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Iran, illusioni ed equivoci di una guerra affrettata

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La complessa navigazione tra i fatti del primo mese di guerra all’Iran, condizionata com’è da eventi di portata clamorosa, avviene in effetti in un mare di inattese certezze e attese incertezze. Spieghiamoci: molte erano le incertezze che ci si aspettava dall’aggressione voluta da Stati Uniti e Israele. Fior di esperti enumeravano da anni dubbi e rischi sull’effettiva capacità di influire sulle dinamiche interne all’Iran mediante un attacco militare esterno. Sottovalutarle, sminuirle, è stato il grave errore dei decisori di Washington e Tel Aviv, da cui è scaturita una serie di eventi imprevisti: nuove, inattese certezze. Le mettiamo qui in fila per disegnare una rotta che ci orienti tra i profili e i contorni del nuovo scenario.

Poster a Teheran: missili a sinistra, e l’Ayatollah Mojtaba Khamenei con suo padre Ali.

 

 

Un disegno fallace

E’ ormai chiaro che l’attacco americano-israeliano, compiuto nel bel mezzo di un negoziato sul futuro del nucleare iraniano, poggiava su una premessa semplice: Teheran non sarebbe stata in grado di reagire. La guerra doveva essere unilaterale, e lampo: avrebbe decapitato la cupola religiosa dello stato iraniano, e ne avrebbe distrutto le capacità militari insieme ai vertici politici. Donald Trump e Benjamin Netanyahu, gli architetti del piano, un po’ come Teseo con quella della Medusa, sarebbero tornati a casa agitando come trofeo la testa dell’Ayatollah Khamenei, e magari perfino la fine della Repubblica Islamica. La storica vittoria avrebbe ripulito le loro opache immagini, e gli avrebbe permesso di vincere le rispettive, prossime elezioni – per entrambi nell’autunno di quest’anno.

Ma che questo disegno fosse assolutamente fallace, è stato ben presto chiarissimo. Già dopo due ore dall’inizio delle operazioni, e nonostante l’assassinio di Khamenei, l’apparato bellico iraniano è stato in grado di rispondere con i suoi missili – mentre nel giugno del 2025, dopo l’attacco israeliano a sorpresa, il tempo di reazione era stato di ben 17 ore. Dopo una settimana, la Guida Suprema è stata sostituita da suo figlio, personaggio su posizioni più oltranziste del padre, ad esempio sul nucleare, e non c’era alcun segno di cedimento del regime né dal punto di vista religioso né da quello politico, nonostante le decine di altri assassinii mirati.

Come se non bastasse, la capacità di reazione militare iraniana è apparsa intatta, anzi, molto più efficace del previsto: a partire dalla capacità di colpire il sistema di radar americani nella regione, e il territorio di Israele, ogni giorno e con precisione.

Il conto dei missili iraniani che hanno colpito Israele rivela che l’Iran conserva le sue capacità di reazione. Fonte: Haaretz.

 

Non solo: l’Iran ha dimostrato di poter raggiungere anche le svariate basi militari americane attorno al Golfo Persico, fino ad arrivare a ottenere, di recente, l’evacuazione di quelle in Iraq. Ha poi colpito in maniera decisiva le infrastrutture energetiche dei Paesi rivieraschi considerati complici dell’attacco, come Qatar, Emirati, Arabia Saudita, Bahrein, Kuwait, Oman (e Kurdistan iracheno). Ma anche quelle civili legate a turismo, industria, commercio e logistica, incluse metropoli globali come Dubai o Doha. Con la beffa ulteriore di aver usato armi da quattro soldi. E ha potuto dimostrare l’ampiezza geografica della propria deterrenza, facendo arrivare i propri razzi dal Mediterraneo (Cipro) al Mar Caspio (Azerbaijan), alla base americana di Diego Garcia nell’Oceano Indiano, a quasi 4000 km dal proprio territorio. Un dato stupefacente, se si pensa che l’Iran è il Paese più sanzionato da Europa e Stati Uniti, secondo soltanto alla Russia.

 

La localizzazione di Diego Garcia (Google Earth).

 

Il fattore tempo

Ancora, elemento forse il più fondamentale, l’Iran si è rivelato capace, e disposto, a chiudere lo Stretto di Hormuz, da dove transitava il 20-25% del petrolio mondiale, oltre a ingentissime quantità di gas naturale liquefatto e altre merci cruciali: ad esempio, un terzo dei fertilizzanti usati dalla produzione agricola globale – il cui blocco è particolarmente grave proprio in primavera, e provocherà un aumento dei prezzi alimentari del 10-15% in Asia e Africa e del 5-10% in Europa. Ma anche un terzo dell’elio, prodotto dalla raffineria qatariota di Ras Laffan (resa inutilizzabile dai missili iraniani), necessario per i microchip di computer e smartphone, ma anche per le risonanze magnetiche.

