’ex Presidente non aveva bisogno di aumentare la propria notorietà a livello nazionale e, visto il vantaggio sondaggistico attualmente schiacciante, non voleva correre il rischio di esporsi in diretta agli eventuali attacchi degli avversari. Non si può neppure del tutto escludere che Trump abbia voluto fare uno sgarbo al fondatore di Fox News, Rupert Murdoch (i rapporti tra i due sono da tempo piuttosto tesi).

Tutto questo, senza contare che non si segnalano per ora contendenti realmente competitivi per la nomination repubblicana. Ron DeSantis, che mantiene il secondo posto, ha subito un vero e proprio crollo nelle intenzioni di voto. Se il 30 marzo era dato al 30,1%, l’8 settembre era al 14,2%. Nonostante sia ancora l’unico candidato che (oltre Trump) risulta sopra il 10%, il Governatore della Florida si trova in evidente difficoltà. Sotto questo aspetto, si può rilevare che il suo declino è cominciato più o meno in coincidenza della prima incriminazione dell’ex Presidente. Da allora, DeSantis si è infatti trovato in una sorta di vicolo cieco, senza riuscire ad elaborare una strategia coerente ed efficace. In un primo momento, era sembrato non voler difendere Trump a spada tratta. Poi ci ha ripensato e lo ha fatto. Tuttavia è chiaro che questo comportamento ondivago si è rivelato infruttuoso. L’ex Presidente ha continuato a bersagliarlo, mentre è probabile che molti elettori siano rimasti delusi dalla sua scarsa risolutezza.

 

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Una scarsa risolutezza che è emersa anche durante il dibattito televisivo del 23 agosto. Ha glissato, quando gli è stato chiesto se avrebbe sostenuto un divieto dell’aborto a livello federale. Inoltre, quando è stato chiesto ai candidati se avrebbero comunque sostenuto Trump qualora avesse conquistato la nomination da condannato, il Governatore ha aspettato prima di capire chi avrebbe alzato la mano, per poi sollevare timidamente la propria. Più in generale, durante il dibattito, DeSantis è apparso troppo rigido e poco incline a uscire dalle sue ormai note zone di comfort (come la lotta all’”indottrinamento liberal” nelle scuole). Ovviamente non è ancora detto che la sua corsa elettorale sia finita, ma ad oggi una sua rimonta appare quantomeno scarsamente probabile. D’altronde, sta suonando per lui un campanello d’allarme significativo: come recentemente riportato da Politico, alcuni dei suoi finanziatori lo stanno iniziando ad abbandonare. La stessa Fox News, punto di riferimento mediatico dell’elettorato conservatore, sembra ormai aver raffreddato le proprie simpatie nei confronti del Governatore.  Per non parlare di Elon Musk: anche lui pare essersi allontanato da DeSantis, a cui un tempo era considerato vicino. A metà agosto, ha definito l’imprenditore di origine indiana, Vivek Ramaswamy, come “promettente”, mentre – in coincidenza del dibattito televisivo del 23 agosto – la piattaforma X (ossia come si chiama ora Twitter) ha ospitato un’intervista del giornalista Tucker Carlson a Trump.

Mentre DeSantis declina lentamente, sta infuriando un’accanita battaglia per il terzo posto in classifica. Secondo Real Clear Politics, all’8 settembre, la medaglia di bronzo era di Ramaswamy che, con il suo 6,6% dei consensi, era tallonato dall’ex Ambasciatrice all’ONU, Nikki Haley, piazzata al 6,2%. Un poco più distante, al 4,8%, spuntava invece l’ex Vicepresidente, Mike Pence. Si tratta di un “triello” interessante. Come dimostrato dal dibattito televisivo, Pence punta tutte le proprie carte sul presentarsi come politico maturo e di esperienza: una strategia che potrebbe tuttavia non portarlo troppo lontano. Innanzitutto gli elettori delle primarie repubblicane storicamente non vedono granché di buon occhio il professionismo politico. Inoltre, una parte consistente della base trumpista considera l’ex Vicepresidente una sorta di traditore per il fatto che non si oppose alla certificazione dei voti elettorali a favore di Joe Biden il fatidico 6 gennaio del 2021. Infine, ma non meno importante, Pence sta cercando di ritagliarsi il ruolo di campione della destra evangelica. Tuttavia la storia recente mostra che i candidati eccessivamente schiacciati sulle posizioni di quest’ultima finiscono col diventare candidati di nicchia (si pensi solo a Mike Huckabee nel 2008, Rick Santorum nel 2012 e Ben Carson nel 2016).

