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Il Venezuela di Maduro dopo Maduro

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La cattura di Nicolás Maduro in Venezuela da parte degli Stati Uniti rappresenta un evento eccezionale nella storia politica contemporanea dell’America Latina, ma non privo di precedenti.

L’arrivo di Maduro all’eliporto di Downtown Manhattan

 

Un riferimento storico rilevante è il caso di Panama, dove il 3 gennaio 1990 il dittatore e narcotrafficante Manuel Noriega venne prelevato dalla Nunziatura apostolica di Città di Panama e trasferito negli Stati Uniti per essere processato. In quel contesto, tuttavia, la rimozione del leader fu l’esito di un intervento militare su vasta scala. L’Operazione Just Cause comportò il dispiegamento di circa 20.000 soldati statunitensi sul terreno e causò la morte di 516 panamensi, tra cui 314 militari e 202 civili, oltre a 23 soldati e 3 civili statunitensi. La dissoluzione delle strutture di potere del regime fu immediata e Guillermo Endara, che aveva vinto le elezioni pochi mesi prima con oltre il 70% dei voti, prestò giuramento come presidente costituzionale in una base militare statunitense situata nella Zona del Canale il 20 dicembre 1989, lo stesso giorno dell’invasione. Le truppe americane rimasero nel Paese fino alla fine degli anni Novanta, accompagnando una transizione istituzionale immediata, formalmente ordinata e internazionalmente riconosciuta.

Il caso venezuelano si colloca su un piano diverso non essendosi trattato di un’invasione né di un’occupazione, ma di un’operazione di poche ore finalizzata alla “’estrazione” di Maduro e della moglie dalla loro residenza dalla base militare di Forte Tiuna, a Caracas. L’azione ha avuto un bilancio di vittime circoscritto e localizzato, con la morte accertata di 32 membri dell’intelligence cubana (che ha avuto un ruolo importante nella vicenda politica di Maduro) e 24 militari venezuelani, tutti inseriti nel dispositivo di sicurezza del presidente de facto. Proprio questa differenza spiega perché, a differenza di Panama, la caduta del leader non abbia prodotto una dissoluzione immediata del sistema. In Venezuela, le strutture politiche, militari e istituzionali del madurismo restano operative, trasformando la fase post-Maduro in una eventuale transizione negoziata e strutturalmente fragile.

Durante i suoi 13 anni alla presidenza, Maduro ha completato la trasformazione del chavismo in uno Stato-partito pienamente funzionale. Il Partito Socialista Unito del Venezuela è divenuto l’asse portante di un sistema di controllo che ha progressivamente svuotato l’autonomia delle istituzioni, subordinando il potere legislativo, giudiziario ed elettorale all’esecutivo. La lealtà politica ha sostituito la competenza come criterio di ascensione sociale, mentre la legalità è stata ridotta a strumento di legittimazione del potere esistente.

Una strada di Caracas

 

Un ruolo centrale in questa architettura è stato svolto dalle Forze Armate. Maduro ha costruito un equilibrio fondato sulla cooptazione sistematica dei vertici militari, ai quali sono stati concessi spazi crescenti nella gestione dell’economia, dal settore petrolifero alla distribuzione alimentare, fino al controllo delle frontiere e dei traffici strategici. Accanto all’esercito regolare, sono stati rafforzati strumenti paralleli di controllo territoriale, come i collettivi armati, usati per reprimere il dissenso e garantire una presenza capillare nei quartieri. Questa fusione tra potere politico, militare ed economico ha conferito al sistema una forte resilienza, richiamando per molti aspetti il modello cubano consolidatosi a partire dal 1° gennaio 1959.

Il rapimento di Maduro non ha smantellato tale architettura e la successione istituzionale si è svolta in modo formalmente ordinato. La nomina della ministra degli Idrocarburi e vicepresidente Delcy Rodríguez come presidente ad interim rappresenta la continuità più evidente del sistema. Espressione interna del madurismo, pienamente integrata nei suoi meccanismi di potere, la sua ascesa è stata legittimata dalla Corte Suprema di Giustizia e dal Parlamento, presieduto da suo fratello Jorge Rodríguez.

Figure come il ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, e quello della Difesa, Vladimir Padrino López così come il gruppo dirigente che circondava Maduro, rimangono in larga misura al loro posto e il loro obiettivo non è l’avvio di una democratizzazione ma la sopravvivenza del sistema attraverso una sua riconfigurazione controllata. In questo senso, la rimozione di Maduro ha aperto una fase di riorganizzazione interna, non di rottura.

In questo spazio si inserisce il ruolo degli Stati Uniti, spesso percepito come ambiguo ma in realtà – almeno fin qui – coerente con una logica di Realpolitik. Washington continua infatti a considerare Edmundo González il presidente legittimo del Venezuela. Secondo gli Stati Uniti, ha vinto lui le elezioni presidenziali del 28 luglio 2024, come attestato dalle schede elettorali custodite nel caveau della Banca centrale di Panama, ma non ha potuto insediarsi per ragioni evidenti. La dinamica richiama da vicino il caso panamense del 1989, quando Endara poté assumere la carica solo dopo la rimozione forzata di Noriega.

Allo stesso tempo, María Corina Machado resta la figura politica più popolare del Paese. Vincitrice delle primarie dell’opposizione con il 93% dei voti, successivamente esclusa dalla competizione politica dalla giustizia del regime e insignita del Premio Nobel per la Pace 2025 per la sua battaglia pacifica a favore della ridemocratizzazione del Venezuela, Machado non dispone oggi di un controllo reale dello Stato. Né lei né González hanno accesso agli apparati, non governano l’economia, non esercitano influenza sulle forze armate. La loro forza risiede nel consenso e nella legittimità democratica, non nella capacità di incidere sui gangli del potere.

Machado durante la campagna elettorale del 2024

 

È questo elemento a spiegare le scelte e le dichiarazioni apparentemente contraddittorie dell’amministrazione Trump. Dal punto di vista di Washington, la priorità è la gestione di una transizione che eviti il collasso dello Stato e la frammentazione violenta del potere: il controllo effettivo degli apparati pesa più del consenso e della legittimità democratica. La popolarità di Machado, per quanto straordinaria, non si traduce in capacità operativa all’interno del sistema ed è anzi osteggiata da altri settori dell’opposizione, che la percepiscono come una figura ingombrante e politicamente destabilizzante proprio perché estranea alle pratiche tradizionali del potere venezuelano.

Ne deriva una strategia statunitense che non rinnega la legittimità di González e Machado, ma ne rinvia il pieno protagonismo, affidando la fase immediata post-Maduro a una trasformazione graduale dall’interno del sistema esistente. Non una sostituzione dell’ordine, ma una sua riconfigurazione controllata, nella convinzione che solo in un secondo momento potrà aprirsi uno spazio reale per una transizione.

Il risultato è un compromesso intrinsecamente fragile. Da un lato, il Venezuela non è più guidato da Maduro. Dall’altro, le strutture che hanno reso possibile il madurismo restano operative. Nel breve periodo, la stabilità dipenderà dalla capacità del governo ad interim di evitare fratture nelle forze armate e di garantire una minima ripresa economica. Nel medio termine, il sistema sarà messo alla prova dalla pressione sociale.

Il Venezuela di Maduro dopo Maduro non è dunque un Paese liberato, né un Paese occupato. È un sistema sospeso, in fase di riconfigurazione, in cui la vera transizione non è ancora iniziata.