In tal modo, Teheran riesce a scaricare parte del costo del conflitto sull’intero pianeta, aumentando la pressione internazionale per farlo cessare, e rendendo il tempo un suo alleato. Abilmente, l’Iran non ha deciso per un blocco assoluto, ma consente il transito di imbarcazioni legate ad alcuni Paesi, come India, Cina o Russia, con cui mantiene rapporti politico-commerciali vitali.

Dopo trenta giorni, i due Paesi aggressori non hanno ancora trovato il modo di impedire una sola di queste capacità iraniane. Il paradosso è clamoroso: la forza militare di Stati Uniti e Israele è strabordante, possono colpire ciò che vogliono in Iran – ma non riescono apparentemente a colpire niente di utile. Perché Teheran ha organizzato la propria deterrenza per tenerla (per quanto può) al di fuori dei colpi delle micidiali armi di USA e Israele: come le cittadelle missilistiche (basi di lancio più produzione) sotterranee, al riparo delle bombe ad alta penetrazione. O le carcasse di pecore mandate a galleggiare zampe all’aria nello stretto di Hormuz: sembrano mine, e la marina americana non ha gli strumenti per distinguerle. O la struttura flessibile e decentrata del comando militare, che assorbe i danni inferti dagli assassinii mirati. Proprio per queste ragioni Teheran – nonostante i durissimi colpi subiti, la perdita dell’intera flotta, di importanti stabilimenti industriali e installazioni e mezzi militari – si trova ora in posizione di vantaggio politico e strategico.

Petroliere all’ancora in Oman in attesa della riapertura dello Stretto di Hormuz

 

Il vantaggio di Teheran

Ne è prova, per prima cosa, il fatto che nessuno tra gli alleati abbia acconsentito ad aiutare Stati Uniti e Israele a districarsi dalla scomoda posizione in cui si sono cacciati, benché la richiesta sia arrivata da Donald Trump in persona. Mentre la Russia di Putin fa affari d’oro grazie all’aumento del prezzo del petrolio, sia l’Europa che il resto dell’Occidente, che d’altronde non erano stati avvisati dell’attacco, “votano” per una fine del conflitto la più rapida e indolore possibile.

Ma non è questo l’unico regalo fatto da Trump e Netanyahu al regime iraniano. Tra i tanti, c’è ad esempio il fatto che nessuno parli più delle proteste di gennaio, spente con una spietata repressione e migliaia di morti. Come moltissimi avevano facilmente pronosticato, non ascoltati però da Washington o Tel Aviv, dove i rispettivi governi erano invece impegnati a costruire un’aggressiva e grottesca narrazione guerresca da crociata millenarista, l’attacco all’Iran ha compattato il regime di Teheran invece che indebolirlo.

Il secondo regalo? Offrire l’occasione all’Iran addirittura di aumentare il suo prestigio in tutto il Medio Oriente. Da un lato c’è il colpo immane per l’immagine e la credibilità degli Stati Uniti, già danneggiate dalle esternazioni di un presidente che aveva definito “risolto” il “problema” iraniano la scorsa estate, e che ora ondeggia tra offerte di tregua e minacce di invasione terrestre, senza dare la sensazione di avere davvero il controllo sulla dinamica degli avvenimenti, come in occasione degli attacchi israeliani sugli impianti petroliferi e la successiva rappresaglia iraniana. Ma dall’altro c’è la situazione estremamente pericolosa in cui è stata precipitata Israele. La dottrina israeliana di guerra è basata su tre principi: superiorità militare assoluta, inviolabilità o quasi del proprio territorio e della propria popolazione, e brevità del conflitto: al momento, il suo esercito non può garantire nessuno dei tre. Ha anzi avvisato il governo che la possibilità del collasso esiste.

Non è un caso che entrambe le parti provino a scaricare la responsabilità. La Casa Bianca ha cercato di far credere di esser stata “convinta” da Israele ad attaccare, davanti a un’opinione pubblica in maggioranza già perplessa, anche nella base trumpiana. Per inciso, solo il 12% è favorevole all’invasione di terra, di cui però non si hanno notizie certe, se non l’indizio dei migliaia di marines che stanno viaggiando verso il Medio Oriente. Per fare cosa? Per occupare il terminal petrolifero di Kharg? Per rubare i 400 kg di plutonio arricchito custoditi chissà dove nel sottosuolo persiano? Per pesare come arma negoziale nelle prossime trattative? Lo scopriremo presto. La seconda più comune giustificazione addotta dalla Casa Bianca e dal Pentagono per l’attacco è che l’Iran stesse per avviare una sua offensiva militare di qualche tipo e/o per fare un passo decisivo verso l’arricchimento dell’uranio a scopi nucleari bellici – entrambe affermazioni smentite dalle stesse agenzie di intelligence americane, oltre che da tutti gli attori regionali (ad eccezione di Israele).