E qui veniamo a Ramaswamy che ha puntato invece tutto proprio sull’incarnare il modello del candidato antisistema e ostile al professionismo politico. Non a caso, durante il dibattito di Milwaukee, ha litigato con quasi tutti i contendenti presenti sul palco. Al di là delle sue idee più o meno discutibili, ha registrato una performance televisiva abbastanza efficace. Eppure si scorge un’incognita rilevante. Era infatti evidente che, durante il confronto televisivo, Ramaswamy, nella sua carica anti-establishment e finanche nella gestualità, ha fondamentalmente imitato Trump: in particolare, il Trump del dibattito repubblicano tenutosi a Cleveland nell’agosto del 2015:l’appuntamento televisivo che lanciò di fatto l’ascesa politica del magnate newyorchese. E quindi si pone una domanda: a che cosa punta Ramaswamy? Forse mira a far convogliare su di sé i voti dell’ex Presidente, qualora costui dovesse abbandonare per qualche ragione la corsa. O forse spera in un posto da Vicepresidente in un’eventuale nuova amministrazione Trump (quest’ultimo ha d’altronde recentemente detto che potrebbe prenderlo in considerazione per il ruolo). Ad aumentare le incognite ci ha pensato lui stesso: dopo aver imitato l’ex Presidente, ha ultimamente cercato di distanziarsi da lui, facendo leva sulla sua età notevolmente giovane (ha soltanto 38 anni). Come che sia, il pericolo per Ramaswamy è che, prima o poi, possa essere percepito come fasullo dall’elettorato. E, qualora tale circostanza si verificasse, per lui la strada potrebbe farsi seriamente in salita. Si tratta di una vulnerabilità di cui sembra essersi accorto Pence. E non è quindi detto che l’ex Vicepresidente non possa presto cercare di attaccare il l’imprenditore di origine indiana su questo fronte.

Rischiano invece di rivelarsi meno efficaci le accuse, mosse a Ramaswamy, di mancanza di esperienza. Una linea, questa, cavalcata soprattutto da Nikki Haley. La sua inesperienza politica è in effetti un dato di fatto; il punto è che, per rafforzare il proprio messaggio antisistema, la strategia di Ramaswamy è esattamente quella di distanziarsi il più possibile dal professionismo politico. Simili accuse di mancanza di esperienza rischiano quindi paradossalmente di rafforzare la sua candidatura (come accadde del resto a Trump durante le primarie repubblicane del 2016). Ed ecco che arriviamo alla strategia in chiaroscuro della Haley. Mentre fa leva sulle sue pregresse attività come Governatrice del South Carolina e come Ambasciatrice all’ONU, costei tende a rimarcare la propria giovane età (ha 51 anni, mentre Trump ne ha compiuti da poco 77). Non a caso, il suo messaggio è a favore di una nuova generazione di leader: una posizione a metà strada, cioè, tra quella di Pence (considerato espressione del vecchio establishment) e quella di Ramaswamy (un antisistema a tutti gli effetti). Una linea che, in teoria, ha i suoi vantaggi. L’ex Ambasciatrice potrebbe infatti intercettare voti da chi è deluso dalla politica e dai giovani.

La Haley deve però evitare di rimanere oscurata dai due estremi opposti di Pence e Ramaswamy, navigando con cautela tra Scilla e Cariddi. Il rischio è altrimenti quello che possa rimanere ferma in mezzo al guado. Un’altra vulnerabilità dell’ex Ambasciatrice risiede nel concentrarsi molto sulle questioni di politica internazionale: un tema che, notoriamente, non scalda i cuori di chi vota alle primarie americane. Infine, ma non meno importante, la Haley deve fare i conti con l’ostilità di una parte della base trumpista, che difficilmente le perdonerà di essersi candidata, dopo che, ad aprile 2021, aveva detto che non lo avrebbe fatto, qualora l’ex Presidente fosse sceso nuovamente in campo. E’ pur vero che un recente sondaggio della CNN ha rilevato che l’ex Ambasciatrice è, tra gli attuali candidati repubblicani, quello che avrebbe maggiori possibilità di battere Biden a novembre del 2024. Ma la strada verso la nomination resta per lei impervia, a meno che non riesca a convincere una fetta importante di repubblicani trumpisti a sostenerla.

Che la maggioranza della base repubblicana sia su posizioni trumpiste non è testimoniato soltanto dal vantaggio sondaggistico di cui gode al momento l’ex Presidente, ma appunto anche dal fatto che i due candidati che non si sono impegnati a sostenere Trump nel caso vincesse la nomination, l’ex Governatore del New Jersey Chris Christie e l’ex Governatore dell’Arkansas Asa Hutchinson, sono rispettivamente al 3,4% e allo 0,4% dei consensi. Non dimentichiamo inoltre che alcuni dei principali candidati alle attuali primarie sono in qualche modo collegati all’ex Presidente: Pence e la Haley hanno fatto parte della sua amministrazione, mentre DeSantis ebbe il suo endorsement quando si candidò per la prima volta a Governatore della Florida.

Si tratta di una situazione scomoda per tutti questi contendenti, soprattutto alla luce delle quattro incriminazioni piovute sull’ex Presidente. Se sono troppo morbidi con Trump, rischiano di finire schiacciati dalla sua figura; se lo attaccano, rischiano di essere tacciati di tradimento da ampi settori della base repubblicana. Per ora, l’ex Presidente continua a mantenere la propria presa sul Grand Old Party. È difficile che la situazione muti, almeno fin quando sarà Biden ad essere il candidato democratico alle prossime presidenziali.