La posizione del terminal petrolifero iraniano di Kharg, 700 km all’interno del Golfo Persico dallo Stretto di Hormuz.

 

Da parte sua, il governo israeliano ha potuto contare su un sostegno interno maggiore, che però si è indebolito quando le assicurazioni sulla distruzione “totale” e “una volta per tutte” dell’arsenale di Hezbollah e dell’Iran si sono rivelate false, per l’ennesima volta. Netanyahu, che fin lì stava usando il conflitto per monetizzare vantaggi politici e personali come ottenere la grazia per i suoi reati, coprire quello che l’ex premier israeliano Ehud Olmert ha chiamato terrorismo ebraico dei coloni in Cisgiordania, occupare un pezzo di Libano, o introdurre la pena di morte solo per i Palestinesi, ha allora cominciato ad additare la scarsa determinazione degli Stati Uniti, che non consente a Israele di agire “in piena libertà”. Anche se è lecito chiedersi quale altro margine d’azione potrebbe volere il governo di Tel Aviv: fatichiamo ormai a tenere il conto dei fronti militari che ha aperto e dei Paesi che ha attaccato.

 

La perdita del controllo

Ma forse il più grosso regalo ricevuto dall’Iran è l’aumento del suo potere negoziale – ovviamente, se riesce a mantenere il vantaggio che abbiamo descritto. Prima dell’attacco di USA e Israele il passaggio da Hormuz era libero: ora dipende dal volere dell’Iran. Teheran, come condizione per la fine della guerra, pretende la facoltà di imporre un pedaggio alle navi in transito, come fa l’Egitto a Suez. Se lo ottenesse di diritto (in pratica lo sta già facendo), la guerra si chiuderebbe con l’annessione di fatto dello Stretto all’Iran. E Teheran ha minacciato pure il blocco di Bab-el-Mandeb, cioè il passaggio marittimo tra l’Oceano Indiano e il Mar Rosso verso Suez, dove transita il 12% di tutto commercio internazionale. Col suo bombardamento su Diego Garcia ha dimostrato di poter colpire a quella distanza anche senza aiuto dei suoi alleati Houthi dalle coste dello Yemen.

La guerra scatenata da Trump e Netanyahu ha offerto insomma al regime iraniano una leva fondamentale sull’economia globale, che prima nemmeno sognava di avere. Le prime decisioni di razionamento e diminuzione dei consumi, e la corsa dei dirigenti politici di tutto il mondo ad assicurarsi nuovi approvvigionamenti energetici e alimentari – che saranno pagati molto cari – non fanno che confermare la serietà e la concretezza di questa nuova condizione.

In una situazione simile, è molto difficile scorgere una razionalità nella decisione dei due Paesi (è così importante chi ha convinto chi?) – se non una logica di brevissimo periodo. Nonostante la caduta dei mercati finanziari, l’aumento del prezzo dell’energia, le conseguenze globali sull’inflazione, e la spesa stellare sostenuta per le armi e la logistica, qualcuno dal conflitto sta comunque guadagnando: è Palantir, l’azienda di Peter Thiel che offre servizi di intelligenza artificiale sia all’esercito degli Stati Uniti che a quello di Israele, che in questo mese ha aumentato il suo valore del 24%. I programmi del teorico dell’”accelerazione distruttiva” sono stati usati dal Pentagono per individuare e classificare gli obiettivi dell’attacco, ben duemila soltanto nei primi quattro giorni.

Il presidente George W. Bush (2001-09) fu considerato dai suoi tanti critici un pessimo stratega, giudizio rafforzato dal disastro militare e politico (oltre che umano) delle operazioni in Afghanistan e Iraq che aveva lanciato. Ma almeno lui a Kabul e Bagdad ci era arrivato. E i regimi di Saddam e dei Talebani li aveva rovesciati. Oggi siamo invece molto lontani da quei traguardi “minimi” – seppure poi illusori e controproducenti. Non sappiamo neppure cosa, quale traguardo, quale risultato, quale trofeo – o quale sconfitta – metterà fine alla guerra. Se questa è la guida dell’Occidente, la Cina deve soltanto stare ferma e aspettare.